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“La bicicletta nera” del carabiniere eroe
15 febbraio 2019

Le complesse dinamiche che, nell’ora zero, inducono un uomo a compiere un atto di eroismo costituiscono il momento chiave della riflessione del romanzo La bicicletta nera di Maria Addamiano. La narrazione ripercorre la storia di Pietro, padre della scrittrice, appuntato dei Carabinieri Reali, il quale, il 9 settembre 1943, in condizioni di salute proibitive, con un atto di eroismo solitario (cui si accompagnavano, in varie zone del centro pugliese, altre gesta di cittadini coraggiosi) contribuiva, rischiando la vita, all’allontanamento dei tedeschi da Bitetto. La figura di Addamiano si staglia così con statura eroica in uno dei momenti più schizofrenici e difficili della storia italiana. Il romanzo trae il titolo dall’inseparabile bicicletta nera dell’appuntato, retaggio del servizio svolto a Catanzaro nel 1927, compagna del momento topico intorno a cui si annoda la vicenda. Il racconto muove dal giorno in cui, durante la prima guerra mondiale, la madre di Pietro, Domenica, riceve la cartulina di chiamata alle armi del figlio non ancora diciottenne e accusa un malore. L’evento si rivelerà foriero di sviluppi importanti; il giovane, uscito indenne dal conflitto, sarà arruolato nei Carabinieri e inizierà il suo percorso professionale ed esistenziale, sposando una donna molfettese, Rina, e costruendo con lei una famiglia, pur soggiacendo agli inevitabili continui spostamenti di sede tipici della vita di un militare. Subito, l’andamento del romanzo si rivela vivace, all’incrocio tra suggestioni di più generi letterari. Si avverte la nostalgia dell’autrice per la società arcaica di cui i nonni paterni, Chichella e Natale, incarnano gli emblemi. Un piccolo mondo che a tratti assume movenze d’idillio, perché i rapporti umani sembrano svilupparsi all’insegna di principi più sani, in una coralità contrapposta all’individualismo dell’attuale assetto sociale, ma non appare privo di difficoltà, legate alla fatica dei campi, all’abbandono degli studi (cui spesso anche ragazzi dotati come Prospero e Pietro stesso erano indotti) e all’irrompere della storia nei contesti agro-pastorali. Storia che strappa i giovani alle famiglie attraverso la leva obbligatoria e, in quell’epoca tragica, si manifesta con l’immanità di ben due conflitti mondiali. È tipico poi dell’Addamiano stemperare la drammaticità attraverso una voce narrante che ironizza e riconduce tutto alla dimensione del quotidiano, spesso virando verso toni fiabeschi o favolistici. Fiabesca è la magica operosità di Rina, simile alle eroine laboriose che poi finiscono spose di un principe (in qualche modo questo avviene anche nella Bicicletta nera). Quest’aspetto emerge anche quando si giunge al 9 settembre e l’autrice narra la rivolta di un’oca, umanizzandola e addirittura estrinsecandone i pensieri. Uno degli elementi di fascino del romanzo è proprio nell’oscillazione tra fiaba, per il tono incantato che spesso la narrazione assume, e la cronaca familiare, con il gusto di dettagli minuti, quali nomi e cognomi di parenti e vicini, con rispettivi figli, nuore, generi, a voler – con l’atto di ‘nominare’ i protagonisti di quel mondo silente e dolente, fatto di solidarietà tra vicini e congiunti – richiamare in vita un ordine che l’autrice sa ormai appartenere solo al passato. E poi c’è l’impronta della fede, visibile nella convinzione che San Giacomo abbia guidato Pietro nel momento di difficoltà, ma in generale percepibile nello sguardo fiducioso al mondo, pervaso dalla presenza divina anche quando essa si cela nelle volute degli enigmi di una storia indecifrabile e apparentemente dominata dal Male metafisico. Il romanzo non manca di una dimensione teatrale, per l’attitudine monologante dei personaggi, espediente che piace proprio per il fascino un po’ rétro che lo connota. L’opera è dunque innamorata riappropriazione della figura paterna e dell’intero nucleo familiare, dalla madre Rina, che recava in sé l’istinto all’arte (ereditato dai figli Natale e Maria), alla nonna Domenica, umile, dotata di energia e saldi valori come le matriarche del temps jadis. Lo scenario è quello di un’Italia che si lasciò trascinare dalla follia del fascismo sino a perpetrare la barbarie delle leggi razziali; un’Italia in cui non tutti (purtroppo oggi ancor meno) erano “brava gente”, ma si distinguevano famiglie ancora pronte a stringersi e far quadrato intorno ai membri della comunità, ancorché ‘forestieri’. Un barlume ancora vivo di ‘social catena’, a dispetto di tanti orrori e di tanta indifferenza. © Riproduzione riservata

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