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Giornata dei diritti dell'infanzia, Molfetta città dei bambini e delle bambine
21 novembre 2015

MOLFETTA - “Siamo felici di passare con voi questa giornata perché come sta avvenendo in tutto il mondo festeggiamo la giornata internazionale dei diritti dell’infanzia. La convenzione Onu è stata firmata nel 1989 e come recita l’articolo 42 tutti tutte le bambine e i bambini devono sapere quali sono i diritti previsti e anche gli adulti devono conoscerli. Per questo doniamo a tutte le scuole dei quadretti con i 54 articoli della Convenzione spiegati in parole semplici dall’Unicef e chiediamo ai dirigenti scolastici di trovare un posto ben visibile in cui affiggerli in modo che tutti possano leggerli e ricordarseli. Io l’ho fatto all’esterno del mio ufficio”. Così il sindaco di Molfetta Paola Natalicchio ha presentato ai bambini incontrati questa mattina nel suo giro per le scuole dell’infanzia e primarie con l’assessore all’istruzione Betta Mongelli, l’assessore all’ambiente Rosalba Gadaleta e l’assessore alla cura della città Marilena Lucivero a cui sarà presto ufficializzata la delega relativa al progetto di “Molfetta città dei bambini e delle bambine”.

“Negli anni novanta si è lavorato molto in città con questa ottica – aggiunge il sindaco – poi ci si è preferito concentrare sui palazzi e sulle grandi opere. Invece sono convinta che lo sviluppo di una città si misura anche sul numero delle altalene, sull’incremento delle aree verdi e degli spazi pubblici per i bambini. Abbiamo lavorato per questo con Marilena sui parchi negli scorsi mesi. Qualche altalena è stata già vandalizzata, ma la rimpiazzeremo. Faremo di più. Nuovi spazi stanno per essere inaugurati come quello su banchina San Domenico e realizzeremo un progetto in Piazza Mentana. E poi convocheremo il Forum dei genitori. Ogni mese in una scuola diversa. Per ascoltare da loro e progettare con chi si prende cura ogni giorno del benessere dei bambini quali sono i loro bisogni e come possiamo lavorare in città per migliorare la loro vita”.

La giornata è cominciata nel giardino di Piazza Baccarini uno spazio pubblico della città vicino alla scuola Filippetto. Nei mesi scorsi i bambini hanno presentato al Sindaco un progetto di miglioramento e passo dopo passo lo si sta realizzando. E’ stata eliminato il gabbiotto arrugginito, sono state ripitturate le panchine, riparata la fontana, sono stati piantati nuovi alberi. Gli ultimi proprio stamattina. Tre salici piantumati dai piccoli alunni insieme agli operai della Multiservizi. Il 21 novembre, infatti, si celebra la Giornata nazionale dell’albero e la festa nelle scuole, che domani saranno chiuse, è stata anticipata.
Anche quest’anno il Comune di Molfetta pianterà un albero per ogni nuovo nato. I primi sono stati messi a disposizione gratuitamente dall’Arif, l’agenzia regionale per le attività idriche e forestali, e verranno piantati nei giardini delle scuole e negli spazi verdi dotati di impianti di irrigazione per assicurare alle giovani piante di crescere.

“Abbiamo recentemente approvato il piano di gestione degli spazi comuni: giardini, dog park, orti urbani. Lo presenteremo con Agenda 21 martedì 24 novembre alle ore 18.30 nella sala conferenze di Lama Scotella. Invitiamo i cittadini e le associazioni a partecipare perché ciascuno potrà ritagliarsi il suo spazio in città”, conclude l’assessore all’ambiente Rosalba Gadaleta.

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La vita familiare subì all'inizio del novecento una radicale trasformazione. La famiglia della classe media guadagnava stabilità ed intimità. Il crollo della mortalità infantile dimostrava che un maggior numero di bambini riusciva a sopravvivere oltre i primi anni di vita. Fratelli e sorelle si ritrovavano ad avere una minore differenza di età, senza più i divari precedenti causati dalle morti premature. I genitori avevano meno figli, giaccchè quelli che mettevano al mondo avevano maggiore probabilità di sopravvivere. Mentre i giovanissimi venivano allontanati dai luoghi di lavoro, si cominciò a percepirli più per il loro valore emotivo che quello economico. Tutti questi fattori rinvigorirono generalmente i legami familiari tra genitori e figli e tra sorelle e fratelli, rendendo così la famiglia un'unità più coesa e mobile. L'inizio del novecento vide anche nascere il coinvolgimento istituzionale nell'ambito del benessere dell'infanzia. Non fu più scontato che i genitori facessero o potessero sempre fare la cosa giusta nei confronti dei propri figli. L'industrializzazione e la conseguente urbanizzazione avevano dato adito a problematiche che il cittadino medio non era in grado di gestire, e le nazioni iniziarono a considerare il benessere dei propri bambini come critico per il futuro dello stato stesso. Si emanarono leggi rudimentali sul lavoro minorile; si crearono tribunali ad hoc. Nello sforzo di abbattere ulteriormente la mortalità infantile, lo stato promosse misure per la salute e l'igiene dei neonati. Furono formulati vaccini per fermare i danni della difterite, del tetano e della tubercolosi e la pastorizzazione del latte divenne uso comune……………………………………………….Freud aprì il cammino quando stabilì che le nevrosi dell'età adulta trovavano spesso origine nell'infanzia. Postulò inoltre che i bambini avessero percezione della sessualità quasi fin dalla nascita n- una visione decisamente anti-vittoriana. Melanie Klein sviluppò l'idea della psicoanalisi infantile, secondo cui i bambini rappresenterebbero nel gioco i propri sogni, desideri e paure. Negli anni venti, l'ambito della psicologia infantile si era decisamente affermato. Forse Twain aveva ragione quando diceva: “Meglio essere un giovane scarabeo che un vecchio uccello del paradiso”. Il vecchio ordine era giunto alla fine; i giovani erano curiosi e fiduciosi e percepivano che era giunto il loro momento. Avevano assistito a prodigi senza precedenti, voli di aerei, treni stridenti ed elettricità in funzione durante la notte. Qualsiasi cosa sembrava loro possibile, e, forse, con un po' di polvere magica avrebbero escogitato un modo per far sì che le mucche (o addirittura gli uomini) volassero sulla luna.-
L'effetto generale di tali traversie sui bambini che sopravvissero a quei tempi fu diversificato. Qualcuno, come l'umorista Harpo Marx, un bambino dei quartieri operai di New York, sopravvisse e rinacque. Nelle sue memorie scrisse, “quando ero bambino, non esisteva davvero futuro. Combattere per ventiquattro ore era già di per sé abbastanza duro senza la preoccupazione per il giorno seguente. Si poteva ridere del passato, perché eri stato abbastanza fortunato da sopravvivere. C'era di fatto solo un presente di cui preoccuparsi. Ma la povertà non ci ha mai scoraggiato o fatto arrabbiare. I miei ricordi sono piacevoli, pieni del suono delo canto e delle risa e pieni delle persone che amavo”. Altri bambini furono semplicemente costretti a diventare vecchi anzi tempo. La Rivoluzione Industriale diede origine ad un'ampia middle class che si distribuì all'interno e in prossimità dei grandi centri urbani inglesi, francesi e americani e la prosperità dell'entroterra permise anche a coloro che lavoravano la terra di mantenere un certo tenore di vita quantomeno in linea con gli standard ottocenteschi. Questo non significa certo che la vita fosse semplice. Ma la sopravvivenza di un bambino, anche in un ambiente migliore continuava a rimanere precaria. L'infanzia rimaneva una fase della vita in cui quasi la metà della popolazione incorreva in un'alta probabilità di morte. Al crescere del livello del benessere e di igiene crebbe il tasso di sopravvivenza. I bambini furono nutriti adeguatamente, nonostante le loro razioni consistessero essenzialmente di porridge con latte e pane, e, occasionalmente, di un cucchiaio di marmellata. I genitori dell'epoca vittoriana credevano nella rigida disciplina capace di assicurare, nel corso della crescita, l'adeguato contenimento dello spirito dei propri figli. Era piuttosto comune l'uso della verga, del bastone, e delle percosse in generale. Al fine di mantenere e forse di prolungare il periodo della presunta innocenza, grandi furono gli sforzi compiuti per assicurare che i fanciulli evitassero “l'irritazione sessuale”. Le ragazze cavalcavano sedute a lato della sella e solo raramente era loro permesso di indossare pantaloni. Vi era una vera e propria fissazione in merito al contatto sconveniente con il proprio corpo, che si credeva conducesse alla psicosi. Bagni freddi prima di coricarsi, mani legate, imbracature e fermi erano i rimedi utilizzati per i recalcitranti. Sul fronte progressista, l'educazione in precedenza dominio esclusivo della madre, cominciò ad emanciparsi dasi genitori. Leggi rudimentali sul lavoro minorile e l'avanzamento tecnologico ridussero in qualche misura il bisogno del lavoro dei bambini, soprattutto di quelli al di sotto dei sei anni. All'abbondanza di giovanissimi inattivi, condizione disdicevole per un vittoriano, il governo rispose con la scolarizzazione obbligatoria. Non più tardi del 1834, in Germania, Friedrich Froebel ideò il primo asilo, un'istituzione che nel 1856 era già diffusa in Inghilterra e America. In Inghilterra, la filantropia vittoriana creò un sistema di “ragged school”, scuole gratuite per i meno abbienti. L'educazione morale rimase in ogni caso prerogativa dei genitori.Alle ragazze venivano insegnati senso del dovere e perserveranza, mentre ai ragazzi erano impartite lezioni di coraggio, ambizione e realizzazione. - (Non è mai stata facile la vita per gli uomini e, vi assicuro, nemmeno per i gabbiani)
Oggi sembra di rivivere – sotto certi aspetti, ben descritti dalla sig.ra Rachele- quelle situazioni angosciose anche se in avvenimenti particolarmente diversi. Sono sempre i bambini e adolescenti a pagarne le conseguenze, a volte più che dolorose. Gli spostamenti della popolazione indotti dalla Rivoluzione industriale portarono al sovrappopolamento dei maggiori centri urbani. I nuovi arrivati non riuscivano spesso a procurarsi né un lavoro, né un tetto ed erano costretti a vivere ai margini. Le elemasina, quando concesse, erano assegnate con una certa dose di virtuosismo ammonimento. Tale intolleranza rese ancor più gravi queste condizioni e si rivelò particolarmente punitiva nei confronti dei bambini. Le famiglie povere necessitavano del maggior introito possibile e il commercio aveva bisogno di corpi giovani per corraborare i propri ingranaggi. Ancora una volta, interpretando un principio vittoriano secondo cui i bambini (in particolare quelli poveri) non dovessero mai rimanere inoperosi, i sindacati proclamarono in Inghilterra che “ogni bambino sopra i nove anni dovesse essere lavoratore attivo”. Di fatto non era l'età a determinare quando si dovesse lavorare, bensì la capacità. Ragazzini di quattro e cinque anni erano reclutati per fare gli spazzacamini e spesso costretti a lavorare più velocemente, letteralmente “accendendo un fuoco sotto di loro”. Nel 1852, in Inghilterra, il settantasei percento di tutte le quattordicenni e il sessanta percento dei sedicenni erano impiegati full time, spesso fino a dodici ore al giorno. Negli stati americani orientali, i bambini costituivano più del cinquanta percento della forza lavoro della maggior parte delle fabbriche, degli opifici e delle miniere, con impieghi che non promettevano altro futuro che le cicatrici fisiche ed emotive che procuravano. I governi tardarono a venire in soccorso dei più giovani. Non fu prima del 1874 che gli inglesi emanarono legggi che vietavano l'impieo dei bambini sotto i dieci anni, leggi inizialmente ignorate o imposte debolmente. In America, durante la guerra civile, il governo acconsentì al reclutamento dei bambini nelle forze armate. Oltre attocentomila bambini sotto i sedici anni furono arruolati, alcuni furono impiegati come “voci di guerra” (tamburini, suonatori di piffero, trombettieri e reggitori di stendardi) mentre altri furono artificieri (portatori di munizioni) o corrieri (messaggeri) o, peggio ancora, come soldati di fanteria.. Ne sopravvissero illesi meno di quattrocentomila………….Non è mai stata facile la vita, anche se in apparenze si cerca di nasconderne le verità.

L'infanzia è stata oggetto di fascinazione fin dai primordi, ma come concetto sociale ha solo 150 anni. Victor Hugo una volta disse di aver scopertol'infanzia. Ciò a cui alludeva era che aveva scoperto l'essenza dell'infanzia – quella qualità particolare presente in grande quantità solo nei più giovani. I bambini riempiono la vita di ilarità. Sono per l'uomo il patrimonio più prezioso. Anche nei momenti più difficili, prevale in loro una spensieratezza profonda. Come disse Robert Coles, essi “ci pongono di fronte a prospettive ed attitudini, muovendoci alla riflesswione ed all'azione e sollecitandoci,m ente e cuore a reagire”. Rappresentano gli innocenti che eravamo e un futuro che non vedremo mai. Riflettono il nostro passato, preconizzano i nostri successi e portano con sé la nostra eredità. Alla metà dell'ottocento, i bambini dei paesi industrializzati stavano iniziando a trovare una propria collocazione nel mondo. Furono date loro scuole, abbigliamento consono all'età ed un ruolo maggiormente definito e rispettato nell'ordine sociale. La letteratura a loro rivolta mosse oltre l'obiettivo rigorosamente educativo. La società si mostrò più indulgente e premurosa nei confronti dei giovanissimi, mentre le gioie dell'infanzia cominciarono ad essere considerate un diritto di nascita. Il concetto di genitorialità premurosa è, in un quadro generale, un'invenzione moderna. Johann Amos Comenius, un pedagogo del diciasettesimo secolo, sosteneva che la condizione emotiva dei bambini dovesse essere rafforzata da “baci e abbracci”, argomentando che il calore ed il gioco fossero parte integrante delloo sviluppo dell'infanzia. Concezione ovvia oggi, radicale se non sacrilega allora. All'epoca molti bambini lavoravano duramente e morivano in giovane età. Ci volle più di un secolo prima che altri pensatore del calobro di Jean Jacques Rousseau, John Locke, Victor Hugo e Johann Pestolazzi raffinassero il pensiero formulato da Comenius e consolidassero l'idea dei bambini non più come intrensecamente imperfetti, bensì come creature nate nel bene. Tale pensiero, che riconosceva il bambino come essere di natura complessa la cui evoluzione doveva essere alimentata, guidata e protetta, non acquistò popolarità presso loa maggioranza sociale fino alla seconda metà del diciannovesimo secolo, durante il picco dell'età vittoriana. Le depressioni economiche inglesi ed americane diedero origine a condizioni di vita disagevole che condussero a brutali privazione, permanente carestia e spesso alla mancanza di beni primari come un vero abbigliamento e un tetto. Per i figli dei poveri la vita era tutt'altro che innocente e romantica,. Loro inseparabili compagni non erano ubique istitutrici, bensì gli spettri onnipresenti della povertà, della malattia e dello sfruttamento. Ad aggravare il problema si aggiungeva la concezione vittoriana della povertà, come giudizio marale imposto da Dio ai malovagi, piuttosto che come condizione sociale. Nelle comunità meno abbienti un bambino su quattro moriva prima dell'anno di vita e due su cinque non raggiungevano i sei. Morbillo, scarlattina, pertosse, polmoniti non ancora identificate e diarrea affliggevano i più piccoli, mentre la difterite e il vaiolo falcidiavano le file degli adolescenti. La “storia dell'uomo” non è stata così facile come la si racconta.

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