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The night watch
15 dicembre 2019

“Mettere sotto sorveglianza il silenzio della notte e lo stato delle cose”, perché “esplorando gli orrori della notte”, quella della realtà che ci circonda e della nostra interiorità, ricca di zone d’ombra, l’arte può esprimere il proprio rapporto con il mondo. Stimolante l’allestimento che ha veduto la luce nel mese di novembre presso la Sala dei Templari, a cura di Georgeta-Olimpia Bera e Gaetano Centrone, in una felice sinergia tra l’Università di Arte e Design di Cluj-Napoca e l’Accademia di Belle Arti di Bari, già accomunate da un progetto Erasmus. All’esposizione hanno preso parte docenti e allievi delle due istituzioni, in un fecondo interscambio di livello internazionale, con il sostegno del Comune di Molfetta e del patrocinio del Consolato Generale di Romania a Bari. Fil rouge la volontà di intessere un omaggio a Rembrandt, a trecentocinquant’anni dalla morte, ricordando uno dei suoi più celebri dipinti, La Ronda di notte. L’opera, risalente al 1642, ritrae Frans Banning Cocq insieme ai suoi archibugieri, i Kloveniers, effigiati nell’atto di avanzare, con un effetto di dinamismo e varietà delle pose, oltre che di bilanciamento cromatico, particolarmente felice nella figura di giovinetta in giallo collocata sulla sinistra e baciata dalla luce. Ovviamente l’opera di Rembrandt ha rappresentato solo lo spunto per una serie di variazioni convenientemente declinate, prevalentemente su grande formato, nell’intersezione di pittura, grafica, scultura, fotografia e ambienti multimediali. Bro (László & Miklós Bencze), nella rappresentazione di maree multicolori di manifestanti, giocano sui contrasti tra luce e ombra, frenando per un istante, e restituendone l’immagine, l’effusione frenetica delle masse dissidenti. Alice Iliescu, docente di incisione, nel suo Notturno, linoleografia su tela, trasmette un senso d’abbandono, con la figura umana che si mimetizza tra arredo e tappezzeria e il vasto silenzio della città di là dalla vetrata, mentre fuochi d’artificio s’intravedono in lontananza. Ioan Sbârciu, docente di pittura, mostra due momenti differenti della sua ricerca: gli studi sul sole nero di Rosia Montana e una splendida tela del 2017 dedicata all’ingenioso hidalgo Don Quijote. La stilizzazione della figura umana e di Ronzinante, unitamente al senso di dinamismo reso con estrema felicità segnica, contribuisce a realizzare una perfetta resa della generosa follia e dell’inconcludente movimento della creatura di Cervantes. Giuseppe Negro, docente dell’Accademia di Bari, realizza un assemblaggio di legno bruciato su tela, con monitor da 3,5, in una creazione in cui l’aura notturna diviene spazio sacro e metamorfosante. Fabio Bonanni, docente di pittura nell’Accademia barese, ci mostra un paesaggio brumoso, terra ai limiti del nulla, in cui difficoltoso appare strappare frammenti di senso all’insignificanza dominante. Damiano Azzizia medita sul concetto di Confine e, in un acrilico su cartone, lo riduce all’essenzialità, concettualizzandolo e scarnificandolo al contempo. Natalija Dimitrijevic, avvalendosi dell’acrilico su tela, attraverso un segno connotato da naïveté esprime pienamente le connotazioni simboliche attribuibili all’ambiente della casa. Convince anche Cristian Gabriel Lapusan, con tratti iperrealistici nella resa dei particolari esposti alla luce della figura rappresentata, ma anche il persistere di elementi di inquietudine, di Unheimlichkeit, di scissura di una natura umana mai riconducibile del tutto all’unità. Michele Giangrande, docente di Decorazione, gioca, con ironia postmodernista, a trarre variazioni da opere letterarie, stabilendo interessanti connessioni tra cromie e intrecci. Particolarmente efficace appare la resa della luce che si fa lontana di un testo ungarettiano con il segno della biro scarica su carta. Paolo Lunanova, professore di Tecniche e Tecnologie della Decorazione, offre il suo omaggio a Rembrandt attraverso la ripresa cromatica dei due personaggi in prima fila, il capitano Frans Banning Cocq e il luogotenente Willem van Ruytenburch. Ecco spiegati i toni del nero e del giallo protagonisti assoluti del dittico di Lunanova, con il giallo che ammicca anche alla polisemica figura della fanciulla rembrandtiana. Grafemi e geometrismi mantengono un tenue legame con la narratività, ma è l’astrazione a dominare, in opere in cui il colore è protagonista assoluto, con effetti di lucentezza e di spazialità notevoli. Georgeta Olimpia Bera, docente dell’Accademia di Cluj, riesce a coniugare felicemente ars narrandi e astrazione, in una rappresentazione della caccia che muove dall’elemento reale (macchie di colore suggeriscono la presenza dei felini), ma per poi calare il visibile in un’aura mitica. István Kudor Duka, invece, realizza ritratti che ammiccano al graffitismo, in cui il viso umano pare assimilabile a maschera totemica. Stefan Badulescu nei suoi collage digitali su carta d’archivio regala suggestioni di matrice pittorica (la rappresentazione delle foglie) e scultorea. Lorenzo Galuppo colpisce per l’iperrealismo del suo Pegno dei figli, che spinge la pittura ai limiti della resa fotografica, tra suggestioni rétro, ironia, ma anche, forse, nostalgia di un mondo di armonia e bellezza mai realmente esperito. Gagyi Botond offre variazioni d’azzurrità, in uno spazio angusto, simbolicamente connotato, su cui la luce si posa. Mihai Gule?, con le sue “forme geometriche in cassetta di acciaio”, esplora le potenzialità dell’uso di spray, acrilico e malta su tela e acciaio. Giuseppe Marinelli realizza ancora una volta creazioni che recano in sé il sentimento del tempo e il motivo della metamorfosi, con effetti potenziati dall’uso della muta di serpente e dell’olio su tavola. Un affascinante itinerario nei linguaggi di cui l’arte si avvale per esplorare l’Io e il mondo e per declinarne luci e ombre, tra ironia, poesia e inquietudine. © Riproduzione riservata

Autore: Gianni Antonio Palumbo
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