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MoDem, il Movimento Donne e Minori: “ex vittime per sempre”
13 maggio 2012

MOLFETTA - Nasce ufficialmente il 19 dicembre 2011. «MoDem – Movimento Donne e minori» è un’associazione culturale, no profit, scaturita dall’incontro su un social network costituito da un gruppo di donne, in cui erano presenti per la maggior parte vittime e/o ex vittime di violenza. Conosciutesi casualmente, dopo aver confrontato le proprie esperienze di vita, alcune hanno deciso di mettere a frutto anche il proprio bagaglio professionale creando tra loro, sin da subito, un forte sodalizio.
L’associazione nasce dapprima attraverso l’opera dei soci fondatori, Marzia Schenetti (presidente ed ex vittima), Domizia Galli (tesoriere), Antonella Labianca (vicepresidente) e Roberta Bruzzone (segretario e consigliere), cui si è aggiunta nel mese di marzo Paola Corsignano Carrieri (consigliere).
Il loro unico obiettivo è quello di unirsi nella lotta alla violenza nei confronti di donne e minori per la divulgazione di un nuovo modo di fare informazione socio-culturale sul tema della violenza, dello stalking e del femminicidio, temi che stanno diventando vera e propria piaga sociale.
L’esperienza diretta di ex vittime unite al pugno saldo di figure di spessore umano e professionale sono le caratteristiche imprescindibili e fondamentali della neonata associazione. L’intento principale del MoDem è creare una ramificazione su tutto il territorio sulla base di un gruppo di sostegno reciproco (auto-aiuto) chiamato «Rete antiviolenza» presente sul social network Facebook. Infatti proprio per questo motivo si cerca la massima collaborazione dei centri antiviolenza e di tutti quegli enti e associazioni che si occupano delle violenze su donne e minori al fine di poter dare sempre informazioni tempestive e adeguate.
Tra i progetti principali, oltre all’organizzazione di dibattiti aperti al pubblico con dialogo e confronto diretto attraverso le testimonianze di donne che sono uscite dalla violenza, l’associazione MoDem, in collaborazione con la Casa Editrice Il Ciliegio, ha già lanciato il progetto «Tu racconti, io scrivo»: la possibilità per le donne ex vittime di violenza di poter raccontare e pubblicare la propria storia.
L’associazione ha creato un sito ufficiale in cui confluiscono tutte le notizie riguardanti i vari convegni e gli eventi organizzati dal MoDem, ma anche il luogo più idoneo per reperire tutte le informazioni necessarie a creare una rete con le associazioni antiviolenza aventi sede in tutta Italia (https://modemmovimentodonneeminori.wordpress.com/).
«L’obiettivo determinante della nostra associazione è quello di dar voce a chi subisce, in tempi e nei tempi che possano permettere non solo la sopravvivenza ma soprattutto la ricostruzione della propria autostima e di conseguenza la dignità - sostiene la presidente Schenetti -. Il motto, infatti, dell’associazione Modem è “ex vittime per sempre”».
Insomma, si è o si potrebbe essere “vittima” per il caso della vita. Uscire da questo stato, però, non sempre è determinato dalla sola forza della persona, ma dall’intero sistema, da quello giuridico a quello assistenziale, che devono permettere alla stessa vittima di tornare a una esistenza normale e recuperare la sua dignità e il suo essere individuo.
Troppo spesso, per non dire quasi sempre, per molto tempo la donna resta sola e indifesa, obbligata a sostenere situazioni e vivere stati d’animo insostenibili anche per un essere umano. Spesso accade che le donne vittime di violenza siano costrette a vivere senza mezzi di protezione adeguata, ad abbandonare tutto ciò che appartiene al proprio vissuto e al proprio passato, a convivere quotidianamente con la paura e con il senso frustrante della non - giustizia, sole anche contro le stesse persone dalle quali reclamano la giustizia che spetta loro.
Anche quando nel migliore dei casi si arriva ad arrestare i soggetti che hanno fatto loro del male, poi arrestati e processati, queste donne devono subire l’umiliazione di vivere l’ambiente delle aule giudiziarie, degli interrogatori a volte senza scrupoli, di una certa categoria di avvocati, circostanze tutte che aumentano lo stato di isolamento, di frustrazione e di mortificazione in cui già vivono da tempo, procurando quasi la mortificazione del continuo obbligo alla giustificazione e di conseguenza l’innesto dei sensi di colpa.
Non è da molto tempo che si è iniziato a parlare di questi temi delicati e lo si comincia a fare anche tramite i mass media e nelle trasmissioni televisive. Purtroppo, oggi anche i format che sono utilizzati sono spesso a solo scopo di audience, così che la vittima finisce per essere strumentalizzata al solo scopo di fare spettacolarizzazione. In realtà, più che mettere a nudo le loro fragilità o tentare di scandagliare le loro esistenze fin nel profondo delle loro anime, queste donne sono rese ancor più inermi per la spettacolarizzazione della violenza, mentre sarebbe sufficiente lasciar parlare le vittime, saperle ascoltare e volerle ascoltare, dando le giuste risposte che rappresenterebbero una loro possibile rinascita.
Per questo MoDem intende mettersi a disposizione per dare voce a chiunque voglia essere ascoltato, rivendicando la propria identificazione sociale e mettendosi in prima linea per sostenere quanto spetta di diritto a chi ha subito una violenza. Tutto ciò sembra ovvio e banale, ma purtroppo non lo è: ciò che si chiede è il riconoscimento all’esterno della riconquistata normalità di persona e il riappropriarsi della propria identità come essere umano.
 
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Il doloroso quanto incivile e barbaro problema, si presentò subito dopo l'accettazione del peccato originale, commesso dai nostri progenitori e la conseguente cacciata dall'Eden. Si è sempre detto colpa di Eva, della donna: così iniziò il calvario femminile, accettato da tutte le credenze e fedi religiose del pianeta. Un giro storico è fondamentale. “Inconcepibile con la psicologia femminile, il genio è maschio….Genialità e mascolinità alla ennesima potenza” (Niceforo, 1943). Il fascismo accolse senza residui questa ideologia portandola alle sue estreme conseguenze. E' nella seconda metà dell'Ottocento, in ambito positivista che, dietro la rapida e vasta crescita d'interesse nei confronti della condizione della donna, il tema della “natura” della donna e della sua superiorità o inferiorità rispetto all'uomo viene dibattuto con particolare accanimento; ed è l'antropologia positivistica ad assumersi il compito non tanto – diremmo – di indagare e di spiegare, quanto di giustificare “scientificamente” lo stato di soggezione economica, sociale e giuridica della donna. Dibattiti pro e contro per dimostrare, in sostanza, la necessità di lasciare le cose come stanno. Lombroso in collaborazione del Ferrero avevano insistito sulla diversità, che poi sarebbe l'inferiorità fisiologica e sessuale della donna: “Anche la sensibilità sessuale, checché se ne dica, è minore nella donna. Ho conosciuto ragazze che sono assolutamente insensibili all'amore; alcune presentano resistenza invincibile perché refrattarie al sentimento, altre cedono solo passivamente, senza entusiasmo e senza preferenze……Essendo, dunque, la donna naturalmente e organicamente monogama e frigida, si comprende come le leggi dell'adulterio abbiano colpito la donna in quasi tutti i tempi, e non l'uomo”. Enrico Ferri ne fornisce inoltre la giustificazione “scientifica” o meglio teleologica: “Io ho darwinisticamente spiegato, che ciò si deve, nella donna, alla grande, miracolosa, funzione della maternità, che per mantenere la vita della specie, sottrae tanta forza alla donna creatrice, e la condanna ad un grado minore di evoluzione biologica. Il magistrato milanese De Giuli è della medesima opinione. “ Per sua costituzione fisica (la donna) è chiamata alla procreazione. Per istinto naturale, per inclinazione, per attitudine, è chiamata alle cure di casa”. Sessualmente minorata, dunque, e sospinta verso la maternità, da incoercibili leggi naturali, anche fisicamente inadatta al lavoro (argomento questo largamente usato per richiamarla in casa o, più spesso, per pagarla meno), la donna, essere biologicamente “a sé”, non può non risultare anche intellettualmente inferiore all'uomo. La donna imparò e ripetè talvolta ciò che gli uomini avevano fatto, non li percorse mai e non li riassunse. “Io sono piuttosto pessimista: io credo ad esempio che la donna non abbia grande potere di sintesi, e che quindi sia negata alle grandi creazioni spirituali” – Mussolini, 1925. Nelle ideologie teologiche contro la donna si avverte chiarissimo il riflesso di pregiudizi antichi, ed in particolare la massiccia influenza dell'antifemminismo cattolico, del misoginismo paolino : “Bonum est homini mulierem non tangere”. Un cammino tortuoso, ingannevole, pieno di trappole, non facili e di brevi soluzioni quello della donna.
La cultura al femminile stenta a decollare: le violenze fisiche e morali sono aumentate, anche rispetto al passato. La cultura “maschilista”, nonostante i grandi cambiamenti sociali avvenuti in questo secolo, continua a dominare e considerare le donne solo come espressione di bellezza, non di intelligenza. Il “maschile” continua a tenere banco. Forse, la colpa di tutto questo è in parte anche colpa delle stesse donne le quali fanno sempre affidamento al fascino del proprio corpo per essere considerate interessanti, importanti. Così si è sempre più discriminate e con situazioni ben più drammatiche. Si nasce femmine, donne si diventa, così come si nasce maschi, uomini si diventa: il problema culturale, forse, è tutto qui. Negli anni venti furono le sinistre ad affrontare il problema. Camilla Ravera, medaglia d'oro della Resistenza (nel 1982 sarà la prima donna senatore a vita della Repubblica), sostiene un aspetto della questione femminile audace non soltanto per i tempi, ma anche per il Partito Comunista al quale appartiene. Su L'Ordine Nuovo, il giornale di Gramsci, parla di diritto della donna al controllo delle nascite. Ma sono gli ultimi bagliori di speranza, prima che cali la notte del fascismo, che vuole la donna soprattutto forte e sana in funzione del figli che darà alla patria, come sosteneva nel 1925 una circolare dedicata ai fasci femminili. Lo stesso Mussolini, del resto, nel 1932 diceva: “Nel nostro Stato, la donna non deve contare”. La Chiesa è ferma a quanto ha scritto papa Leone XIII nell'enciclica sul matrimonio: “L'uomo è capo della donna, siccome Cristo è capo della Chiesa. Quindi, come la Chiesa è soggetta a Cristo, così le mogli eziandio debbono essere soggette ai loro mariti in ogni cosa”. Qui si spengono le luci, si spegna anche il Sole, scende il buio in tutto l'Universo. Spetta a noi DONNE, riaccendere le luci, far rinascere il Sole e vivere nella luce della VITA.
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