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“Politica e Potere. 2000 anni di intrighi e corruzioni” all'Università Popolare di Molfetta Relatore l'avv. Scardigno: “Il collegamento con l'epoca romana sorge spontaneo qualora, per l'epoca moderna, si parli di corruzione. Perché pur essendo figli alla lontana di quel popolo, nulla è cambiato”, questo l'esordio di Scardigno all'incontro tenutosi nella sede molfettese dell'università
02 dicembre 2010

MOLFETTA - L’ultimo incontro tenutosi presso l’Università Popolare di Molfetta ha visto la presenza dell’avvocato Giuseppe Scardigno in qualità di conferenziere su: “Politica e Potere. 2000 anni di intrighi e corruzioni. La corruzione nell’antica Roma e ai nostri giorni”.
Dopo il caloroso saluto profferto al numeroso pubblico in sala da parte della professoressa Ottavia Sgherza Altomare, presidente dell’università molfettese, e dopo una breve presentazione effettuata dal vicepresidente in carica, Antonio Panunzio, sulla personalità del relatore, di cui son state tratteggiate le linee essenziali di un corposo curriculum vitae, l’uditorio è stato immediatamente addentrato nel vivo dell’argomento.
Scardigno ha subito informato il pubblico della metodologia “a tappe” che avrebbe seguito nel descrivere i punti salienti in più di duemila anni di storia, scusandosi preventivamente sulle eventuali e inevitabili omissioni che l’ampiezza dell’argomento gli imponeva di realizzare.
“Il collegamento con l’epoca romana sorge spontaneo qualora, per l’epoca moderna, si parli di corruzione. Perché pur essendo figli alla lontana di quel popolo, nulla è cambiato”. Così ha esordito il relatore, mostrando chiaramente, sin dalle sue prime parole, l’intento polemico e provocatorio al tempo stesso di affiancare due realtà tra loro così lontane e così diverse per tanti aspetti, persino per quanto concerne il  versante degli “intrighi e corruzioni”, tanto copiosamente testimoniato dagli autori antichi.
Alla fine del VI sec a.C., Roma conosce la sua prima svolta istituzionale, passando dal regime monarchico, che aveva caratterizzato la prima fase della sua esistenza, al regime repubblicano. Roma “res publica”, Roma che, come ricordava lo storico greco Polibio, aveva la migliore forma costituzionale che un popolo potesse darsi perché costituzione mista. Al suo interno, le tre forme istituzionali di monarchia, aristocrazia e democrazia erano ugualmente rappresentate e in equilibrio tra loro a garantire il corretto funzionamento dell’apparato statale. Eppure Roma conosceva la corruzione e la condannava. O meglio, l’avvocato Scardigno ha precisato che: “ciò che a Roma veniva condannato non era il fenomeno della corruzione in sé quanto piuttosto il suo uso improprio”. La condanna giungeva dunque nei confronti di coloro che avessero messo a rischio, con il loro spregiudicato uso della corruzione, l’equilibrio politico; un equilibrio che si reggeva proprio sul gioco di clientele e patronato e che da esso si alimentava. È il II sec a.C. a veder i primi segni di una corruzione che si potrebbe definire quasi “moderna”, sorta in seno ai forti squilibri sociali provocati dalle grandi vittorie di una Roma che si avviava a divenire “caput mundi”, in seguito alle favorevoli conclusioni delle guerre puniche.
Uno dei casi di corruzione maggiormente documentati si verificò proprio in Sicilia, la prima provincia romana ad esser stata costituita all’indomani della prima guerra combattuta contro i cartaginesi.
E il primo grande “corrotto” fu Verre, governatore della suddetta provincia, che elargì enormi quantità di denaro, pur di ottenere la vittoria alle elezioni, preoccupandosi di “acquistare voti” sia tra i suoi sostenitori che tra gli stessi antagonisti alla sua politica. Una corruzione dunque ad ampio raggio la sua. Una corruzione che a noi ricorda tanti casi famosi della “nostra Italia”.
 A tale proposito. Scardigno sostiene di poter individuare, nella storia di Italia, tre fasi di corruzione: gli anni ‘50-’60, che videro il passaggio da una corruzione elitaria, quale era stata quella del’Italia post-unitaria, a una corruzione su più vasta scala.
A seguire, gli anni ’60-’80 hanno invece registrato la corruzione di banche e logge massoniche. Per gli anni ’90 e fino ai nostri giorni, nella terza ed ultima fase da lui delineata, l’avvocato parla di una vera e propria “legalizzazione della cultura della corruzione”. Da tangentopoli a calciopoli tutti gli atti illeciti sembra vengano tollerati.
E se il richiamo alla corruzione affonda le sue radici in quel mondo di Roma, di cui pur siamo figli, la corruzione dei nostri tempi è molto meno tollerabile e molto più condannabile. Questa l’inevitabile conclusione di un discorso che, sin dalle prime battute, aveva registrato il sostanziale divario tra un mondo, quello romano, in cui il governo era nelle mani di una èlite di potere che si appoggiava a una grande massa di clienti per sopravvivere nella sua stabilità e un mondo, quello moderno, in cui il popolo è sovrano e a cui si dovrebbe rimettere un potere decisionale scevro da ogni forma di condizionamento.

 © Riproduzione riservata

Autore: Daniela Gesmundo
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Fra una psicologia arcaica e comportamenti postmoderni, gli italiani sono una società in bilico. Si sono liberati delle ideologie, del Partito comunista e della Democrazia cristiana, della storia, del socialismo, della religione(?), ma nel profondo continuano a pensare come negli anni Cinquanta, Quaranta, Trenta. Un miliardario ha assunto la guida politica di uno schieramento, e i “poveri” l'hanno votato sperando di approfittare di qualche briciola del banchetto dei ricchi. Dopo le ipocrisie passate, la parola “destra” è divenuta pronunciabile nei salotti e fra gli intelligenti. Ma l'aspetto più vistoso della grande trasformazione degli ultimi decenni è che il declino della politica ha messo allo scoperto un'Italia euforica e brutale, in cui contano le logiche di clan e di cordata, il potere esibito, e il denaro, le donne, gli amori, il successo sono trofei d'obbligo. Di fronte alla “post-Italia”, la sinistra balbetta, nel timore che questo stato di cose sia ormai la vera autobiografia e antropologia della nazione. Nella cultura, un residuo elitario impedisce la comprensione dei fenomeni popolari. Il giornalismo espone figure ingombranti, sempre più inclini a intervenire direttamente sulla politica. Il ritratto italiano, o post-italiano, più nitido e senza scampo lo offre la televisione, con gli spettatori appiattiti sulle curve dell'audience: è un'Italia deideologizzata, demoralizzata, scristianizzata, un paese da talk show confusionario, in cui il sentimentalismo e la ferocia, le caratteristiche di sempre, vengono proiettate in una dimensione che non è vera e non è falsa, ma sembra più vera del vero.

“The law is the law is the law” – a molti nostri connazionali questa massima deve apparire come un'insopportabile tirannia del formalismo. Forse si sentono piú a loro agio con quest'altra formula: “estado de opinión”, usata nei regimi demo-autoritari sudamericani per sottolineare il contrasto con lo “estado de derecho”, la tensione tra il governo dell'opinione di chi governa e il governo della legge. Forma e sostanza non sono due opposte dimensioni della democrazia perché senza procedure che limitano l'azione politica non c'è sostanza democratica in quanto a contare non sarà l'opinione generale ma un'opinione di parte, non importa quanto grande. In altre parole, violare le norme che mettono in pratica il principio di eguaglianza si traduce in una violazione della sostanza democratica che è appunto l'eguaglianza. Ecco perché mentre la legge è sempre al nostro servizio, l'opinione di chi governa non lo è necessariamente. Questo vale soprattutto quando si ha a che fare con un diritto politico fondamentale come quello elettorale. Perciò, in casi estremi, quando ci sono dubbi o evidenti scorrettezze è al potere giudiziario che la democrazia si rivolge (un potere che, vale ricordarlo, è anch'esso democratico). Fino a quando esiste un accordo tra l'opinione politica e la legge allora vale la massima “the law is the law is the law”. Quando invece c'è disaccordo tra opinione e legge ad avere la precedenza è la sostanza che consiste appunto nella preferenza di una parte – la massima diventa allora “estado de opinión” contro “estado de derecho”.

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