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Ritratto di famiglia in un esterno storia della famiglia Gadaleta
15 febbraio 2008

Riprendo il titolo da un bellissimo fi lm di Luchino Visconti, modifi candolo un poco. Perché la famiglia Gadaleta, col negozio al centro del paese, è una famiglia molto 'visibile', cioè molto conosciuta. Mio padre, Pasquale, prese la via del commercio molto presto, il 1924, quando all'età di 28 anni, sposò mia madre, Marta Mastropierro. Era un uomo di pochissime parole, perciò tante notizie le ho apprese da mia madre. Il primo negozietto era in Via Cifarelli, ex Via Ospedale, vicino al Borgo, che era allora il centro della vita commerciale e sociale di Molfetta. Vi si vendevano lampadine e pile elettriche per i fanali delle biciclette, unico mezzo di locomozione a quel tempo. Il nonno Vitangelo, suo padre, era piuttosto scettico riguardo a quella scelta. Egli conduceva una avviata azienda di trasporti, con carrozze e cavalli, e preferiva che tutti gli otto fi gli maschi lo aiutassero nel suo lavoro. Aveva anche una locanda per i visitatori di passaggio. Diceva ironicamente al giovane Pasquale (in dialetto): Con queste lampadine devi 'campare' tua moglie? Ma mio padre aveva avuto, a differenza dei suoi fratelli, delle interessanti esperienze. Visto che con gli animali non ci sapeva stare, fu avviato, ragazzino, prima presso un barbiere, poi da un falegname e lì imparò parecchie cose, tanto che aveva una buona manualità. Ma la svolta della sua vita gli fu offerta dalla nonna paterna, Angela Solimini, biscegliese (e si sa che i biscegliesi sono molto intraprendenti, vengono chiamati infatti 'gli olandesi di Puglia'). Nonna Angela era rimasta vedova in giovane età e suo marito aveva anche lui una azienda di trasporti.. Questa donna, vissuta nella prima metà dell'800, invece di chiudersi in casa, prese con sé il fi glio maggiore di 10 anni, si mise a cassetta e fece la cocchiera, intraprendendo dei viaggi anche fi no a Napoli. Non so quanto durò questa esperienza. Dopo un certo periodo, si risposò col fratello del marito e lasciò a lui l'onere di questo lavoro pesante e pericoloso. Dunque la nonna Angela, che si vantava di avere 'comparizi' e buone amicizie tra i 'signori' della città, guardava con occhio particolare questo nipote così sveglio e pieno di curiosità. Un giorno andò alla bottega del falegname dove il ragazzo lavorava, lo prese per mano e lo presentò ad una coppia di forestieri che avevano preso da poco l'appalto dei telefoni, in via S.Angelo. Mio padre raccontava che il suo compito era quello di andare nelle case delle persone che dovevano ricevere una telefonata, per avvisarle. Insomma faceva il messaggero. Ma intanto cambiò completamente ambiente. I due coniugi, che non avevano fi gli, si affezionarono al giovanissimo Pasquale e gli insegnarono – diceva lui – le 'buone maniere'. Gli facevano dire il rosario, che allora si recitava in tutte le case di persone bene educate, e lo portarono parecchio lontano dall'ambiente rozzo e pieno di bestemmie coloratissime da cui proveniva. Fu il primo contatto con una novità tecnologica, il telefono. In seguito Pasquale si impiegò come elettricista presso la Società Adriatica (l'Enel di allora) e girava per le case a prendere il numero del contatore, poi saliva su quelle altissime scale che in me bambina destavano una grande ammirazione: era uno degli addetti a preparare le illuminazioni per le feste patronali. Ecco perché egli vedeva in quelle lampadine, che vendeva nella prima botteguccia, un futuro che suo padre non riusciva nemmeno ad immaginare. Inoltre, durante la prima guerra mondiale, lavorò come radiotelegrafi sta a bordo di navi militari e fu un altro contatto con le nuove scoperte tecnologiche. Il negozio fu trasferito successivamente in Via Margherita di Savoia e si allargò ad altri articoli: cancelleria, cartoleria e, importantissima, la radio. Bisogna pensare a che cosa era a quei tempi Molfetta: una vita molto semplice e quasi da 'terzo mondo'. Pasqualino 'delle luci' (in dialetto), come era conosciuto, diventò Pasqualino 'delle radio'. Solo che i tempi erano diffi cilissimi, all'inizio degli anni '30. Si risentirono anche da noi i risvolti della grave crisi economica americane del 1929. La mamma raccontava che nei negozi c'era tantissima merce, ma nessuno comprava niente, perché non si trovava una lira a chiederla in prestito. Intanto loro avevano il negozio pieno di radio, ma la gente stentava a trovare da mangiare, fi guriamoci se pensava alla radio! La mamma insegnava dattilografi a presso la Scuola Tecnica e Pasquale si impiegò alla Singer, che cercava dei venditori 'porta a porta' per le macchine da cucire. Nel negozio dava una mano la sorella di mia madre, ma le cose andavano abbastanza male. E così decisero di lasciare la sede troppo cara di Corso Margherita e di trasferirsi a Corso Umberto. I giovani di oggi non riescono ad immaginare che Corso Umberto fosse, a quei tempi, assoluta periferia. Perché possano farsi un'idea ricorderò ciò che mi raccontava mio marito, Giovanni Minervini. Quando Luigi Minervini, prozio di Giovanni, costruì la sua casa a Corso Umberto, là dove oggi si trova la farmacia dei suoi discendenti, fu deriso dai suoi fratelli perché era andato ad abitare 'là dove si vuotavano i vasi da notte'. Sembra strano dire queste cose, ma, fi no alla ultima guerra e anche oltre, non essendoci gabinetti e fognature, giravano per il paese i 'carri dell'acqua sporca', per raccogliere i residui organici delle famiglie. Proprio di fronte alla farmacia, c'era un orto, trasformato in seguito in spazio per il gioco del tennis, mentre galline e greggi di pecore passeggiavano per il corso. Questi sono i miei ricordi di bambina. Ho davanti agli occhi una fotografi a del nuovo negozio di Corso Umberto n. 44, dove ora vendono vestiti. C'era una grande insegna di ferro smaltato 'Copisteria'. Mi spiegarono che si battevano a macchina le comparse degli avvocati (allora non erano diffuse le macchine da scrivere), le tesi di laurea e anche lettere e petizioni alle autorità, che mia madre pazientemente compilava per le persone che non sapevano scrivere. Accanto alle radio, cartoline, lampadine ed altro, cominciò ad entrare una nuova merce: lampadari, macchine da cucire Singer e macchine Dubied per maglieria. Ma io ricordo ancora altri oggetti strani che erano per noi ragazzi strumenti di gioco: fi li elettrici avvolti in grosse ciambelle, isolatori di porcellana in grandi scatole, che a metterci le mani dentro, facevano un magnifi co rumore come i sassolini sulla spiaggia e tavolette di legno tonde e rettangolari, dette rondelle. Veramente un universo di oggetti divertenti. La mente fertile di Pasquale le inventava tutte: comprò due grosse macchine di ghisa, con palle grandi come un melloncino, per 'plissare' i tessuti, cioè per fare quelle pieghe che usavano nei vestiti di allora. Poi, per incrementare la vendita delle macchine da cucire, organizzò corsi gratuiti di taglio e cucito. Fino a poco tempo fa, ancora incontravo anziane signore che ricordavano con nostalgia quel felice periodo della loro giovinezza, quando potevano uscire di casa per frequentare i corsi e ringraziavano con tutto il cuore Pasqualino che aveva permesso loro quella esperienza. Anche qui, i giovani di oggi non hanno idea di cosa fosse, ai nostri tempi, la vita di reclusione delle loro nonne. Un'altra novità fu la macchina di proiezioni Pathè-Baby, per pellicole, mi pare, di 16 mm. Con essa, Pasquale proiettava fi lm comici e la Vita di Cristo. Fu, se non ricordo male, durante l'ultima guerra che il negozio fu trasferito in un ambiente più grande, con due porte, dall'altro lato del portone, al n.48-50, sempre di Corso Umberto, dove ora c'è una gioielleria. In una delle porte c'era una grande vetrina, altra novità. E lì cominciò l'era della musica. Intanto c'era una cosa 'moderna', le saracinesche al posto delle porte e poi un altoparlante che spandeva musica tutto intorno. Oggi noi cerchiamo con fatica un po' di silenzio, ma allora erano pochi quelli che potevano avere la musica in casa e Corso Umberto diventò un luogo di raduno di ragazzi giovani che imparavano a cantare le canzonette di musica leggera o ascoltavano, il venerdì, un'opera lirica intera. Addirittura Pasquale sosteneva che Riccardo Muti, che a Molfetta è vissuto e ha studiato, è stato avviato da lui alla conoscenza della musica lirica. Può anche essere, bisognerebbe chiederlo all'interesssato. Un'altra attività che l'intraprendente Pasquale avviò, fu quella della riparazione delle calze di nailon, che in quel tempo cominciavano ad essere usate. Questo lavoro di riammagliatura fu affi dato alla fi glia più grande, Chiara, che si recò a Roma con la mamma e lì imparò la tecnica. Chiara fu poi, per lungo tempo, fi no alla malattia degli ultimi anni di sua vita, una validissima collaboratrice di suo padre, assieme al marito, Nino Cascarano, abilissimo radiotecnico. E' giusto però ricordare che la prima grande collaboratrice di Pasquale fu mia madre Marta, che sapeva trattare i clienti con pazienza e dolcezza. La madre di una mia amica, loro vicina di casa, mi diceva che il merito maggiore della buona riuscita del negozio era di questa donna che sapeva ascoltare e consigliare. Marta aveva avuto una vita diffi cile. Orfana di entrambi i genitori, dall'età di sei anni, era cresciuta tra le suore, fi no ai 17 anni. Poi passò dal ricamo alla macchina da scrivere e, cosa rara a quei tempi, si impiegò presso un esportatore di olio e mandorle. Con soddisfazione ricordava il suo primo stipendio, di 90 lire. Le sue quattro sorelle erano molto più semplici ed avevano sposato degli ortolani. Lei aveva frequentato le Complementari, corrispondenti alla nostra scuola media e conosceva il francese; amava molto la lettura ed ha indirizzato con entusiasmo i suoi sei fi gli agli studi. Lavorò nel negozio fi no a che la sostituì la fi glia Chiara, di 12 anni. Era una donna di grande sensibilità. Una svolta importante, nella vita del negozio, fu la vendita del gas in bombole. Era una novità per il paese; non si dovevano più accendere i carboni per cucinare. Io stessa , quando vidi per la prima volta, nel 1942, a Roma, una cucina a gas, rimasi sbalordita. La vendita del gas creò una continuità nel servizio di distribuzione che giovò molto all'andamento del negozio. Senza parlare dei ferri da stiro elettrici, delle macchinette per il caffè, i ventilatori ed altri prodotti che semplifi cavano di molto i lavori domestici. Oltre le radio con il giradischi e le prime lavatrici. Si vedevano piccole comitive di giovani che prendevano in fi tto i giradischi con altoparlanti sistemati in grosse casse di legno; così organizzavano in casa le feste da ballo, sostituendo i vecchi grammofoni con la manovella. Ai dischi era addetta mia sorella Giulia, la più giovane, che conosceva i gusti dei ragazzi e faceva ascoltare le musiche, su loro richiesta. Ho incontrato, tempo fa, alcuni di questi giovani e ragazze di una volta, che ancora la ricordavano con nostalgia. Giulia morì molto giovane e tutti piansero per lei. Successivamente, e siamo all'inizio degli anni '50, il negozio si trasferì al n. 27 di Corso Umberto, dove si trova tuttora. La vendita dei televisori portò nuovo incremento all'attività, anche se all'inizio non attecchì facilmente. Altri articoli erano le cucine e i mobili di cucina e poi l'ingrandimento si è avuto con la gestione di mio fratello Corrado, che ha portato nuovo slancio all'esercizio. Se penso a mio padre e alle poche cosa che diceva, devo concludere che vedeva lontano e vedeva giusto. Quando si apriva un nuovo negozio (e a Molfetta succedeva spesso), lui diceva: “E a che serve che hanno tanta balle merce e si mettono lì davanti alla porta ad aspettare i clienti? I clienti li devi andare a scovare nelle case, ti devi muovere, devi darti da fare!” E poi Pasquale aveva una grande qualità: sapeva scegliersi dei buoni collaboratori ed aveva pazienza ad insegnare. Quante persone passate dal negozio e poi si sono messe in proprio! Certo l'uomo aveva i suoi difetti (e chi non ne ha!), ma ora a distanza di tanti anni dalla sua morte, io apprezzo le buone capacita che ha saputo trasfondere generosamente nei fi gli e nei nipoti. Non dimentichiamoci che lui è partito da zero, in periodi diffi cilissimi. Il suo fu un lavoro lungo, paziente e silenzioso, con ricerche continue e continui aggiustamenti, ma è stato un lavoro che ha portato i suoi frutti. Per concludere, voglio ricordare una frase che mi è rimasta molto impressa. I suoi fratelli, quasi tutti, emigrarono, chi negli Stati Uniti, chi in Argentina, chi in Venezuela, un altro in Australia. A chi gli chiedeva perché non partisse anche lui, rispondeva (in dialetto): “No, l'America sta qua!” In questa fi ducia nella volontà umana c'è tutto il nucleo della sua personalità. Il resto della storia del negozio forse possono scriverla meglio gli altri. Io sono lontana da Molfetta e seguo altre strade.
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