Recupero Password
Trasformismo e sogno interrotto
15 ottobre 2016

Amministrare Molfetta, o meglio i molfettesi, non è facile. Non lo è mai stato. Non lo sarà in futuro, soprattutto considerando le prospettive a cui andiamo incontro in una campagna elettorale che si annuncia ancora più carica di odio del passato e da una finta unità al centro fatta di interessi di personaggi che tutto hanno a cuore fuorché il bene comune. Una campagna elettorale già cominciata e lunga un anno, o meglio una campagna elettorale mai terminata da quel giugno 2013 che, a sorpresa decretò la vittoria di Paola Natalicchio al ballottaggio, con un impeto di orgoglio della città, poi pentitasi già pochi mesi dopo. In realtà i fenomeni Guglielmo Minervini e Paola Natalicchio si verificano (per errore?) ogni 20 anni, in una città pigra e dormiente che ha fatto della rendita la sua ragione di vita e del mancato rispetto delle regole un motivo per sopravvivere ad una decadenza in atto da tempo. Le clientele tradizionali, soprattutto quelle legate all’edilizia e alla speculazione, dopo aver vissuto la stagione d’oro degli anni Ottanta e Novanta, si sono ritrovate a fare i conti con una realtà economica globale che le ha sorprese, non riuscendo più a gestire le rendite economico-politiche di fronte all’impoverimento complessivo della popolazione e alla chiusura del credito bancario, fonte fino ad allora di finanziamenti anche in perdita, tipiche di un sistema bancario nazionale, malato e parassitario anch’esso. Così il sistema clientelare si è un attimo distratto e ha favorito indirettamente la vittoria spontanea di quella città che voleva il cambiamento ed ha colto al balzo l’occasione offerta dalla giovane giornalista eleggendola alla carica di sindaco. «Non si apprezzano l’aria e la luce finché le si hanno: per comprenderne il valore bisogna averle perdute. Ma il giorno in cui le libertà sono perdute, riconquistarle non è facile». Ci tornano in mente le sagge parole di Gaetano Salvemini, un uomo politico che Molfetta ama solo a parole e nelle celebrazioni ufficiali e non nella pratica quotidiana dei suoi insegnamenti e soprattutto nella sua intransigenza morale. Così le forze contrarie al cambiamento, stordite da una storia fatta di scandali edilizi e dalla vicenda del porto, più scandalosa ancora per l’illusione di un progetto nato male e continuato peggio, si erano cullate nella speranza che una ‘‘ragazza di strada’’ non potesse arrivare a indossare la fascia tricolore e, semmai questa eventualità si fosse creata, si sarebbe fatta pilotare facilmente. Quando hanno scoperto che questa operazione era difficile, i dinosauri in letargo, le pulzelle politiche frustrate, i faccendieri cacciati dalla porta principale e costretti ad assistere ad uno spettacolo di cambiamento che coinvolgeva la base, i semplici cittadini, ma anche le associazioni che finalmente trovavano ascolto e gli ultimi di questa città che speravano in un riscatto sociale, hanno deciso che bisognava minare alla base, con i metodi del passato, un progetto politico vincente. La cultura della prima repubblica, dura a morire, non riuscendo a vincere sulle piazze e apertamente nel confronto politico, ha rispolverato la tattica delle imboscate politiche, del logorio costante, che, alla fine, hanno costretto il sindaco a gettare la spugna. E questo a tutto vantaggio di chi riteneva che si potesse continuare con la politica del tredicesimo, della ricerca continua di una maggioranza risicata, con la quale in passato si era governato per anni. Ora tornano soprattutto quei personaggi politici che il rinnovamento non lo avevano sposato fino in fondo, ma che si erano legati senza convinzione al carro del vincitore, nella speranza di continuare a manovrare dall’esterno e a godere di qualche rendita di posizione utile in attesa di un futuro ancora incerto. Così quelle clientele costrette nell’angolo, hanno ripreso vigore e hanno puntato su mediocri figure, le uniche di facile manovrabilità. «Naturalmente, i deputati eletti da queste clientele fameliche non hanno bisogno di essere né uomini di ingegno, né uomini onesti, né figure politiche nettamente determinate. Tutt’altro. Per rispondere ai bisogni degli elettori bastano, anzi occorrono, degli sbriga- faccende qualunque, senza scrupoli, senza convinzioni personali e senza dignità. [.] La sola domanda che il piccolo-borghese intellettuale e affamato si propone nell’atto di votare è ‘‘Il mio candidato è in grado di procurarmi l’impiego?’’ Oppure: quale tra i due candidati può ottenere il trasferimento per ilcommesso catastale, fidanzato di mia sorella, in modo che io mi possa sbarazzare al più presto di quest’altra mangiapane? [.] La corruzione il Governo la fa, non solo permettendo la compera dei voti, ma distribuendo per mezzo del deputato ministeriale, impieghi, porti d’arme, grazie sovrane, condoni di imposte, sviamenti di processi etc.». E’ sempre Gaetano Salvemini che scrive parole che sembrano riferirsi ad oggi: è qui la sua grande attualità di profeta laico scomodo, poco amato in vita, come non è stato mai amato un altro profeta cristiano come don Tonino Bello. E non è un caso che il compianto vescovo in alcuni discorsi citasse proprio lo storico socialista. E non è un caso che Salvemini goda grande reputazione e stima all’estero mentre «impopolarità e amnesie ne perseguitano, al contrario, la memoria in Italia», come ha raccontato anni fa un allora giovane scrittore, Roberto Saviano (un uomo del Sud che non piega la testa e resiste ‘‘a chiare lettere-a poteri occulti, che ‘‘hanno bisogno di silenzio e ombra’’ e nessuno perciò nomina), durante un suo viaggio a Stoccolma, invitato dall’Accademia che assegna i Nobel, che molti in quel tempio della cultura gli chiesero ‘‘come sono considerati da noi Giorgio La Pira, il mitico sindaco di Firenze degli anni ‘50, e anche Danilo Dolci, Lelio Basso, Gaetano Salvemini ed Ernesto Rossi. Un’Italia dimenticata dagli italiani, che lì non solo ricordano ma considerano l’unica degna di memoria» (R. Saviano, La bellezza e l’inferno, Mondadori, Milano, 2009, p. 188). Oggi la società civile che aveva ripreso vigore e speranza, tenta di non disperdere quell’esperienza di questi tre anni di governo. «I cittadini stavano assaporando i frutti del cambiamento e li trovavano gustosi. È proprio questo che ha fatto paura alla vecchia politica. Così hanno dapprima boicottato e poi affossato l’amministrazione Natalicchio, costringendo il sindaco a prendere atto che, al di là dei numeri ormai risicati, la maggioranza del 2013 non esisteva più, sostituita da equilibri instabili e precari che aprivano la porta al ricatto e alla prevaricazione. Il sindaco si è dimesso. Per alcuni è stato un errore, per altri un gesto di coraggio e una lezione di buona politica. Semplicemente non c’erano più le condizioni politiche per potere realizzare quel nuovo modello di città delineato nei contenuti programmatici sui quali nel 2013 era stato preso un impegno con gli elettori. I veri responsabili, che hanno tramato nell’ombra, pensano di avere la strada spianata per tornare a fare i loro affari. Noi cittadini liberi e consapevoli non possiamo assistere indifferenti al rischio di un ritorno al passato. Vogliamo costruire insieme, dal basso, un’alternativa possibile, per continuare a camminare insieme sulla strada del cambiamento. Ogni cittadino deve sentire il dovere di fare un passo avanti per cacciare indietro i soliti noti. Democrazia radicale, partecipazione, tutela dell’ambiente e difesa del territorio, diritti sociali, beni comuni, casa, lavoro, accoglienza, sicurezza, trasparenza e legalità sono i temi principali attorno a cui vogliamo scrivere insieme, dal basso, le linee di un programma per portare Molfetta nel futuro». Sono le parole del documento definito dei 101 che sta girando in città per raccogliere le firme di chi non si arrende ai ciambotti in atto, al trasformismo di personaggi condannati dalla politica, ma anche dall’elettorato, di signori delle tessere, di figure mediocri con serbatoi di voti non frutto di consenso su un progetto politico, ma sul voto di scambio e sulle speranze di un’occupazione speculando sul bisogno, che alla fine, come Salvemini ci insegna, rende servi. È questo il processo politico in atto, sicuro di ribaltare la politica del cambiamento con quella degli interessi, facendo precipitare definitivamente una città in decadenza, verso la morte economica e sociale. «Serve un processo democratico aperto alle intelligenze vive di questa città, non ai detentori di pacchetti di voti, a burocrati e politicanti asserviti a logiche clientelari o di profitto personale», è scritto ancora nel documento. Che conclude: «La città degli ultimi tre anni, pur con le sue contraddizioni, resta un punto di partenza, un patrimonio di progetti, di buone pratiche di governo e di democrazia che dobbiamo far maturare e crescere. Qui resiste un tessuto associativo sano, un popolo fatto di gente che non si piega e che sa ribellarsi con grandi e piccoli gesti ai poteri occulti dei burattinai, che vuole prendersi cura dei propri quartieri, dei giardini e delle piazze, che ha ripulito la città e ha costruito bellezza, che non rinuncia al conflitto e alla protesta, ma sa vigilare e proporre azioni concrete di governo. Solo una coalizione di cittadini consapevoli, espressione della parte sana della città, con una selezione rigorosa delle candidature, con un codice etico intransigente sul piano dell’onestà e della trasparenza, con un programma di governo concreto e condiviso, potrà impedire che tornino a mettere le mani sulla città». Noi condividiamo questo progetto, anche se realisticamente lo vediamo molto difficile sul piano del consenso, in una città che vede la destra divisa e disorientata, ma decisa a recuperare il terreno perduto, ma anche la sinistra incerta con un Pd allo sbando nelle mani di chi di sinistra non è mai stato, campione di trasformismo e capace di mettere insieme anime diverse nel segno di un potere da riconquistare nell’interesse di pochi e non di una comunità sempre più disorientata dai nuovi demagoghi che da Roma a Molfetta, rischiano di condannarci ad altri vent’anni di immobilismo e cattiva politica, mentre il bene comune resta ancora un sogno interrotto. Da riprendere senza indugio.

Autore: Felice de Sanctis
Nominativo  
Email  
Messaggio  
Non verranno pubblicati commenti che:
  • Contengono offese di qualunque tipo
  • Sono contrari alle norme imperative dell’ordine pubblico e del buon costume
  • Contengono affermazioni non provate e/o non provabili e pertanto inattendibili
  • Contengono messaggi non pertinenti all’articolo al quale si riferiscono
  • Contengono messaggi pubblicitari
""
Quindici OnLine - Tutti i diritti riservati. Copyright © 1997 - 2024
Editore Associazione Culturale "Via Piazza" - Viale Pio XI, 11/A5 - 70056 Molfetta (BA) - P.IVA 04710470727 - ISSN 2612-758X
powered by PC Planet