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Ma come mai siamo ancora razzisti?
10 novembre 2019

 E allora diciamola tutta: chi scrive è uno di quegli appassionati studiosi, e per giunta anche insegnante, di questioni storiche, sociali e politiche convinto che alcune aberrazioni del pensiero e della prassi, la maggior parte delle quali possono essere raggruppate sotto il nome di fascismo, nazismo e razzismo, non nascano come funghi all’interno di cloache residuali e irrilevanti delle nostre periferie, di cui prendiamo tristemente atto dalle cronache quotidiane, stupendoci sistematicamente, ma siano radicate in maniera molto più profonda all’interno di un comune sentire che non abbiamo mai completamente debellato.

La dimostrazione di questo assunto sta non solo nel fatto che tali cronache diventano sempre più frequenti fino a passare, talvolta, inosservate, ma nel fatto che, nonostante tali aberrazioni del pensare e dell’agire siano state responsabili dell’abisso morale in cui si è cacciato l’uomo europeo, imitato a ruota da quello sudamericano, asiatico e africano, la difesa di una presunta purezza della propria identità alberga, in maniera quasi orgogliosa, nelle radici e nel destino della tradizione del pensiero liberale che, a causa di questo implicito presupposto, spesso colpevolmente tace e segretamente plaude alla deriva ormai quotidiana di giovani che, nella loro ricerca di protagonismo, decidono di infangare la dignità dell’altro, del più debole, dell’indifeso, della donna, dello straniero, del mendicante.

Partiamo intanto da una considerazione storiografica: pensare che il razzismo, inteso come manifestazione di supremazia o gerarchia, a motivo della razza e non solo, di un uomo su un altro, sia stato un fenomeno in cui siamo incappati per caso a causa dell’alleanza contingente con i cugini tedeschi, ormai disconosciuti, o, al limite, a causa di un abbaglio preso per un ventennio pieno dalla nostra italica volontà di potenza, storicamente purtroppo ridimensionata, è una favoletta autoassolutoria alla quale bisogna smettere di credere e che, se vogliamo seriamente uscire da un impasse morale con pochi precedenti, dobbiamo anche smettere di insegnare ai nostri giovani, rendendoci, invece, pienamente responsabili della costruzione della realtà che mettiamo a disposizione delle generazioni a venire.

Nel 2005 lo storico del colonialismo italiano Angelo Del Boca pubblicava un interessante testo dal titolo Italiani, brava gente?[1] in cui, mettendo a tema la violenza peculiarmente italiana esercitata soprattutto nelle vicende coloniali nel Corno d’Africa e nella difficile soluzione della convivenza ai confini con i Balcani, emergeva che il razzismo era ben radicato in quell’ambiente politico e sociale che aveva preceduto l’avvento del fascismo nel 1922 e, quindi, conviveva perfettamente senza soluzione di continuità con il liberalismo italiano, con quella che siamo soliti definire destra e sinistra storica.

Ciò che emerge dalle considerazioni dello storico è che una buona dose di razzismo sia stata istillata sin dall’inizio nella costruzione dell’italianità e che quella costruzione dell’italiano, che definiamo provvisoriamente medio in attesa di chiarirlo ulteriormente, funziona ancora oggi all’interno di un immaginario comune ed una logica tutta occidentale, palesemente razzista, che tende a delegittimare l’altro per primeggiare, stabilendo evidentemente gerarchie tra esseri umani.

Eppure, in tutto ciò resta un aspetto poco chiaro, se non proprio paradossale: se il razzismo è una dottrina che afferma l’esistenza di gerarchie tra le razze umane, così come aveva stabilito la biologia durante tutto l’Ottocento e il primo Novecento al servizio della politica e dell’antropologia colonialista, per poi ritenere che non esistono le razze, quando si è posta al servizio della politica e dell’antropologia anticolonialista, oggi che senso ha parlare ancora di razzismo?

Potrebbe esserci un velato pregiudizio nell’assunto precedente, in realtà è molto più radicato di quanto possa sembrare in chi scrive, cioè che la biologia, così come le scienze non umanistiche, che ci dicono le cose in cui dobbiamo credere con assoluta certezza, non sono così autonome, ma sono asservite a logiche e strategie di potere che si annidano nei discorsi e nei dispositivi di autorità che vengono diffusi capillarmente dalle strutture preposte alla costruzione del sapere collettivo.

Ad ogni modo ci ritroviamo qui ancora a parlare di razzismo, ovviamente risemantizzato, non più legato ad una differenziazione biologica, propriamente razziale, ma segnatamente culturale, religiosa, legata a differenze riguardanti presunti livelli di civiltà raggiunti dalla nostra a fronte di quella degli altri. Questa palese manipolazione di idee e concetti, che si fissa in pregiudizi e gronda odio, operata da imprenditori politici, cioè di personaggi che ricavano facili guadagni in termini elettorali da tali costruzioni del nemico, è radicata profondamente all’interno di una logica che comincia nell’idea deteriore di un liberalismo, ridotto alla tolleranza verso qualsiasi tipo di stortura intellettuale considerata innocente opinione, e finisce in un individualismo, imparentato con il precedente, che crede ancora nel mito del più forte e nella lotta per la sopravvivenza, soprattutto in campo economico e non importa se questa logica calpesta sistematicamente qualcun altro.

Allora il punto non è tanto, come argomenta magistralmente P.-A. Taguieff in un testo dal titolo Il razzismo. Pregiudizi, teorie, comportamenti[2], “perché essere antirazzisti?”, giacché la nostra società attuale, che contempla forme di bullismo adulto sia nelle manifestazione della vita quotidiana sia nella politica nazionale e internazionale, ma poi corre indignata ai ripari se riguarda i propri figli indifesi, troverebbe sempre un motivo per prendersela con il più debole, ma “come mai siamo ancora razzisti?” o, meglio, per cercare di essere costruttivi, “cosa possiamo fare per estirpare la narrazione, che ancora sopravvive, fondata sul razzismo?”.

È chiaro che qui qualcosa nella scuola, e nei sistemi educativi in generale, non ha funzionato, perché se, dopo l’esperienza parossistica del fascismo, i nostri giovani non hanno compreso che il razzismo è infondato e, per di più, figlio di una logica prevaricatrice lesiva della dignità dell’uomo, allora significa che o i nostri docenti non l’hanno spiegato, colpevolmente o meno, oppure che la scuola non è in grado di elaborare efficaci costruzioni e risemantizzazioni della realtà e soccombe davanti a quelle asservite alla politica, all’economia, ad agenzie che diffondono valori assolutamente compatibili con la tenuta del razzismo, della violenza verbale e fisica e dell’esclusione sociale.

Nietzsche affermava nella Seconda considerazione inattuale che lo studio della storia, quando si fa monumentale, tesa ad elevare il passato glorioso, «spinge il coraggioso alla temerarietà, l’entusiasta al fanatismo; e se si immagina questa storia nelle mani di uomini dotati, di fanatici malfattori, imperi cadranno in rovina, principi saranno uccisi, scoppieranno guerre e rivoluzioni»[3].

Se, dunque, non vogliamo incappare nuovamente nel presagio di morte di Nietzsche, ultimo profeta della modernità, allora occorre provare a costruire nelle nostre scuole una nuova narrazione della storia e della cultura occidentale, al limite anche manipolandola responsabilmente con qualche omissione che sarebbe proprio il caso di dimenticare. L’obiettivo potrebbe essere quello di cercare di invertire il dominio dell’uomo medio, della medietà, paradossalmente scaduta al rango dell’ignoranza, e recuperare quella tradizione che vede nella medietas la qualità principale dell’uomo saggio, in grado di perseguire principalmente la virtù, che sta sempre nel mezzo, per costruire una società più equa e inclusiva, rispettosa dell’altro, giacché la strada della ricerca della verità non sempre conduce a risultati esaltanti.

Michele Lucivero

  

[1] A. Del Boca, Italiani, brava gente?, Neri Pozza Editore, Vicenza 2005.

[2] P.-A. Taguieff, Il razzismo. Pregiudizi, teorie, comportamenti, Raffaello Cortina Editore, Milano 1999.

[3] F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Sull’utilità e danno della storia, Orsa Maggiore Editrice, Torriana 1993, p. 292.

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