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Torna al suo posto il maresciallo Lovino Il carabiniere era stato sospeso sotto l'accusa di falso ideologico
15 novembre 2003

E' tornato all'esercizio delle sue funzioni il maresciallo dei Carabinieri Vito Lovino, dopo che la sospensione del servizio della durata di due mesi disposta, nel settembre scorso, dal Giudice per le indagini preliminari Michele Nardi, è stata revocata dal Tribunale del Riesame che ha accolto l'appello contro le due ordinanze interdittive firmate dal Gip (nella foto, la caserma dei carabinieri di Molfetta). Annullato il provvedimento di sospensione del servizio, il testimone passa al Pubblico Ministero, Francesco Bretone che ha aperto le indagini a carico di Lovino e che ha già impugnato in Cassazione i provvedimenti del Tribunale del Riesame. Due i fatti contestati al maresciallo dei Carabinieri, medesima l'accusa: falso ideologico. In particolare, nel 1993, il maresciallo avrebbe, secondo l'accusa, affermato il falso a proposito di una denuncia-querela ratificata sei anni prima dal vigile urbano Antonio Picca, in merito a un episodio (poi accertato) di tangenti richieste dalla pubblica amministrazione per l'accesso ad abitazioni in regime di edilizia convenzionata. La denuncia a proposito della quale il maresciallo avrebbe fornito, secondo l'accusa, all'autorità giudiziaria false dichiarazioni seguiva ad un'altra presentata poco tempo prima dallo stesso Picca e riguardante, di nuovo, fatti di tangenti e 'malaffare' dell'edilizia molfettese. Di quella seconda denuncia si perse traccia, né furono mai trasmessi in Procura i relativi atti; per questa ragione le autorità inquirenti, venute a conoscenza del fatto e non trovando tuttavia corrispondenza nei fascicoli, chiesero spiegazioni a Lovino, il quale dichiarò di non conoscere le 'sorti' di quell'esposto e che, in ogni caso, questo non si discostava nella sostanza dal primo, fatto regolarmente recapitare presso l'autorità giudiziaria. Ma, secondo il Pm Bretone, fatti nuovi e inediti particolari furono oggetto del secondo esposto del vigile Picca, dunque, tutt'altro che irrilevante. Accusato di aver dichiarato che Bindi (vicenda Bufi) non aveva figli Si incrocia, invece, con l'omicidio di Annamaria Bufi l'altra accusa contestata al maresciallo Lovino: i fatti risalgono all'estate del 1993, a soli pochi mesi dall'assassinio della giovane molfettese, quando Domenico Marino Bindi, amante della vittima (oggi principale imputato nel processo da poco apertosi a suo carico, ma allora neppure iscritto nel registro degli indagati), fu ricoverato per stato confusionale. “Stato di agitazione psicomotoria in etilista cronico”, così recitava l'ordinanza convalidata dal pretore di Molfetta che ordinò il ricovero. L'autorità giudiziaria, in quella circostanza, chiese alla locale Stazione dei Carabinieri di riferire su alcuni particolari della vita di Bindi: tra le altre cose, se avesse o no figli minori. Fatto, questo, rilevante ai fini dell'eventuale notifica di un provvedimento di sospensione della patria potestà da parte del Tribunale dei Minori. Alla richiesta di informazioni inoltrata dal pretore rispose il maresciallo Lovino, in una fase in cui, com'è noto, la Stazione dei carabinieri di Molfetta da mesi collaborava all'espletamento delle indagini sull'omicidio Bufi. Lovino in quell'occasione avrebbe commesso reato di falso ideologico, secondo l'accusa, dichiarando che Bindi non aveva figli: circostanza, questa, non vera visto che l'uomo aveva all'epoca dei fatti contestati una figlia di 10 anni. Perché dunque Lovino fornì un'informazione errata? L'accusa, in sostanza, ritiene che il maresciallo all'epoca non poteva non sapere. La decisione del Tribunale del Riesame Contro i due provvedimenti interdettivi emessi da Nardi e originati dalle due distinte accuse rivolte a Lovino, il Tribunale del Riesame, rispondendo all'appello presentato dal legale del maresciallo Lovino, in ordine alla prima accusa (aver “affermato falsamente all'autorità giudiziaria… che il contenuto della denuncia ratificata in data 30 giugno 1993 da A. Picca e non reperita, trova interamente riscontro della precedente denuncia…”), ha puntualizzato che “un operatore di polizia giudiziaria, richiesto di fornire mere delucidazioni all'autorità giudiziaria non assume poteri certificativi-attestativi”. E questo, secondo il Tribunale del Riesame, è la ragione per cui nel caso in questione non è possibile parlare di falso ideologico. Così come non si tratta di falso, secondo il Riesame, in relazione alla seconda accusa, quella che, muovendo da una denuncia presentata dal legale della famiglia Bufi, incrimina Lovino per “aver affermato falsamente all'autorità giudiziaria nell'ambito di una procedura per trattamento sanitario obbligatorio che il signor Bindi Marino Domenico non aveva figli”. Per il Tribunale del Riesame le informazioni errate sono “state acquisite con delega dal comandante al personale sott'ordinato e al di fuori dei canali formali, cioè sulla base delle notizie e degli atti nella disponibilità dei militari della Caserma”. Per questo il maresciallo è tornato al suo posto. Quel che accadrà adesso, dopo l'impugnazione dell'ordinanza del Riesame da parte di Bretone presso la Corte di Cassazione, è ancora tutto da vedere. Tiziana Ragno
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