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Quale memoria può e deve essere condivisa?
15 aprile 2021

Arriva aprile e si apprestano le celebrazioni di una data fondamentale per le istituzioni repubblicane italiane. La festa del 25 aprile, data simbolica della Liberazione del paese dall’occupazione nazista durante la Seconda guerra mondiale, data in cui la gran parte delle città settentrionali furono liberate dalle formazioni partigiane che organizzarono l’insurrezione generale, prima dell’arrivo delle truppe angloamericane. Una celebrazione che spesso dà luogo a discussioni e dibattiti che meritano di essere inquadrati adeguatamente, anche per spiegare i motivi che a volte portano a stravolgere il senso di questo ricorrenza e a inserirla in un discorso pubblico e politico-istituzionale che negli ultimi anni, anche nella nostra città, ha provato a ridimensionarne il valore oppure a trasformarla in una festa innocua come altre ricorrenze (17 marzo, giorno dell’unità d’Italia; 4 novembre, giorno dell’unità nazionale e festa delle Forze armate). Ci sono esponenti istituzionali, politici, commentatori che invitano a “non dividere”, a ritrovarsi tutti insieme perché si è tutti italiani, perché in un giorno di festa non ci si può dividere. Succede, dunque, che questo strano e malinteso senso di condivisione porti ad esempio a intitolare due strade nella città di Molfetta, una accanto all’altra, la prima dedicata a Tommaso Fiore, la seconda a Giorgio Almirante. Il primo fu uno strenuo oppositore del fascismo e per questo inviato prima al confino, poi incarcerato. Il secondo fu un fascista, non solo funzionario della Repubblica sociale italiana dal 1943, ma già prima della guerra, segretario del comitato di redazione della rivista antisemita e razzista La difesa della. Quindi curiosamente, secondo alcuni, celebrare la memoria “condivisa” significherebbe mettere da parte queste differenze e legittimare entrambe queste identità e questi valori, solo perché entrambi “italiani”, quindi li si mette anche nella toponomastica uno accanto all’altro: colui che perseguitò e colui che fu perseguitato e, per estensione, coloro che organizzavano i treni piombati per Auschwitz e coloro che in quei treni compivano il loro ultimo viaggio. Insomma, davvero, si tratterebbe di dare a ognuno il suo pezzettino di memoria? A ognuno il suo pezzettino simbolico di riconoscimento? Come se si trattasse di dividere appalti oppure dare a ognuno il proprio strapuntino o consentire a tutti la semplice espressione della propria opinione? Su queste basi è davvero possibile fondare una memoria pubblica condivisa? Ritrovarsi tutti insieme con chi e in nome di che cosa? Senza provare a rispondere a queste domande, mettendo i piedi nel piatto, il 25 aprile rischia di essere una celebrazione rituale e retorica di cui si dimentica l’origine, lasciando spazio a distorsioni e mistificazioni che non aiutano non solo la memoria del passato ma anche il presente e, soprattutto, il futuro del nostro paese e della nostra città. Il 25 aprile è la data simbolica che più di ogni altra racchiude ed esprime il nucleo fondativo di un patto di convivenza, quello che è alla base della Repubblica italiana. Così come per gli Stati Uniti si festeggia il giorno dell’indipendenza il 4 luglio e per la Francia la presa della Bastiglia il 14 luglio di ogni anno. Si tratta di date fortemente evocative della storia nazionale e fondative dell’identità patriottica, date che come il 25 aprile esprimono al di là delle differenze di parte la comune e condivisa appartenenza a una storia, a una memoria e ai princìpi fondamentali che reggono la vita di una nazione. È naturale che il 25 aprile rappresenti e debba rappresentare per l’Italia una ricorrenza analoga a quelle citate per gli esempi francese e statunitense. Per l’Italia non può che essere quello il momento fondativo del “noi”, un “noi” generato nel fuoco di una lotta per l’esistenza della sovranità nazionale, una sovranità guadagnata all’insegna della lotta per la libertà della Patria, l’uguaglianza nel consesso delle nazioni e la fratellanza tra gli uomini e le donne della nazione e del mondo. È naturale che sia il 25 aprile a rappresentare questa data-simbolo per gli italiani poiché solo nel 1945 il popolo italiano ha partecipato in massa e da protagonista come non mai a una esperienza civile, politica, militare; non potevano e non possono essere altre date importanti nella storia d’Italia – che pur ci sono – a rappresentare il momento della nascita e delle rigenerazione di un popolo. Si tratta di una data che, al pari di altre ricorrenze di altri paesi, dovrebbe e potrebbe essere condivisa da tutti coloro che si riconoscono nei valori della Repubblica nata dalla lotta di resistenza antifascista, e non genericamente come una festa della democrazia o della “libertà” come preferiscono parlarne alcuni epigoni della destra italiana che ancora non ha fatto del tutto i conti con la storia o come fanno alcuni utili idioti del centrosinistra che sperano così di risultare più moderni e “inclusivi”. Anche perché vorremmo ricordare a costoro che a quella lotta, a partire dall’8 settembre 1943 e fino al 25 aprile 1945, concorsero gli appartenenti a un vasto arco di forze politiche e culturali diverse tra loro e a volte anche avversarie: democristiani, comunisti, socialisti, azioni, liberali, monarchici, anarchici. Si tratta, dunque, di una data che ricorda lo sforzo condiviso intrapreso da quanti pur diversi e distinti tra loro seppero ritrovare un intento comune sia durante gli anni della lotta partigiana sia negli anni della scrittura di una nuova Costituzione, nonostante le feroci opposizioni legate a un clima di guerra “fredda” inaugurato poco dopo il termine della Seconda guerra mondiale. Tra 1945 e 1948, infatti, montarono in Europa e nel mondo, dunque inevitabilmente anche in Italia, i motivi di contrasto che diedero vita alla guerra “fredda” e al conflitto tra le due superpotenze e sovietica. Ciononostante nel nostro paese forze radicalmente differenti – ad es. democristiani e liberali da una parte, socialisti e comunisti dall’altra – seppero dare vita alla scrittura congiunta della Costituzione cioè della legge fondamentale della nostra convivenza civile e istituzionale. Tale operazione fu possibile proprio grazie all’esperienza di unità e condivisione maturata all’interno della Seconda guerra mondiale, all’interno della comune lotta al nazifascismo in nome dei valori democratici condivisi di libertà, uguaglianza e fratellanza (o comunanza). Valori sicuramente diversamente interpretati da cattolici e socialisti, liberali e comunisti, rispetto alla prevalenza della libertà sulla eguaglianza o viceversa. Valori che vedevano alcuni sottolineare maggiormente la libertà e altri l’eguaglianza oppure altri ancora tendere a una fratellanza che significasse qualcosa di ulteriore rispetto ai sempre diritti. Valori declinati da alcuni in ambito civile e politico e da altri in ambito sociale ed economico, tant’è che la Costituzione repubblicana rappresenterà la sintesi e la mediazione tra diverse matrici culturali e impostazioni politiche. Dunque proprio la condivisione di questi valori nelle loro diverse interpretazioni segnava e segna – e dovrebbe segnare – il perimetro della condivisione di un “Noi” fondativo che a tutti appartiene e da tutti dovrebbe essere sentito. Ed è altrettanto naturale, quindi, che laddove vi è un “Noi” c’è anche un “Loro” che in quel “Noi” non si riconoscono e non possono riconoscersi. In parole semplici bisogna chiarire che il discrimine tra il “Noi” e il “Loro” è tracciato dal riconoscimento dei valori alla base della lotta antifascista, ecco perché il 25 aprile e la Repubblica nata dalla Resistenza non possono essere ovviamente condivise con quanti invece disconoscono quella lotta e che in quegli anni si sarebebro schierati dalla parte dei fascisti alleati degli occupanti stranieri nazisti. A volte, per non dire spesso, nel clima di “revisione” riabilitante di quest’ultimo trentennio si sono veicolate singolari e curiose idee sulla “memoria” condivisa”. Ad es. l’idea che il 25 aprile fosse una data divisiva, e in effetti divisiva lo è, ed è bene che lo sia e continui a esserlo poiché il 25 aprile divideva e divide l’Italia della Resistenza democratica e della Costituzione antifascista e pacifista dall’Italia fascista, nazionalista, militarista e colonialista. Sarebbe come chiedere ai francesi se il 14 luglio sia divisivo perché non può essere festeggiato dai seguaci della monarchia borbonica e del potere assoluto del sovrano che non riconosceva la libertà e l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. Sarebbe come chiedere agli statunitensi se il 4 luglio sia divisivo perché non può essere festeggiato da coloro che ritengono che sarebbe stato meglio per le colonie nordamericane rimanere sotto il potere della monarchia inglese. Ancora, quando si parla di 25 aprile e di lotta partigiana, si punta a riabilitare coloro che erano dall’altra parte della barricata richiamando al rispetto dei morti. Per carità, nessun problema a rispettare i caduti e i morti perché sempre di vite umane spezzate si tratta ma se questo vuol dire riabilitare e rispettare i valori per cui quelle vite sono state spezzate, allora no. La memoria condivisa è un fondamento della convivenza civile e non si può con questo “sotterfugio” del rispetto privato per i morti, riabilitare i valori per cui sono morti, perché la memoria pubblica condivisa esige una scelta di parte: o si sta con coloro che avviavano uomini e donne verso i forni crematori o si sta con coloro che quegli uomini e donne superstiti hanno liberato dai forni crematori. Del resto, ve li vedete i francesi il 14 luglio a festeggiare e riabilitare anche i nobili parrucconi simbolo di privilegio e disuguaglianza? Oppure gli statunitensi a celebrare anche gli inglesi colonizzatori perché anche loro avevano ragione nella guerra d’indipendenza americana? Si capisce subito perché questo argomento sia una sciocchezza. O ancora, si dice che la lotta partigiana sarebbe stata una guerra violenta in cui una parte di italiani avrebbe ucciso un’altra parte in nome di un progetto che nulla aveva a che fare con la democrazia e per questo il 25 aprile rappresenterebbe un paravento che consentiva e consente ad alcune forze politiche di mimetizzarsi, ad esempio a socialisti e comunisti. Per smontare questo argomento è utile svolgere alcune considerazioni preliminari. Ora, a parte che anche la rivoluzione francese è stata anche una lotta civile tra francesi favorevoli ai privilegi di casta contro altri francesi favorevoli alla “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” e anche la lotta di indipendenza dei coloni americani contro gli inglesi è stata una guerra feroce che ha visto eliminare non pochi coloni americani favorevoli agli inglesi, quel che rileva ai fini della celebrazione del 25 aprile è ricordare che la Seconda guerra mondiale è stata non solo una guerra fra Stati e nazioni ma anche fra sistemi ideologici: da una parte il nazifascismo, dall’altra l’alleanza antifascista tra liberaldemocrazie coloniali e Unione sovietica socialista. Sicuramente vi erano differenze nel campo dell’alleanza antifascista, differenze relative all’organizzazione economica e sociale, alle forme del potere politico e delle istituzioni ma vi era un elemento comune e condiviso tra questi alleati: la costruzione di un mondo migliore, il progresso dell’umanità in nome degli ideali illuministici, il confronto tra popoli e nazioni in nome della pace e del dialogo. Mentre dall’altra parte vi era il nazifascismo che intendeva realizzare un mondo fondato sulle gerarchie naturali, razziali e tra popoli, lo sfruttamento economico di altri paesi e la guerra permanente come ideale di vita e “sola igiene del mondo”. È questa radicale differenza tra fascismo e antifascismo, sia nella variante liberaldemocratica che socialcomunista, a disegnare e sovradeterminare il perimetro della memoria condivisibile. Certo, ci saranno i soliti che obietteranno: “ma non ci sono state solo dittature di destra o nazifasciste!”, “Bisogna essere contro tutti i totalitarismi!”. Bene, è vero che non ci sono state solo dittature fasciste ma anche comuniste, ma va ricordato anche che ci sono state dittature neoliberali, così come prima dei campi di sterminio nazisti e i campi di lavoro sovietici, ci sono stati stati i campi di concentramento coloniali delle “civili” e “liberali” nazioni europee: Gran Bretagna, Francia, Spagna, la stessa Italia liberale pre-fascista e così via. Evidentemente, usare categorie indeterminate come quelle di “totalitarismo” o il termine “dittatura” non consente di spiegare al meglio la storia del Novecento e di fare luce sui suoi frutti avvelenati. Basti pensare a un esempio semplice e paradossale, quello della dittatura comunista di Pol Pot in Cambogia, un regime efferato, che forse non tutti sanno cessò di esistere non grazie all’intervento dei paesi occidentali bensì grazie all’intervento di un altro paese comunista, il Vietnam, che tutt’oggi esiste e rappresenta un caso di successo del comunismo orientale asiatico. Come si spiega questa stranezza di un regime comunista che abbatte un altro regime comunista? Ebbene, da qui si può evincere quale (limitata) utilità può avere la categoria di totalitarismo in certi casi. Pertanto una considerazione utile in questo caso per evitare semplificazioni e luoghi comuni è quella degli storici che ci ricordano di mantenere distinto il piano delle idee e delle teorie dalle realizzazioni pratiche, storiche, concrete. Che cosa vuol dire? A che serve fare questa distinzione? Vuol dire che quando parliamo di liberaldemocrazia parliamo di idee e princìpi che sono da tutti, o quasi, unanimemente condivisi e condivisibili in linea teorica ovvero la libertà di opinione, di parola, di movimento, di azione economica; così quando parliamo di socialismo e comunismo parliamo di idee e princìpi che sono da tutti, o quasi, unanimente condivisi e condivisibili in linea teorica ovvero la libertà dal bisogno, la liberazione dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, la solidarietà collettiva tra gli appartenenti alla società, la comunione delle ricchezze e delle decisioni fondamentali. Così come quando parliamo di cristianesimo parliamo di idee e princìpi altrettanto condivisibili da tanti: libertà di coscienza, dignità di ogni individuo, pace e fratellanza tra gli uomini e le nazioni. Ebbene, tra queste idee e princìpi teorici che sono ben desiderabili e le loro attuazioni pratiche e realizzazioni storiche concrete c’è sempre stato – e forse sempre ci sarà – uno stacco, una differenza, a volte anche un capovolgimento o un pervertimento. Del resto i paesi liberaldemocratici sono quelli che per primi hanno dato vita a genocidi e campi di concentramento all’insegna della “democrazia razziale dei signori” che prevedeva popoli di serie A, quelli civili, e popoli di serie B, quelli da civilizzare, con le buone e con le cattive. Eppure nessuno si sognerebbe di negare il valore storico progressivo delle teorie liberaldemocratiche nel liberare gli uomini dai pregiudizi pre-illuministici. Così come i paesi socialisti e comunisti sono quelli che hanno spesso trasformato i loro paesi in caserme sull’onda della pressione del nemico esterno, il più delle volte in preda a un delirio paranoico, dando vita a un sistema repressivo brutale. Eppure nessuno si sognerebbe di negare il valore storico progressivo delle teorie socialiste e comuniste nella emancipazione sociale delle classi economicamente sfruttate o dei popoli extraeuropei da secoli colonizzati dagli occidentali. Così come, del resto, nonostante tutte le brutalità procurate dalla Chiesa e dai cristiani ad es. nelle crociate, con le torture della Inquisizione, nessuno si sognerebbe di negare il valore del patrimonio culturale e ideale rappresentato dalla religione cristiana. Ora, abbiamo fatto questa lunga digressione sulla “teoria” e sulla “pratica” della liberaldemocrazia, del socialismo e del comunismo, così come del cristianesimo e della Chiesa, ricorrendo ad alcuni esempi spiccioli proprio perché a volte da idee e teorie buone possono nascere applicazione cattive o insorgere deviazioni e distorsioni, perché come direbbe qualcuno le idee camminano sulle gambe degli uomini in carne e ossa. Ebbene, dunque, nessuno si sognerebbe di negare l’importanza di certe idee e la loro funzione positiva nella storia umana recente e meno recente. Ora, per tornare al 25 aprile e alla questione della memoria “condivisa” da chi e con chi, la differenza è tutta qui, il cuore del problema è tutto qui. Mentre per la liberaldemocrazia, il comunismo o il cristianesimo noi ci ritroviamo in presenza di idee e proposte condivisibili ma suscettibili di attuazioni distorsive, ci troviamo cioè in presenza di idee e ideologie che possono dare luogo a eventi e pratiche “incoerenti” rispetto alle idee iniziali e alle intenzioni dei protagonisti; quando abbiamo a che fare con il nazifascismo ci troviamo ad avere a che fare con un sistema “coerente”. In che senso “coerente”? Nel senso che quando parliamo di nazifascismo intendiamo idee e princìpi che fondano e legittimano la disuguaglianza gerarchica fra uomini (non la loro naturale diversità), lo sfruttamento razziale di un popolo “eletto” sui popoli “sub-umani” (non la semplice competizione tra nazioni o sistemi economici), la guerra come mezzo di gestione dell’ordine mondiale (non solo come mezzo sbagliato di risoluzione delle controversie internazionali). Ora, la “coerenza” tutta negativa del nazifascismo va intesa proprio come perfetta aderenza tra le idee e gli eventi, la teoria e la pratica. In altre parole il nazifascismo ha rappresentato e rappresenta il male assoluto non solo perché alcuni uomini e alcuni popoli si sono macchiati di atti efferati e crimini umani ma proprio perché hanno messo in pratica coerentemente, e in modo aderente alle idee e ai princìpi, atti e condotte che non contraddicevano il messaggio iniziale ma lo “inveravano” perfettamente. Tant’è che come ricorda spesso lo storico Alessandro Barbero non troveremo mai un fascista o un nazista dissidente cioè contrario all’attuazione pratica ovvero a come si sta realizzando concretamente il messaggio teorico, ideale del fascismo o del nazismo, non troveremo mai cioè un seguace del fascismo e del nazismo che faranno la parte degli oppositori “interni” al fascismo e al nazismo, che dibatterano internamente al fascismo e al nazismo per realizzare al meglio il proprio programma di morte e di sterminio. Al contrario, la storia dei movimenti liberaldemocratici, socialisti, comunisti e religiosi cristiani è piena di dissidenti, oppositori interni che hanno denunciato l’incoerenza tra idea teorica e pratica concreta. È questa la prova che dimostra come mai sia stata storicamente possibile un’alleanza straordinaria – nel senso di fuori dall’ordinario – tra liberali e comunisti, monarchici e socialisti, cattolici e atei proprio in nome della salvaguardia della dignità umana cioè di tutti gli uomini, un messaggio che evidentemente il nazifascismo rigetta non solo in pratica ma anche in teoria. Ed ecco perché la memoria non può che essere condivisa tra quanti sono accomunati proprio da questo messaggio e che non lo negano in radice come fanno “Loro”, i nazifascisti e inconsapevolmente gli utili idioti che in buona o malafede parlano di “violenza delle ideologie”, “violenza della guerra civile”, contribuendo a indebolire un’autentica memoria collettiva di quel che è stato il baratro in cui il mondo è stato precipitato durante la Seconda guerra mondiale. Ecco perché attorno al 25 aprile non possono che ritrovarsi (solo e) tutti coloro che condividono il messaggio illuministico di pace, libertà, uguaglianza e fratellanza. Potranno poi esserci diversità di interpretazione e competizione nella declinazione più efficace di questi valori-guida ma è solo attorno a questo nucleo che è possibile individuare e fondare un “Noi”, una memoria pubblica condivisa. © Riproduzione riservata DA LUGLIO A SETTEMBRE SAREMO APERTI TUTTE LE DOMENICHE Una brigata partigiana entra a Milano liberata il 25 aprile del 1945

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