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Quadretti di vita popolare molfettese - La vequate
15 settembre 2006

Dopo aver analizzato due usanze di vita locale del passato (“U furne de Mechélìne” e “I preparativi della salsa di pomodoro”), desidero qui soffermarmi su un altro quadretto di vita popolare molfettese, il bucato a mano (in vernacolo “la vequàte”), caro nei ricordi delle nostre madri e della nostra fanciullezza. Fino al 1960, mancando nelle nostre case i detersivi e le lavatrici, lavare la biancheria e le lenzuola richiedeva un rituale assai laborioso che si ripeteva all'incirca ogni 20 giorni, ottenendo come risultato finale una biancheria pulita, di cui più bianca non si poteva ottenere. Il rito iniziava con la separazione degli indumenti bianchi (re rròbbe biénche) da quelli colorati (re rròbbe coloràte). I primi venivano immessi in un tino pieno d'acqua insieme alle lenzuola e lavati con sapone a volte di fattura domestica, strofinandoli sulla chiengarédde (arnese di legno zigrinato) in maniera da togliere le macchie e lo sporco evidente. Indi, la padrona di casa, con l'aiuto delle figlie (ca dàvene né méne), prendeva re rròbbe strecàte (la roba lavata) e le adagiava a strati in un grosso tino di zinco (u vequatàure), mettendo le lenzuola negli strati inferiori e, man mano, l'altra biancheria. Nella parte inferiore del tino c'era un foro dall'orlo prominente, chiuso da un tappo di sughero (u fletàuere). Quando tutto era sistemato, sull'ultimo strato si stendeva un panno di tela sul quale si metteva della cenere, acquistata dai forni pubblici. Sulla cenere si versava acqua bollente che, filtrando attraverso la tela, aveva un potere sbiancante, dato che a quei tempi non esistevano detersivi e prodotti per il bucato. Gli indumenti colorati venivano poi lavati utilizzando l'acqua rimasta nel tino. La biancheria “sotto la cenere” rimaneva a decantare per tutta la notte. Il giorno successivo si toglieva il tappo dalla tenédde (tino) e si lasciava sfòlce (sturare) la cressàie (la liscivia, ancora calda) ind'o sìcchie (nel secchio). Quest'acqua veniva utilizzata per lavare indumenti particolarmente sporchi e sudici. Era la gioia dei bimbi togliere quel tappo dalla tinozza, per vedere uscire il flusso della liscivia. A volte, il secchio raccoglitore dell'acqua non lo si poneva esattamente in asse, per cui un po' di cressàie si versava a terra. Immaginabili le litanie della padrona di casa, addetta ai lavori, nei confronti di quel bimbo innocentemente colpevole: Disgrazziàte fràgete, mó sò specciàte de lavà n'dèrre, acciàiese a ttèieche ca stè re stózzere nnènze a re d'ócchiere méie! Nén zì metténne le pìete ind' all'àcque, vrùechele! Un supplemento divertente consisteva nel mettere il dito davanti alla fontanella, sicchè la liscivia schizzava dappertutto, con ulteriore minaccia per l'impavido bimbo: Crennéute, mó ci né la spìcce, ta dà ròmbe de càpe. Me fèrve u sénghe a vedètte! Non appena la liscivia terminava di uscire dal foro della tinozza, la “roba” veniva prelevata dal grosso recipiente di zinco, strizzata e adagiata su appositi canestri di vimini da portare sul tetto per farla asciugare. Sul terrazzo si portavano altresì le meràle che erano pali di legno, solcati intorno ad un'estremità in modo tale che la fune, a cui si appendevano i panni, non “sfuggisse” dal suo alloggio. Le meràle erano inseriti in appositi cerchi di pietra, sistemati sul muro perimetrale del tetto. Inoltre, quando la fune che reggeva i panni distesi del bucato si incurvava, la si sosteneva al centro con un'asta di legno (la stascédde) piatta e biforcata ad un'estremità. Stendere il bucato sul terrazzo sovente era un'impresa assai ardua. Infatti poteva accadere che lo spazio disponibile fosse tutto occupato o che la famiglia più prepotente, pur di occupare il posto più esposto al sole, s'impossessasse du meràle di un'altra famiglia. In questa situazione d'arroganza le due famiglie finivano col litigare e ognuna leggeva u quatìere (libro con tutte le malefatte) dell'altra: Putténe, allàsse u meràle méie, àie te chenòsche ci sì, sì la figghie de Fréngische u góbbe, mérìtte stè a fadegà sóep'à l'acque du mére e tàue fè la bella vàite che chembàrte. Risposta: Bagàsce, cé stè addà le nùmere? Pigghiatìue u meràle ed' é megghie pe ttèieche ca te càuse la vòcche, ci nén vù avè u meràle ind'alle sìenze. Fàtte le cazze tàue…mo stè ci te le fàsce fà! La lite, alquanto accesa e furibonda, veniva smorzata dall'intervento della figlia dell'accusata, prima che le contendenti arrivassero alle mani: Verghegnìteve, ve stàiete a cazzà comm'a dó pórche pe nu meràle ca nèn ènghie la fàlte a nesciàuene. Segnerì, ci nén vu lésse attecquàte u meràle, purtatiu'a càsete é mittatìue ngàule, Criste méie preddùneme tàue! U tìtte è de tùtte é nen zì facénne la papalucchétte. Durante la bella stagione i panni asciugavano rapidamente, ma nel periodo invernale come ci si comportava in caso di pioggia? Si ammucchiavano nei canestri e si riportavano in casa in attesa che la pioggia terminasse. Se questa era duratura e insistente (métìzze), i panni si adagiavano sulle spalliere delle sedie, mentre le lenzuola si lasciavano asciugare al calore della frascéiere (braciere). Una volta asciugati i panni, li si stirava con un attrezzo, detto appunto fìerre de strà, consistente in un recipiente dalla forma ogivale, simile a quella d'un'imbarcazione, perché, come in quella, l'estremità anteriore a carena fendeva le pieghe degl'indumenti (più che dei panni) e permetteva, come una prua, il passaggio della parte grossa dell'attrezzo (caldaia), pieno di carboni. Il recipiente era coperto da un chiusa ribaltabile, su cui era impostato un manico, con cui lo s'impugnava. Quando il ferro doveva essere sollevato, bisognava bloccare con una sorta di nottolino il coperchio alla caldaia. Sui fianchi in basso erano disposti fori, che permettevano la combustione dei carboni (carvàuene appecciàte). L'uso del fìerre de strà esigeva un piano fermo (tavolo o asse di legno) su cui effettuare la stiratura. Per dare una stirata meno metodica alle lenzuola, tenute tese alle estremità da altre due persone, era usato lo scalfalìette, che, come dice il nome, serviva a scaldare le lenzuola nel letto, prima di coricarsi tra esse. Era un recipiente di ferro, rotondo come un tegame e munito di lungo manico saldato lateralmente. Nel recipiente (caldaia) si ponevano carboni accesi. Quando il diavolo ci metteva la coda, il lenzuolo sfuggiva alle mani di un addetto ai lavori con la conseguenza che alcuni carboni ardenti cadevano a terra e anche qui non mancavano le invettive contro il malcapitato: Pizza méràien'a mequàte, tìene re mméne de recótt'a frèsceche, allàsse tùtte e và mmézz'a la villa addó stònne r'acéddere, scettà u venéine dé nghénne! Risposta: Menè, mìttete re mméne ind'all'acqua frèsceche. Arrecùrdete cà ci vu chémbà vécchie ménge picch'è nén de pegghià bàile! Questo quadretto di vita quotidiana d'un tempo, che fu, è incitamento alla riflessione su una concomitanza di mutamenti di tecniche e mutamenti di costume. Scomparsi gli strumenti di quel vivere (tini, procedimenti di lavaggio, modi d'asciugare e stirare i panni), scompaiono anche ovviamente le parole che li designano (scalfalìette, frascéiere, meràle, stascìedde), ma scompaiono anche le situazioni e i coloriti dialoghi, provocati da quegli usi. E purtroppo per i nostri affetti scompaiono le persone, di cui quegli usi erano esperienze quotidiane.
Autore: Cosmo Tridente
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