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Molfetta negli scritti del poeta Rafael Amato
15 ottobre 2008

Dobbiamo all'amicizia, se, donati con altri libri di Vincenzo Zagami alla biblioteca di quartiere, che porta il suo nome, possiamo leggere alquanti libri, forse inesistenti altrove, del poeta oriundo (1). Rafael in una citazione nominativa onorò l'amico così “… hombre de leteras […] compañero de mi juventud y de juegos infantiles…” (g, “carta” XXIII); il professore con l'accoglienza nella visita del poeta a Molfetta e con l'ufficio di precone e recensore dei suoi libri sul “suo” giornale. (2) Raffaele, nato undicesimo “a orillas del mar” (in riva al mare) in una famiglia di pescatori poveri e “en una ciudad milenaria y oscura”, “in un ambiente avverso alle mie inclinazioni” (a, “A los lectores”), ancora fanciullo fu dal padre, Domenico, avviato alla vita marinara. Crebbe nel rione “Camere nuove”, dove nella sua visita alla città natia Rafael cercò al n. 24 la sua casa, che non esisteva più, né v'era “la escalera por donde tantas veces subí [salii] como un gato noches y días”. Restava invece l'edificio antistante, nel cui andito egli aveva giocato con gli amici nei giorni d'inverno (g). Di sé bambino dice all'alter ego (g), che tornerò a citare: “Molfetta le cui strade ti videro passare scalzo e brividente per il freddo in un tempo di fame nera”; “… tuviste [avesti] muchas penurias y privaciones” continuando “però, siccome non avevi coscienza di ciò, non ne soffrivi, anzi vivevi felice nel tuo mondo” . Nei versi “A Molfetta” (b) così descrive la sua felicità: “…cuando era niño / desde lo alto de una terraza / seguía el vuelo de los gaviotas [gabbiani] que se llevaron [portarono] mi alma”. In “Canto a mi ciudad” (e) si susseguono i ricordi della città lontana: “La Paranzella, las vibrantes campanadas, / mi madrecita, la sensillez [semplicità] del poblado”, “las calles silenciosas”, le “guerrillas de muchachos”, la “Lanterna […] orgullo del marinero”. Non mancano paraboliche lodi di Molfetta: “nombre de antiguo linaje” (nome d'antico lignaggio), “ciudad heroica de nuestra historia”, “aroma del mar”. Nella sua visita non omise il molo, “dove tante volte io andavo ad aspettare mio padre, quando ritornava dalla pesca” (g). Le sue inclinazioni, di cui sopra e che egli cita sovente, sono la sete implacabile di conoscere nello spazio terracqueo e nel letterario. Essendo stato dal padre, Domenico, “sometido desde los ocho años a los rigores del mar”, non studiò, ma conobbe i porti d'Alessandria, Tunisi, Salonicco e gli equipaggi molfettesi, che li frequentavano. Nel 1910 a Port Said, imminendo la guerra italo-turca per la Libia, il padre l'affidò al nostromo d'un vaporetto diretto a Brindisi. A bordo conobbe Cristina, una bambina, che rievoca negli angosciati versi di “Primer amor” (a): “…quando ci separammo, sentii naufragare il mio cuore [aveva dieci anni!], senza sapere perché”. Altre esperienze furono significative, per una delle quali con soldi prestati ricorse ai servigi d'una fattucchiera di Bari. Riposò infine s'un legame definitivo in Argentina. Vibrante la dedica di “Balada de amor: “a la madre de mis hijos, a la esposa, a la amante, a la novia… a la que hizo felices mis dias”. Ne ebbe quattro figli, ben avviati: un capitano di lungo corso, un ingegnere navale, una professoressa di musica ed una maestra. La “Carta a mi otro yo” (g, Lettera al mio alter ego) è scritta a bordo del “Río Cincell”, un vapore comandato dal figlio primogenito e che da Napoli li sta riportando a casa. Erano passati più di cinquant'anni dal suo primo approdo nel 1923 a Buenos Aires. All'Argentina confessa intera e devota la sua riconoscenza dopo una vita d'espatriato nostalgico, di senzapatria. Ai figli raccomanda in una dedica (d): “Es vuestra Patria: defendedla y amadla como si fuera vuestra madre”. Un altro grande amore coltivò sempre Rafael durante tutta la sua vita marinara e fluviale, la madre, morta a 94 anni e cui diresse la dedica di “Ventana al río”: “Fuiste mía primera religión, en cuya doctrina de amor deposité toda mi fe”. Torno al giovane marinaio, che nella prima guerra mondiale fu operaio in trincea e alla fine d'essa ebbe anch'egli anni difficili: “… vagando per il paese senza lavoro e senza mezzi; la mia famiglia si sosteneva appena con la vendita d'alcuni oggetti di casa e qualche volta con la mia esigua pesca sui moli di Molfetta” (f). Poi lavorò su navi da carico e conobbe la Gran Bretagna, gli Stati Uniti, La Russia, l'Africa. Durante i viaggi in Africa cominciò a studiare e ad approfondire la problematica sociale, la cui coscienza lo rese insofferente dell'ingiustizia e sostenitore della lotta. Lottò anche a Buenos Aires e pagò con arresti durante uno sciopero dei marittimi. Nei versi “A Juan Pueblo le enseñaron” (c) è un'amara constatazione: “Gl'insegnarono ad essere buono; / e, quando volle aiutare i suoi fratelli, / lo carcerarono. / Gl'insegnarono ad amare la pace; / e, quando uscì in strada per gridarla, / lo carcerarono. / Gl'insegnarono a difendere la libertà; / e, quando inalberò la sua bandiera, / lo carcerarono. / Poi gl'istruirono un processo sommario: / “È un soggetto pericoloso…” / e lo condannarono / il giudice e il commissario”. Colma di spirito libertario e di volontà di lotta è la poesia “Madres de América” (c), in cui il poeta inneggia ai diritti umani e al coraggio delle donne argentine. Quanto al suo corso di studi, esso fu necessariamente irregolare e fu iniziato in Buenos Aires all'Università popolare della Boca (sobborgo e sua dimora), che dovette lasciare. Allora cominciò un'autodidassi letteraria con il Don Chisciotte. I libri divennero “mis mejores amigos”. E in una scuola d'una città della “provincia” d'Entre Ríos ebbe docente, collocutrice in contrapposti ma tolleranti dibattiti ideali ed amica un'italiana già diplomatica, rimasta lì ad insegnare letteratura, storia, mitologia, arte. L'amicizia proseguì nella forma epistolare, donde il libro “Cartas a Maria” (1967). Nei suoi scritti sono echi di Foscolo e di Neruda (anche citato), ma la citazione di Leibniz, la celebrazione dei “martiri dell'ignoranza e dell'oscurantismo” Campanella, Moro, Bruno, le esaltazioni (c, “Canto a Italia”) di musicisti, scrittori, artisti italiani non à dato sapere quanto derivino da conoscenze dirette. Certo la mitologia greca, frequente nei suoi scritti, ricevette qualche cura. Ma la poesia più sicura è quella dei grandi spazi, del cielo, del mare, delle notti stellate o lunate, dei silenzi, delle procelle, della solitudine e, meno sicura, degli spazi al di là del visibile. Quando dalla contemplazione passa alla “filosofia”, Rafael mostra tutti i limiti d'una preparazione autodidattica. La raccolta “Desde el río “ è un quasi ininterotto canto in prosa del fascino, che la navigazione fluviale esercitò sul navigatore- contemplatore. Le esperienze culturali infatti non furono disgiunte da quelle del lavoro. Rafael, che aveva conosciuto tutti i mari, in Argentina fu navigatore di fiumi, in particolare dell'Uruguay, fiume di frontiera tra stati sudamericani. Ma nella sua poesia per il fine proposto interessano il rapporto nostalgico, la caparbietà del molfettese che con impegno tenace riesce a “salire” e non ripudia Molfetta, ma, quando può, vi torna con la moglie e il figlio capitano, rivisita i luoghi della puerizia e adolescenza con emozione e qualche delusione, che non esita a confessare: “Nulla di straordinario è degno di menzione, tranne ciò che esisteva un secolo fa. Dove potrebbe essere abbellita da frondosi e ombrosi alberi, si vede solo la fredda e dura pietra che, sebbene ci ricordi l'antichità storica delle sue fondamenta, è per converso un po' indifferente all'estetica dello spirito del nostro tempo” (g). E biasima l'assenza d'una “verdadera industria”, un “vital commercio”, forse eco della battaglia per uno sviluppo moderno della città, condotta da Zagami “su Molfetta nostra”, i cui fogli quasi sicuramente raggiungevano Amato in America, e rampogna anche la permanenza di “costumbres medievales, tradiciones religiosas ya inconcepibles en esta hora”. Delusione anche per le “caras estrañas” (facce ostili) e le domande in un dialetto quasi dimenticato (¿Donde vienen, quiénes son, que buscan?”), per cui i visitatori sono intimiditi, titubanti come in una città d'incubo. Ma conclude con la soddisfazione d'aver realizzato il vecchio sogno di vedere di nuovo “el suelo de mi nascimiento”. E a tutto nella sua “patria”, “culla”, “terra nativa” (g) dice mentalmente: “adiós para siempre!” “L'angoscia mi produsse un pianto che repressi”. Così andò via dalla sua ciudad il poeta molfettese-argentino, che “En la distancia jamás te pode olvidar”; ma da ragazzino, “Mentre tu [la città] nelle notti serene dormivi… io […] sognavo di partir verso l'immensa lontananza d'orizzonti” ” (e, “Canto a mi ciudad”). Precoscienza d'un destino o forte volere d'esso.
Autore: Antonio Balsamo
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