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Trovandose in la strata maiore Mercanti milanesi nella molfetta quattrocentesca
15 marzo 2006

Il due giugno 1442, dopo circa vent'anni di guerra, Alfonso d'Aragona entrava trionfalmente in Napoli, signore incontrastato del Regno. Uno dei fattori decisivi della vittoria era stata la flotta da guerra catalana, che il re aveva provveduto a potenziare, e che aveva personalmente comandato in numerose battaglie navali contro i genovesi, alleati degli angioini. La conquista dell'Italia Meridionale riequilibrava i rapporti di forza con gli Stati della penisola, ma soprattutto faceva della Corona d'Aragona una grande potenza mediterranea, anche dal punto di vista economico. Il commercio catalano, fortemente incoraggiato dallo stesso sovrano, che vi partecipava in prima persona con propri capitali, ridimensionò negli empori napoletani l'influenza fiorentina, non interferì con l'egemonia orientale di Venezia, indusse una nuova fase di sviluppo degli scambi, con nuovi protagonisti, procedure più agili, e nuove vie di traffico. In Puglia, all'avvento della nuova dinastia, i veneziani, che vi avevano da secoli la rete più estesa di rappresentanze consolari, ma anche i fiorentini, chiesero subito ad Alfonso di confermare le franchigie loro concesse dagli angioini. Lo stesso fecero i lombardi, ultimi arrivati, ma altrettanto attivi ed intraprendenti. Esse riguardavano sostanzialmente il movimento navale nei porti, la concessione delle “tratte”, cioè le licenze di esportazione, le operazioni di sbarco, imbarco e deposito delle merci, le compravendite nelle fiere e mercati. Si è molto discusso sulle conseguenze che questa politica di alleggerimento fiscale adottata nei confronti degli operatori stranieri abbia avuto sulla economia locale. Se da una parte la riduzione del peso fiscale tendeva ad aumentare il volume delle transazioni, e a movimentare quote di denaro a vantaggio anche dei regnicoli, dall'altra lo Stato doveva recuperare in altri settori quanto perdeva con le esenzioni fiscali. Per meglio contestualizzare il documento inedito su Molfetta che qui pubblichiamo, accenneremo ora brevemente all'attività dei mercanti e artigiani lombardi, soprattutto milanesi e bergamaschi, con alcune notizie desunte dalle opere di Carabellese, Beltrani e Vitale. Nel febbraio del 1464 Azzo Passasepa e Gabriele de Gentile, sindaci di Trani, chiedono a Ferrante, successo al padre nel 1458, di estendere ai mercanti milanesi i privilegi da tempo concessi in Trani ai veneziani, compresi quelli relativi alle nuove imposizioni. L'undici agosto del 1466 Sabino Percioli di Bitonto garantisce a due procuratori della chiesa di S. Stefano di Molfetta che Giovanni Carlo di Milano consegnerà loro entro la fine di ottobre la frangia di una pianeta, per la cui confezione ha già ricevuto dagli stessi un anticipo. Il 22 febbraio del 1469 Pietro Paolo Rotolo, console milanese, si fa garante a Barletta di uno scambio commerciale tra mercanti lombardi e un ebreo abitante a Bitonto. Un importante atto notarile del 1482, rogato in Trani, ci fornisce il nome del console generale dei lombardi, Giacomo de Tancis, di altri mercanti suoi conterranei, dei loro fondaci, e delle diverse merci depositate. Infine nel 1488 i detentori dei diritti di alboraggio e di panatica del porto di Trani sono costretti, per ordine regio, ad esentare i mercanti milanesi dai suddetti pagamenti. Insomma, a vent'anni dalla conquista aragonese, la colonia milanese di Terra di Bari acquisisce gli stessi diritti delle altre “nazioni”, ed esercita i propri traffici, tutelata dai propri consoli: come è naturale, molti lombardi finiscono con lo stabilirsi stabilmente nelle nostre terre, imparentandosi con famiglie locali e allentando progressivamente i legami con i paesi d'origine. In generale, essi importano dal nord panni lana, tessuti bergamaschi, fustagni, sete, oro filato, armi, argenterie, ed acquistano lana grezza, bestiame, olio, vino, mandorle e altri prodotti agricoli. Ma è bene non dimenticare la grande versatilità del mercante quattrocentesco, capace di fiutare in anticipo l'andamento del movimento commerciale e disposto, entro certi limiti, a rischiare e a trattare un tipo di merce per lui inusuale, se può incettarla a basso prezzo e rivenderla con largo profitto. Veniamo al nostro documento. Esso è prodotto in Napoli il 21 ottobre 1474 dalla Camera della Sommaria, il massimo organo di controllo fiscale del Regno, è firmato da Ottaviano Imparato, uno dei Luogotenenti, ed è diretto al Doganiere di Molfetta. Era successo che alcuni mercanti milanesi, avevano comprato delle merci in Molfetta ed erano stati costretti a pagare dai 15 ai 18 grani per oncia, cioè per ogni sei ducati di guadagno netto, mentre i privilegi loro concessi ne prevedevano soltanto otto. Ritenendosi danneggiati, avevano protestato presso la Sommaria, che aveva dato loro ragione, intimando al Doganiere, funzionario in periferia della stessa Camera, di risarcire il denaro indebitamente riscosso, e di attenersi per il futuro alle franchigie in vigore per i lombardi. Si noti che le tariffe e i privilegi erano stabiliti dalla Corte, si riducevano solo per concessione regia, e, di norma, i Doganieri non potevano modificarle motu proprio, a qualsiasi titolo reggessero pro tempore quell'Ufficio. Alberto Grohmann, nella sua opera sulle fiere del Regno in età aragonese, si limita a citare questo documento, dell'Archivio di Stato di Napoli, senza trascriverne alcun brano. Nello stesso saggio, lo storico si sofferma sui numerosi mercanti milanesi operanti a Bari in quello stesso periodo e assurti a grande e comprensibile fortuna, grazie a note vicende politiche che videro quella città diventare capitale dell'omonimo Ducato, concesso nel 1464 da Ferrante a Sforza Maria Sforza, figlio di Francesco Duca di Milano. E veniamo a sapere che sono addirittura gli stessi cittadini baresi a chiedere a Ferrante di essere trattati come i mercanti milanesi negli affari “ di dogana, mercanzie, terzaria, pesi, ed in ogni altro con pagare grana otto ad oncia, con godere tutte quelle immunità e privilegi di essi”. D'altra parte, negli antichi “Capitoli, Statuti, e consuetudini dell'Università di Molfetta”, redatti intorno alla metà del '400, pubblicati nel 1897 dal Carabellese sulla “Rassegna Pugliese”, e tratti dal nostro Libro Rosso, è chiaramente stabilito che “qualunca forestiero accattasse o vendesse mercantia o mercinomia in Molfecta e allo suo tenimento, sia tenuto pagare per ciascuna onza gr. 10”. Siamo, come si vede, molto vicini alla percentuale invocata dai nostri mercanti. Come mai viene loro richiesto quasi il doppio? Si tratta di una “distrazione” del Doganiere, che tenta il colpo del rialzo per incassare, da solo o con qualcun altro, la differenza? Chiunque ha dimestichezza con le carte della Sommaria, sa bene che questa è una eventualità molto probabile. Dalla lettura del documento possiamo conoscere alcuni particolari inediti sulla Molfetta quattrocentesca: per esempio, che le compravendite si tenevano nella “strata maiore”, molto probabilmente l'attuale S. Girolamo. Una osservazione per concludere. A differenza del Magrone, che nelle introduzioni ai tre volumi del nostro Libro Rosso da lui curati, è sempre pervaso da un cupo pessimismo, dovuto probabilmente a delle premesse ideologiche alle quali sistematicamente riporta le dinamiche economico-sociali che intravede nei documenti da lui studiati, il Carabellese, forse più realista, o soltanto meno incline a preconcetti giudizi di valore, tende istintivamente a cogliere il lato positivo dei fenomeni. Ecco come, nel suo citato lavoro sugli antichi Capitoli, descrive la nostra città a metà del quattrocento: «Leggendo questi Capitoli, si ha l'idea di una città abitata da una popolazione attiva e industriosa, che lavora indefessamente in un numero estremamente vario di manifestazioni industriali e commerciali, che predilige l'opera delle sue stesse officine ed i prodotti della sua campagna,ed i frutti del suo mare, senza alzare barriere insormontabili all'opera, ai frutti e prodotti di coloro ch'essa chiama “forestieri”». “Egregii viri fideles amicique nostri carissimi salutem. Per parte de mercanti milanisi negozianti in questo regno nce e stato esposto con querela che in quisti tempi passati certi mercanti trovandose in quessa cita de Molfecta in la strata maiore comperaro cetrte robbe le quali se vendevano alo incanto con li banni et candela accesa secondo e uso e accostumato in la cita farese: per la quale robba accattata per li dicti mercanti milanisi li fo domandato per lo dohanero et credenczeri XV o vero XVII grana per uncia per le dicte robbe accattate de che dice essere stato resposto per li dicti mercanti non esserno tenuti ad tale pagamento nisi solum ad grana VIII per uncia per vigore deli loro privilegij per la Maiesta del Signore Re alloro concesi: nentedemeno li fo tolti carlini octo vel circha ala supradicta ragione non obstante li dicti loro privilegij nce haveno supplicato li vogliamo provedere et perche intenzione de la maestà de lo signore Re e che ali dicti milanisi siano ad unquem observati li dicti loro privilegij iuxta ipsorum seriem et tenorem ve dicimo et officii aucthoritate qua fungimur comandamo che debiate observare et fare observare ali dicti mercanti milanisi la loro franchigia et immunità secondo in li dicti loro privilegij se contene et se alcuna cosa avete exacto o facto exigere più che grana VIII per uncia derogandoli li loro privilegij quello illico debiate restituire ad chi specta et ad pristinum statum reducere senza dilazione alcuna et da mo innante fate che li siano loro observati li loro privilegij ad unquem iuxta ipsorum seriem et tenorem per fin a tanto che altro haverite in contrario da la maestà del signor Re o vero da quessa camera la presente volimo per cautela de li dicti mercanti sia restituita al presentante retenendove se volite ad loro spese transunto autentico appresso de vui et de cio non fate lo contrario” (etc) Datum Neapoli die XXI octobris 1474.Octavianus Imparatus. Fuit directa dohanerio et credenczerijs civitatis molfecte
Autore: Ignazio Pansini
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