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I nostri detti memorabili - Motti e riti settembrini
15 settembre 2006

Uno dei mesi più importanti per Molfetta, nel solco della tradizione, è settembre. È il mese dei solenni festeggiamenti in onore della Vergine dei Martiri, compatrona di Molfetta con San Corrado dei duchi di Baviera. È il mese della fiera di Molfetta istituita, com'è noto, nel 1399 e della sagra a mare della Madonna dei Martiri nata l'8 settembre 1846, come da me per la prima volta storicamente anticipato e documentato. Proprio alla Vergine dei Martiri si riferisce un detto marinaresco ormai in disuso: fa u scapëzzòënë dë la Mêdónnë, fare la pescata della Madonna. Precisamente u scapëzzòënë (voce assente dal Lessico della Scardigno) è la pesca a tratti, fatta con la rete a strascico calata ogni due o tre ore, operando delle interruzioni di traino, in modo da radere il fondale a intervalli. Ai tempi delle paranze, dopo aver sbarcato il pesce destinato alla vendita, le coppie di bilancelle veleggiavano di nuovo la sera del 6 settembre o la mattina del 7 per fare una o più calate di rete solo per procacciare il pesce a sé e alle proprie famiglie e, nel caso, anche per elemosina ai torzoni (pëcùëzzë) del convento di Santa Maria dei Martiri. Una volta si diceva: Mo së në véënë sëttìëmbrë chë la fica mòsscë / e ttuttë la mësquatéddë mó frënnèsscë. / Stòënë assè mêrnêrë a pëscà pisscë / e stòënë fèmmën'assè a friscë u pèsscë, Ora viene settembre con i fichi pendenti / e l'uva moscatella sta per finire. / A iosa i marinai pescano pesci / e stanno molte donne a frigger pesce. La quartina è un piccolo inno ai prodotti della terra e del mare, al lavoro dei pescatori e alla moltitudine di massaie intente alla frittura. Per essa, solo i più poveri dovevano accontentarsi della chêmêscë, cioè dell'avanzo di pesci piccoli di specie differenti venduti a poco prezzo, ma per gli altri nella padella finivano e finiscono triglie, naselli, razze, calamari, seppioline, totani, moscardini e altro ben di Dio. Nella varietà delle specie pescate, comunque, il pesce diventato emblematico del mese in questione era ed è la triglia. Dice infatti un proverbio: Trègghjë dë sëttìëmbrë e acchjàtë d'ógne ttìëmbë, Triglie di settembre e occhiate d'ogni tempo. Se l'occhiata (Oblada melanura L.) può trovarsi in diverse stagioni, la triglia migliore è ritenuta quella di settembre, perché più saporita e più grossa. Prima, infatti, è triglietta (trëgghjëzzòëlë) e ancor prima è novellame (ghëstënéddë o aghëstënéddë). L'«agostinella», propriamente, è il nome specifico del novellame estivo di triglie, specialmente agostano, ma per estensione vale anche per il misto fresco da mangiar crudo, fatto di triglioline, ghiozzetti, gamberetti, calamaretti ecc. altrimenti detto fragàgghjë. Le triglie, a loro volta, si distinguono in triglie di scoglio (Mullus surmuletus L.) e triglie di fango (Mullus barbatus L.), in dialetto dette rispettivamente trègghjë dë fórtë o trègghjë pènnë e trègghjë dë fènghë o dë mugghjë oppure trègghjë dë parênzë o dë ndèrrë. Settembre e la sua luna vengono invocati anche per le previsioni meteorologiche. Una piccola quartina monorima recita: Luna settembrìnë / séttë mêisë së strascìnë. / Ci nên zë lë strascìnë, / nên è luna settembrìnë, La luna settembrina / sette mesi si trascina. / Se poi non li trascina, / non è luna settembrina. In altre parole, se piove alla prima luna nuova di settembre, è probabile che ci sia pioggia nei sette noviluni seguenti. In Toscana si conosce un adagio quasi identico: La luna settembrina sette lune si trascina, oppure: Alla luna settembrina sette lune se ne inchina. Un altro proverbio ammonisce: Ci arë dë sëttìëmbrë fascë nu bbèllë sulchë, ma picchë rénnë, Chi ara di settembre fa un bel solco, ma poco rende. È un consiglio degli agricoltori: non conviene estirpare le erbacce di settembre, perché con le piogge settembrine attecchiranno presto altre malerbe. La dizione pugliese è una variante del tipo assonanzato toscano: Chi lavora di settembre / fa bel solco e poco rende. Dopo l'equinozio d'autunno ci sono due ricorrenze religiose in passato molto sentite a livello popolare: quella dei Santi Cosma e Damiano (26 settembre) e quella di San Michele Arcangelo (29 settembre). Per la prima scadenza i più devoti avvertivano per tempo familiari e conoscenti con una semplice frase: A sëttìëmbrë véënë Sên Gósmë e Miêmë o Sên Gósmë e Dêmiênë, A settembre viene il giorno dei Santi Cosma e Damiano. Il 26 settembre, comunque, è la ricorrenza del martirio dei “gemelli anàrgiri” e della festa liturgica, ma a Molfetta i festeggiamenti popolari e la processione curata dalla parrocchia di San Gennaro slittano alla mattina della seconda domenica di ottobre. A Bitonto, invece, sede di un famoso santuario dei Santi Medici, la festa “esterna” cade la terza domenica di ottobre ed è molto più imponente e impressionante, con la tradizionale "intorciata" caratterizzata dal lento e oscillante incedere di fedeli scalzi appesantiti da grossi ceri votivi e da forme di culto parossistico e diretto. Per i credenti affetti da qualche malattia, desiderosi di guarire, la processione dei Santi Medici (soprattutto a Bitonto, ma pure a Molfetta) è accompagnata da una forte tensione emotiva, ma al di fuori del contesto fideistico-taumaturgico, il passaggio dal sacro al profano è facile, per cui l'appellativo Sêndë Mìëdëcë o Sên Gósmë e Dêmiênë si applica scherzosamente alle coppie di amici o colleghi inseparabili. San Michele, a sua volta, è commemorato l'8 maggio, per l'apparizione dell'Arcangelo sul Gargano, e il 29 settembre, per la consacrazione del santuario garganico allo stesso arcangelo. Settembre allora, come e più di maggio, è diventato da noi il mese del pellegrinaggio al Monte Gargano (o Mòndë). Da secoli il pellegrinaggio è stato effettuato via terra e via mare. Nel Novecento il pellegrinaggio veniva fatto dai devoti soprattutto a piedi o con carri agricoli, torpedoni, motocicli e biciclette, specialmente in comitiva. Se il simbolo dei pellegrini jacopei è la conchiglia di San Giacomo e quello dei palmieri la palma santa di Gerusalemme, l'emblema dei pellegrini micaelici è la pènnë dë Sêndë Mëchéëlë, un piumaggio multicolore con cui si adornavano carri, cavalli, biciclette e motociclette, che era bello veder sfilare lungo le strade – un tempo assai meno trafficate – di Puglia. La “penna di San Michele” è il simbolo della lotta vittoriosa ma dura tra l'Arcangelo e Lucifero, che calpestato dal guerriero celeste, prima di precipitare nell'inferno, riuscì a strappargli coi denti da un'ala una penna variopinta. Da allora Satana viene eufemisticamente chiamato curë dë sòttë a Sêndë Mëchéëlë (quello sotto San Michele) e gli strumenti peculiari dell'Arcangelo, più che la lancia e il globo, in parecchie tradizioni iconografiche, compresa la nostra, sono diventati il brando di difensore cristiano (la spatë dë Sêndë Mëchéëlë) e la bilancia esattissima con cui pesa le anime (la vëlênzë dë Sêndë Mëchéëlë).
Autore: Marco I. de Santis
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