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Salvemini e il “Circolo di Cultura” di Firenze
15 settembre 2021

Le vacanze francesi del 1921 riconsegnarono all’Italia Gaetano Salvemini pienamente rinfrancato. Era stato a Parigi con la moglie Fernande Dauriac in visita presso il figlio Jean Luchaire, da poco padre della piccola e deliziosa Corinne. Il benefico relax fu di stimolo a progetti culturali per la residenza fiorentina. Così da Padova il 12 ottobre al repubblicano Oliviero Zuccarini, tra le altre cose, lo storico poteva scrivere: «Se passa da Firenze, si fermi un sabato, ce ne avverta prima, e venga al nostro circolo a fare una conversazione. Bisognerebbe combinare una settimana prima». Il sodalizio cui faceva riferimento Salvemini nella lettera a Zuccarini era il “Circolo di Cultura”. Il primo nucleo si era formato nel dicembre del 1920 grazie a una ventina di amici, studenti e professori, che si radunavano ogni settimana, tranne che nei mesi estivi, nello studio dell’avvocato Alfredo Niccoli, in Via degli Alfani. Non avevano scopi di proselitismo, ma semplicemente una gran voglia di conversare e confrontarsi su argomenti politici, economici e sociali suggeriti dall’attualità. L’idea del confronto dialogato con un libero dibattito finale era stata proposta dall’avvocato Niccoli. Lo apprendiamo dalla testimonianza di uno dei fondatori del Circolo, Piero Calamandrei, che, nello scritto rievocativo Il manganello, la cultura e la giustizia, annota: «Alfredo Niccoli era figlio di madre inglese, ed era stato lui a suggerire l’adozione dei metodi di discussione dialogata, comunemente seguiti in Inghilterra nei circoli di cultura politica: in ogni riunione uno degli intervenuti, che una settimana prima si era impegnato a studiare un determinato argomento, svolgeva una breve relazione introduttiva, che aveva soprattutto lo scopo di dare su di esso informazioni precise ed oneste, e di porre in termini chiari il problema: sul quale poi la discussione, o meglio la conversazione, si svolgeva animata fino alle più tarde ore notturne. Regola delle nostre discussioni era che non si veniva mai ad un voto: la previsione del voto mette fino da principio limiti alla discussione; invece, quando non c’è voto finale, si discute solamente per chiarire le idee proprie ed altrui». Di quel primo nucleo facevano parte, oltre al legale ospitante, i fratelli Carlo e Nello Rosselli, allora studenti, Ernesto Rossi, Piero Calamandrei, il dottore in agronomia Nello Niccoli, lo scrittore Piero Jahier, l’avvocato Carlo Celasco e i professori Gino Frontali e Arrigo Serpieri, l’unico che diventerà fascista. Per il suo prestigio culturale e politico, Salvemini esercitava sul gruppo un riconosciuto magistero e naturalmente fu uno dei relatori delle serate fiorentine. Quell’esperimento di approfondimento collegiale venne allora esaltato come una «forma di cooperativa intellettuale» e si sviluppò con successo per due inverni successivi, 1920-21 e 1921-22. È sempre Calamandrei a farci conoscere gli argomenti affrontati in quegli anni. Si andava dalla questione meridionale e dalla riforma universitaria, in cui Salvemini poteva offrire un contributo fondamentale, all’ordinamento militare e al bilancio dello Stato. Si passò poi alla riforma tributaria Meda, al lodo Bianchi, alla partecipazione agli utili e all’azionariato operaio e quindi al problema del latifondo, alle affittanze collettive, alla terra ai contadini e alla questione delle colonie italiane. Non mancarono relazioni sui partiti e movimenti politici: il socialismo, il liberalismo, il fascismo, il sindacalismo rivoluzionario e il sindacalismo riformista, l’anarchismo e il federalismo. In tre incontri successivi lo storico Nicola Ottokar, nativo di San Pietroburgo e futuro confutatore della tesi espressa da Salvemini nel 1899 in Magnati e popolani sul ceto dirigente fiorentino, parlò della rivoluzione russa. Vi furono anche riunioni dedicate a Pierre-Joseph Proudhon e Wilfredo Pareto. Il primo incontro al “Circolo di Cultura” nel 1921 si tenne il 5 novembre, di sabato. Lo si desume da una lettera della domenica seguente, 6 novembre, indirizzata da Salvemini da Firenze al discepolo e amico Ernesto Rossi, allora in Basilicata: «Qui ieri sera ci fu la prima riunione del nostro circolo. Io non ci potei andare perché non ne ero informato; e perché quando ne fui informato, avevo già preso un altro impegno. Ma sabato sera [12 novembre] non mancherò; e mi propongo d’essere assiduo». Dopo la marcia su Roma (28 ottobre 1922) il Partito Nazionale Fascista s’impossessò del potere. Di lì a tre mesi, nel febbraio del 1923, per l’insufficienza dello studio dell’avv. Niccoli a contenere i sempre più numerosi partecipanti alle riunioni, si decise di trovare una nuova sede e di trasformare il gruppo originario in associazione regolarmente costituita. Il rinnovato “Circolo di Cultura” si dichiarò apolitico, ma «aperto a tutte le libere correnti del pensiero moderno». Si proponeva come istituzione a carattere cooperativo, aperta «anche alle borse meno fornite», desiderose di conoscere la contemporaneità nei diversi aspetti economico, finanziario, storico, filosofico, politico e artistico. Il locale adatto fu individuato al primo piano di un palazzo quattrocentesco, a Borgo Santi Apostoli n. 27, sull’angolo di piazza Santa Trìnita. Era di proprietà del pittore e fotografo inglese Vincenzo Howells, che lo concesse in affitto per un canone amichevole. L’ampia sala aveva le finestre che davano sulla piazza, di fronte alla colonna della statua della Giustizia. Venne arredata in economia, perché sedie, tavolini e scaffali furono donati dai fratelli Rosselli. Fu poi creata una piccola biblioteca di scienze politiche con libri offerti dai soci e non mancarono né le riviste italiane, mandate dagli abbonati in seconda lettura al Circolo, né quelle straniere, quasi tutte fornite dai Rosselli. Il nuovo “Circolo di Cultura” fu costituito da una cinquantina di soci e iniziò a funzionare con regolarità dall’aprile del 1923. La sala di lettura era aperta dalle 16 alle 19:30 e dalle 21 alle 23. Le discussioni si svolgevano il sabato sera, ma a volte anche in altri giorni della settimana, mantenendo il collaudato metodo dei liberi interventi in coda alla relazione introduttiva. Nella nuova sede le riunioni e gl’interventi si tennero dall’aprile al giugno del 1923 e Salvemini, tra i primi relatori, illustrò L’idea liberale. Nella tornata successiva le discussioni si ebbero dall’ottobre 1923 al giugno 1924 e lo storico molfettese parlò prima su La Società delle Nazioni e in un secondo momento affrontò il tema Stato e Governo. Tra questi due interventi di Salvemini ebbe luogo la relazione del figliastro Jean Luchaire su La situazione politica in Francia. Quasi a latere del “Circolo di Cultura”, nel giugno del 1924 fu fondata la sezione fiorentina dell’associazione “Italia Libera”, movimento creato a Roma nella seconda metà del 1923 dai repubblicani Randolfo Pacciardi e Raffaele Rossetti. Il fine programmatico era il ristabilimento della democrazia in antitesi al fascismo, che rappresentava la «più brutale negazione dei princìpi ideali per cui il Popolo» italiano aveva partecipato alla prima guerra mondiale. A Firenze Dino Vannucci, Ernesto Rossi e Carlo Rosselli dispiegarono il più grande attivismo nella sezione, convinti che dalla periferia non si dovesse dar tregua al Governo per affrettarne la crisi. Le attività del “Circolo di Cultura” si svolsero indisturbate fino al termine del 1924. Intanto il sequestro e l’assassinio del segretario del Partito Socialista Unitario Giacomo Matteotti (10 giugno 1924), seguiti dalla secessione dell’Aventino dei gruppi d’opposizione parlamentare (tranne i comunisti), aveva fatto precipitare la situazione politica italiana verso la più bieca dittatura. Salvemini avvertì «uno scossone» tale, che ritenne suo dovere non rendersi più complice con la propria «inerzia di un regime infame». Così, avvicinandosi l’anniversario della morte di Cesare Battisti, organizzò con altri antifascisti una celebrazione che si mutò in un corteo di circa duecento persone contro il fascismo. Per l’occasione il 16 luglio 1924 fu diffuso un numero unico in ricordo di Matteotti, dove apparve, in prima pagina, un articolo firmato da Salvemini contro Mussolini. Il dittatore – spiegava lo storico – doveva scegliere: o l’ordine di assassinare Matteotti lo aveva impartito lui e quindi doveva andare in galera, oppure l’ordine era stato dato dai suoi collaboratori più vicini a sua insaputa e allora doveva uscire dalla scena politica. Ovviamente l’articolo non passò inosservato e quando in novembre si riaprì l’università, le camicie nere presero ad accalcarsi minacciosamente presso l’aula dove Salvemini teneva le lezioni, provocando disordini e trambusti. Il 31 dicembre 1924, dopo un’adunata in piazza Santa Maria Novella e in piazza della Signoria, i mazzieri fascisti, con la connivenza delle autorità costituite e della forza pubblica, assaltarono violentemente numerosi studi di avvocati in odore di antifascismo e le sedi di giornali, associazioni e circoli ritenuti di opposizione. Il “Circolo di Cultura”, chiamato dai fascisti “Circolo Salvemini”, non venne risparmiato. La sede fu devastata e le imposte, i mobili, le sedie, le poltrone, le riviste e i libri furono gettati dai finestroni in piazza Santa Trìnita e bruciati in un grande falò ai piedi della colonna della Giustizia. Il 3 gennaio 1925 Mussolini, in un duro discorso alla Camera, in cui stigmatizzava lo «sfondo repubblicano» della «sedizione dell’Aventino», ruppe gli indugi, proclamando: «dichiaro qui […] che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto. […] Se il Fascismo è stato una associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere!». Con questo colpo di stato, il fascismo si tramutava esplicitamente in regime. Seguirono arresti di oppositori, sequestri di giornali e scioglimento di associazioni. Anche “Italia Libera” fu sciolta d’autorità e il 5 gennaio il prefetto Vincenzo Garzaroli, «per motivi di ordine pubblico», decretò la chiusura del “Circolo di Cultura”, incaricando dell’esecuzione il questore di Firenze. Ai fratelli Rosselli, Salvemini, Rossi e compagni non rimaneva che la via dell’azione occulta. In quello stesso mese di gennaio uscì il primo numero del foglio clandestino Non mollare. Durerà fino al 5 ottobre 1925. © Riproduzione riservata

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