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L'ospedale di Molfetta intitolato a don Tonino Bello Vescovo
15 luglio 2008

Anni e anni di un ospedale senza nome, poi una petizione con più di duemila firme; oggi, il sole a illuminare la stele con cui il nosocomio trova il suo nome. Un nome che parla di lotta, di confronto quotidiano con la sofferenza, ma anche di continua speranza e di vicinanza ai bisogni di ognuno. Alla cerimonia, oltre la popolazione, oltre i medici, i paramedici e tutti gli addetti sanitari dell'ospedale, oltre le personalità (tra cui il vescovo, Mons. Luigi Martella, il direttore della ASL Ba, avv. Lea Cosentino, il presidente della Regione, Nichi Vendola, l'assessore alle Politiche della Salute, Alberto Tedesco, l'on. Gero Grassi, il sindaco di Molfetta, Antonio Azzollini, il dirigente sanitario dell' ospedale, dott.ssa Annalisa Altomare) c'era un senso comune, un significato condiviso, che aleggiava presente e palpabile: l'ospedale di Molfetta trova il nome più giusto, più felice, quello che può indicare la rotta. Per un presidio ospedaliero che stava morendo, e che ogni giorno cerca la forza per rialzarsi e continuare ad operare ed assistere la cittadinanza, il nome di Don Tonino Bello Vescovo vuol dire più di qualcosa, più di una cerimonia, di scoperture di targhe, di benedizioni e di discorsi: vuole essere, speriamo - e la gente arrivata sotto il sole a questa cerimonia sembra crederci sul serio -, un imprinting, “una rinascita”, la chiamerà nel suo discorso Mons. Martella: “Oggi questo ospedale ri-nasce: dal nome di Don Tonino trarrà nuova linfa e nuove energie, indicando una strada, che coniughi sanità e umanità, scienza e coscienza”. Ad ascoltare, i fratelli di Don Tonino, Trifone e Marcello Bello, così come era stato in tante altre occasioni, a simboleggiare una presenza ininterrotta, una vicinanza continua di questo vescovo, anche se in forma diversa, a questa città. La vicinanza, la cura, traspaiono anche dalla frase incisa sulla stele scoperta dai due fratelli (molto bella: il liscio, con il suo volto, dentro la pietra grezza, naturale, aspra, “di scarto”): “Donaci occhi per vedere le necessità e le sofferenze dei fratelli. Occhi nuovi”. Sotto il tendone che a fatica riesce a contenere le tante persone, alcune in piedi, alcune sotto il sole, parlano la dott.ssa Altomare, l'avv. Cosentino, Mons. Martella, il sindaco Azzollini (“Dimentichiamo spesso che Don Tonino era prima di tutto un vescovo della Chiesa Cattolica: la nostra radice cristiana non deve passare in secondo piano. Oltre a questo, scriveva molto: era anche un uomo di verità. La verità, negli ospedali, è che in alcuni casi si è letteralmente ancorati agli operatori della sanità, al loro sguardo. Accade per gli uomini di ogni tempra. Per loro, gli operatori, un gesto dell'amore che Don Tonino insegna è rendere quello sguardo, rendere al malato in carne ed ossa un attimo del proprio tempo. Da questo nome, questo ospedale tragga la passione nella cura della sofferenza che era di quell'uomo che ricordiamo”), ma il ricordo probabilmente più bello, sicuramente più privo di retorica e di schemi cerimoniali, è quello di Nichi Vendola, che non lesina mai, in ogni occasione, di parlare di Don Tonino in termini di sfida intellettuale e morale non facile, spesso scomoda: “è sempre difficile fare i conti con una esperienza ingombrante come quella di Don Tonino. C'è il rischio di trasformarlo in un santino, di imbalsamare un pensiero vivo. La maniera giusta è quella di seguire la verità, e allora diciamola, la verità: questo ospedale era stato condannato a morte, noi abbiamo decretato che non morisse. Ma non basta: oggi, la sanità cure negli ospedali una percentuale di sani che va dal 20 al 70%”. Bisogna quindi distinguere tra sanità e salute. La salute si deve produrre dentro il territorio, nelle fabbriche, nelle periferie, negli ospedali si devono curare invece le malattie”. “Don Tonino parlava degli ultimi”, ha proseguito il Presidente della Regione, “e a don Tonino ho pensato durante la caccia ai rom, mentre bruciavano le baracche dei poveri. Lui era l'ultimo tra gli ultimi, come il samaritano di allora, come i rom di oggi, una pietra di scarto. Quando pensiamo che ci siano degli ultimi, noi bestemmiamo. 'Tu, tu e tu, è il singolare riverbero dell'immagine di Dio': questo diceva Don Tonino”. Poi vanno via tutti, le personalità, la gente comune, alla spicciolata. Resta sempre quel sole, con l'ombra che taglia a metà la pietra della stele, come a tracciare un confine, a porre un tramite. Restano il sole e l'ombra, resta la stele, resta il messaggio di quel volto che i medici entrando ogni giorno guarderanno negli occhi, e che racconta la poesia della sofferenza, che amare è voce del verbo morire, che la vita è nella cura, non solo nelle terapie.
Autore: Vincenzo Azzollini
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