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San Paolo pastore ed educatore nel terzo incontro della Settimana biblica a Molfetta
19 febbraio 2009

MOLFETTA - La personalità di San Paolo è di solito associata alla figura del teologo, che si palesa in tutta la sua efficacia nella Lettera ai Romani: ma è opportuno indagare anche la proposta pastorale paolina, ovvero il Paolo pastore ed educatore, che potrebbe porre delle soluzioni all'emergenza educativa denunciata da Papa Benedetto XVI. Il terzo incontro della Settimana Biblica, “San Paolo evangelizzatore e formatore di evangelizzatori”, attraverso l'intervento di don Guido Benzi(nella foto), accompagnato dal vescovo Mons. Luigi Martella, ha mostrato, in linee generali, il linguaggio che Paolo usa nel descrivere il fenomeno dell'educazione. Occorre porre tre premesse metodologiche: l'adulto come referente costante dell'annuncio e dell'apostolato paolino, perché “anche coloro che hanno una forma mentis già strutturata possono avvicinarsi al cambiamento ed essere testimoni della loro esperienza”; l'Iniziazione Cristiana, ovvero l'itinerario che il cristiano battezzato deve compiere, per far rilucere il mistero pasquale nella sua vita; il dinamismo coscienziale, articolato in quattro fasi, che consente all'uomo di divenire cristiano: l'esperienza, la conoscenza (il passaggio intellettuale), il giudizio e la decisione (atto finale della conformazione a Cristo e di educazione della coscienza). Ma come dobbiamo intendere l'educazione nell'ottica paolina? Innanzitutto, “come correzione, ovvero addestramento duro del bambino, anche se lo stesso Paolo - sottolinea don Benzi – è in disaccordo con questa forma educativa classica ed antica”: si tratta di un atteggiamento critico, “che relega questa sfumatura dell'educazione al livello della Legge giudaica, perché ciò che interessa veramente a Paolo è l'incontro con Cristo”. Il cristianesimo non è, dunque, un “tirar su” dei cristiani, ma piuttosto esperienza e dinamica dell'evangelizzazione: queste nozioni sono espresse attraverso tre principi, modello, forma e imitazione. Il modello è “l'oggetto che imprime, ovvero Cristo” e, secondo don Benzi, i cristiani devo essere “timbratori” del cristianesimo, “devono lasciare il segno”. La forma è ciò che identifica dall'interno una materia generalizzata ed amorfa, mentre l'imitazione è il rapporto dell'evangelizzazione e San Paolo scrive che “bisogna imparare da Cristo”, nel senso che i cristiani devono essere dei ponti per permettere che anche gli altri possano incontrarLo. Si delinea la figura del cristiano: è imitatore ed interprete dell'apostolo e di Cristo; è colui che “lascia il segno negli altri - afferma don Benzi – perché interpreta il messaggio di Cristo, un segno che si manifesta attraverso uno schema, la relazione concreta e la testimonianza vera del Vangelo”; è colui che “prende forma nella sua identità cristiana”, che è metamorfosi trasformate, perché ha come modello il Cristo-trasformante. A completare questo quadro è la metafora generativa paterna e materna, che esprime il rapporto educativo di Paolo con le comunità, un approfondimento della dinamica affettiva e spirituale, specialmente in una situazione di contrasto, come quella presente nella Lettera ai Galati e ai Corinzi. Nella stessa Lettera ai Galati (3,1) troviamo un'esclamazione emblematica: “O stolti Galati, chi vi ha incantati? Proprio voi agli occhi dei quali fu rappresentato al vivo Gesù Cristo crocifisso?”. Questa esclamazione nasce in un momento di forte contrasto con le tendenze giudaizzanti, manifestatisi nella comunità, alle quali paolo si contrapponeva con la dottrina della giustificazione non per mezzo delle opere della carne, ma per mezzo della salvezza. La dinamica relazionale come formazione di evangelizzatori ha per Paolo il suo fondamento nella concezione degli educatori pastorali. Anche in questo caso, è necessario delineare una serie di aspetti focali: i legami umani ed affettivi (la relazionabilità della Chiesa); la consapevolezza del limite e l'assunzione della “parola della croce”, che evidenzia come “l'uomo sia un vaso di creta che contiene un tesoro” e lo stesso Paolo ritiene di non essere adatto, ma “di essere stato trovato da Gesù e reso adatto”; la configurazione a Cristo, una meta che rende educative la missione e la predicazione di Paolo; la perseveranza nella speranza, in quanto “il cristiano sa sopportare il carico della vita solo se radicato nella speranza, che è segno della trasformazione operata da Cristo”. “La visione paolina – sostiene don Bezzi – può offrire un enorme contributo alla pedagogia, in base la nozione di dinamica trasformazionale, per cui non si deve agire solo dall'esterno, ma soprattutto dall'interno attraverso la testimonianza, evitando di operare una netta distinzione tra educatore ed educato”. L'invito di Paolo è quello di essere imitatori di Cristo, attraverso la sua persona, non per presunzione, ma perché egli avvertiva di essere tutt'uno con Cristo stesso: “Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo, gradito a Dio: questo è il vostro culto spirituale. Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare, rinnovando il vostro modo di pensare per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, gradito e perfetto” (Rm 12, 1-2).
Autore: Marcello la Forgia
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