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Questi nostri fantasmi I nostri detti memorabili
15 novembre 2006

Non c'è bisogno di aggirarsi fra i castelli scozzesi per andare a caccia di fantasmi. Anche la Puglia è ricca di ombre e di spettri. Basta scartabellare qualche vecchio libro di folclore o chiedere a qualche vecchio popolano ben informato e il gioco è fatto. Il discorso vale anche per Molfetta e dintorni. Occorre avere solo un po' di pazienza nell'incetta, ma alla fine può accadere che l'elenco si riveli più fitto di quanto non sarebbe stato immaginabile all'inizio. Senza spingersi troppo lontano nella ricerca, nelle vecchie abitazioni non manca mai la patròënë dë la casë, che a Bitonto è detta similmente la patràunë dë la chéusë, mentre a Bari è u patrunë de la casë, il padrone della casa. Si tratta di uno spirito domestico non necessariamente malevolo, che appare solitamente di notte e che occorre ingraziarsi nei traslochi. A volte si comporta come un incubo. In tal caso si siede sullo stomaco o sul petto dell'inquilino addormentato e parla in un linguaggio incomprensibile e misterioso, causando al risveglio una spossatezza e uno stordimento inconsueto. Secondo alcune fonti orali molfettesi, sarebbe l'antica proprietaria della casa. Secondo il demologo Saverio La Sorsa, sarebbe «lo spirito di colui, che si trovò a passare, quando fu messa la prima pietra del fabbricato» (La leggenda di maghi, di spiriti e di streghe nel popolo pugliese, in “Fantasma”, a. VII, n. 98, Napoli, 15 marzo 1922, p. 12). Una via di mezzo tra il lar familiaris dell'età classica latina e lo spirito folletto tardo-romano e medievale, a Barletta, Trinitapoli e altrove, è la gürjë, che dimora nelle case e nelle stalle e si diverte tra l'altro ad annodare la coda e la criniera dei cavalli. La sua denominazione è collegata a pratiche augurali in auge nel Medioevo, derivando dal latino a(u)gurium. L'incubo in senso stretto a Molfetta è u chjùrmë, il fantasma che compare esclusivamente nei sogni e provoca una forte angoscia in chi dorme ed è schiacciato dal suo peso, tanto che chjùrmë mbìëttë, oltre che ad indicare il “pesaruolo” o “fìstolo” onirico che grava sul petto del dormiente, serve come traslato per indicare una “viva angustia spirituale”. Già in Orazio (Epodi V, 95) l'incubo assaliva opprimendo e inquietis assidens praecordiis (sedendo sul cuore senza pace). Ne derivavano delle allucinazioni notturne, che Plinio nella Naturalis historia (XXX, 84) attribuiva all'opera di Fauni e altre divinità. S. Agostino a sua volta nel De civitate Dei (XV, 23, 1) assegnò agli incubi i nomi di Silvani et Panes (non si dimentichi il timor panico, che Pan incuteva ai viandanti aggirandosi solitario nelle ore meridiane). Appare alle persone sveglie e vaga per ogni dove – in città, in campagna o nei cimiteri – la mêlòmbrë o, come si diceva nell'Ottocento, la mêlòmërë, il fantasma per eccellenza, capace di mille azioni paurose, preferibilmente nelle ore crepuscolari e notturne. Affini alla “malombra” sono le larvae e i mali lemures dei Romani, le cattive anime dei morti che andavano errando come spettri notturni. Più perfida della “malombra” è dónnê pìzzëchë, alla lettera “donna pìzzica”, che subdolamente nottetempo procura pizzichi in tutto il corpo ai malcapitati in cui incappa. Le sue proclamate intenzioni non lasciano adito a dubbi: I sò dónnê pìzzëchë / e ti pìzzichi ri mmênë / e rëdd ùgnë di li pìëtë / facimmë rë chëcchjaréddërë, Io sono donna Pizzica / e ti pizzico le mani / e con l'unghie dei piedi / facciamo i cucchiaini (Rosaria Scardigno, Nuovo lessico molfettese-italiano, Molfetta, Mezzina, 1963, p. 196). Altre figure femminili sono rë sdréëghë, le streghe, la cui caratteristica peculiare non era tanto quella di vëlà sòëp'o vrëgòënë, volare sulla ramazza, quanto quella di compiere stregonerie (mêgaràjë) e di fare opere diaboliche (óprë du diàvëlë), come sfumare in una nube sulfurea. A Molfetta, infatti, si usava l'espressione Vu fa nu nùvëlë!, Che tu possa dileguarti in un nùgolo, come una versiera! Il confine tra le streghe e le maghe era molto labile, tanto è vero che sdréëghë “strega” è diventato sinonimo di mêgàrë “maliarda” e di mêsciàlë “fattucchiera”. Tali maghe erano capaci di fare mêsciàinë o “fatture”, d'attaccà, ossia di legare con arti magiche, d'allëgà, cioè di operare sortilegi rendendo qualcuno succube delle loro influenze maligne, e di fa u chênìstë, cioè di ruotare un canestro per scoprire magicamente il colpevole di un atto negativo. La versione maschile della maga è rappresentata da u mêgaròënë, che è il negromante o fattucchiere. L'orchessa è chiamata localmente mêmmonênórchë (mammona-orca), mentre a Taranto è detta nannòrchë (nonna-orca). L'orco si appella mêngêgnùttë (mangia-inghiotti), ma è caduto in discredito, perché è diventato il titolo più o meno scherzoso dell'ingordo irrefrenabile. Qualcosa di analogo è accaduto per u mêmòënë, il mammone, che è anche il faccione baffuto del tre di bastoni nelle carte napoletane, ma significa pure “allocco, babbeo, credulone”. Altri fantasmi inconsistenti erano Chëzzëuìuë e Pëzzënéddë (alla lettera “Pizzinella”), ombre evanescenti invocate burlescamente per fugare i timori dei creduloni. Incute invece ancora un po' di paura u gattëmêmòënë “il gattomammone”, che doveva essere forse una sorta di scimmia, ma che è divenuto il mostro immaginario di alcune fiabe. Da noi ha finito per identificarsi col gattòënë (gattone), un grosso gatto nero che di giorno si nasconde in riva al mare, ma di notte si aggira nei vicoli della città vecchia per spaventare i viandanti e impedirne il passaggio. A Trieste la gata mora “gatta nera” è l'incubo con sembianze di felino. Per i bambini capricciosi o duri ad addormentarsi a Molfetta veniva e viene invocato u papónnë, il babau, che ha lo stesso nome a Bitonto, Andria, Giovinazzo, Grumo e altrove, col significato di “spauracchio” e “ragnatela”, mentre a Bari suona papunnë. Se dobbiamo credere a una ninna-nanna pugliese raccolta a Molfetta, questo spirito ha parvenze demoniache, essendo dotato di corna: «Vattìnnë, papónnë, e vattìnnë, papónnë, / ci nên dë në vè, ì të ròmbë rë ccórnë (Vattene, babau, e vattene, babau, / se non te ne vai, io ti rompo le corna)». L'etimologia di tali voci pugliesi sembra in qualche modo collegata al latino pappus “vecchio, nonno; lanugine dei cardi”, parallelo al greco páppos di ugual senso, cfr. il napol. papùtë “vecchio scimunito; demonio; aiutante del boia”, pure ascrivibile a tale etimo. Per Arnobio lo spauracchio dei bambini era la mania, una sorta di spirito maligno. Per Varrone Mania era la madre dei Lares. Articolato in tono minore, u papónnë diventa u papënnìcchjë, uno spaventacchio quasi innocuo, a cui va aggiunta la variante infantilizzata papómënë, forma rifatta con ogni probabilità su lëpómënë “lupo mannaro”, dal latino regionale lupu(m)-homine(m). Sul licantropo, per non ripetermi, mi permetto di rinviare al mio volumetto Perché si dice così? (Molfetta, Ed. Quindici, 2002, pp. 31-34). Per i bimbi più discoli e per i ragazzini ritardatari nell'Ottocento e nel primo Novecento si chiamava in causa addirittura lê mórtë “la morte”, per abituarli a rincasare prima dell'avemaria. Infatti un'arcaica poesiola di ammonimento recitava: Quênnë sóënë l'avémmêrì, / vè lê mórtë pë la vì, / chë nê mêzzë e chë nê tròmbë / curë ci acchjë u sdrëllòmbë, Quando suona l'avemaria, va la morte per la via, / con una mazza e una tromba, / quello che trova, lo slomba (Scardigno, Nuovo lessico, p. 74). Un altro spauracchio cornigero a Molfetta, Bitonto e Bari è sêndênnècchjë chë rë ccórnë e chë rë rrècchjë, Sant'Annecchia con le corna e con l'orecchia, che la Scardigno nel Nuovo lessico (p. 469) indica come un «Santo inventato che funziona da spauracchio», ma che più esattamente è la “castagna d'acqua”, la Trapa natans di Linneo, definita anche tribolo d'acqua o tribolo marino, dotato di due o quattro “corna” e perciò in passato usato come amuleto magico-apotropaico contro le fatture (rë mêsciàinë) e il malocchio (u mêlùëcchjë). La radice etimologica del termine va ravvisata nel latino ecclesiastico sancta Anna incrociato con la voce pugliese e meridionale annècchia “vitella di un anno” (dal lat. annicula). Meno diabolici nell'aspetto, ma pur sempre spaventosi, sono u pëzzéndë “il pezzente” e u vécchjë cu sacchë “il vecchio col sacco”, i quali portano via i bambini disobbedienti o cattivi chiudendoli in un saccone che si mettono in spalla. A Napoli per questa bisogna c'è l'infernale parasàcchë. Un altro ladro di bambini è u grassomênë, a Bitonto detto grassëméunë, figura inquietante non di rado assimilata, a torto o a ragione, a quella degli zingari e dei vagabondi. Vanno infine ricordati due folletti, u scazzamërrìëddë e u mënêcìëddë. Sul primo abbiamo addirittura una testimonianza relativa alla fine del Settecento del naturalista Giuseppe Maria Giovene. Parlando delle trombe d'aria e dei turbinetti a spira, il dotto arciprete aggiunge che in dialetto «si chiamano Scazzamorelli», nome locale degli «Spiriti Folletti» (v. Marco I. de Santis, Il dialetto di Molfetta dal '700 al '900, in «Studi molfettesi», n. 1, maggio-agosto 1996, p. 23). Infatti il lemma scazzamërrìëddë, oltre che “vortice furioso di vento” e “ragazzetto imberbe” (Scardigno, Nuovo lessico, p. 445), vale “aierino, linchetto”. In tal senso è uno spiritello del mondo onirico da cui, secondo la credenza popolare, è possibile ottenere qualche dono o un tesoro in cambio del copricapo rosso furtivamente sottrattogli. È bizzarro e generalmente benevolo. Qualche volta, però, la sua presenza è motivo di ambascia per chi dorme. La voce scazzamërrìëddë si affianca al napoletano mazzamaurièllë, forse rifacimento dello spagnolo matamorillos, diminutivo di matamoros “smargiasso”, alla lettera “ammazza-mori” (dal latino mactare mauros), ma il termine molfettese nella parte iniziale dipende dal verbo scazzà “schiacciare”. Affine è il francese cauchemar “incubo”, il cui segmento terminale dipende dall'antico alto-tedesco mara “incubo, fantasma” (Mara è una figura mitica delle saghe germaniche), da cui derivano lo svedese mara, il tedesco moderno Mahr e Nachtmahr, l'inglese nightmare e il neerlandese nachtmerrie “incubo”, nonché il veneto e friulano smàra con lo stesso significato. L'altro folletto, u mënêcìëddë, è un elfo che scende dal fumaiolo e non poggia mai i piedi per terra. Potrebbe essere anche il fantasma di un bimbo, ma di solito è scherzoso e benefico. Indossa un saio monacale e una rossa papalina (scazzéttë). Privato del copricapo, pur di riottenerlo, indica tesori nascosti o numeri vincenti al lotto o lo baratta con sacchetti di danaro. In Lucania è detto monachicchio ed è stato immortalato da Carlo Levi nel romanzo Cristo si è fermato ad Eboli (1945) in pagine divenute famose. Tre secoli prima la figura del monaciello napoletano era apparsa nel Pentamerone di Giambattista Basile. Questi due ultimi spiritelli, e specialmente il “monacello”, non sono altro che cristianizzazioni di antiche figure pagane. Una, ricordata da Orazio nelle Satire (II, 6, 11-13), è quella di Ercole, difensore dei tesori, pronto ad esaudire le preghiere di un bracciante e ad arricchirlo. L'altra, icasticamente delineata da Petronio nel Satyricon (XXXVIII), è quella di Incubo, un demone custode di un tesoro, che fa ricco chi gli ha involato il pilleus, il berretto conico o semiovale di feltro portato dai Romani nei conviti e nelle feste, ma anche dai liberti e dai Dioscuri.
Autore: Marco I. de Santis
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