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Fidapa, itinerari al femminile 2011
12 aprile 2011

Ancora una prestigiosa edizione di “Itinerari al femminile: arte e artigianato nei luoghi della nostra storia”, manifestazione consacrata alla creatività femminile e allestita, come secondo consuetudine, con perizia e fi nezza dalla sezione locale della FIDAPA, presieduta da Marianna Nappi, che si è avvalsa del patrocinio del Comune di Molfetta e dell’Assessorato al Centro storico. Si tratta di un appuntamento imperdibile, in occasione del quale il centro storico di Molfetta diviene una superba vetrina di talenti. Quest’anno l’allestimento è stato dislocato lungo quattro direttrici: la Sala dei Templari, la suggestiva Chiesetta della Morte, la sede Fidapa in via Termiti e lo Spazio aperto all’arte. A ciò si aggiungano il consueto angolo dedicato alla produzione libraria, curato, presso la libreria Corto Maltese, da Nicoletta de Palma, e il tour della città vecchia, che squaderna i suoi segreti al visitatore, sotto la guida attenta e brillante delle socie Fidapa Sabrina Spadavecchia e Francesca Caldarola. Veniamo ora alle artiste che hanno partecipato. La novità di quest’anno risiede nell’attenzione a nuovi settori, come l’arte del trucco, dell’acconciatura e della cosmesi, che off rono risalto alla beltà femminile; in tale chiave è da spiegarsi la partecipazione alla mostra di Anna Buzzerio. L’attenzione all’artigianato artistico e alla produzione di fi nissime gioie rappresenta ormai un fi lone consolidato degli “Itinerari al femminile”, rappresentato da Anna Maria Stoia, creatrice di collane, bracciali, orecchini rigorosamente lavorati a mano; da Lidia Amato, con i suoi eleganti monili che abbinano la lucentezza del metallo ai colori delle pietre dure; da Elena Nasonova, ideatrice di estrosi e originali bracciali; da Stefania Dell’Olio, che esalta le potenzialità del rame; da “Agadir” di Antonella del Rosso, coi suoi fantasiosi foulard impreziositi da onici, quarzo e cristalli; da Marina Corazziari, artefi ce di raffi nati, spettacolari bijoux- scultura. La sezione dell’artigianato è però ben rappresentata anche dai centrini, dai pizzi e dai merletti di Teresa Farinola e qui entriamo nell’ambito della produzione sartoriale. L’abbigliamento è fondamentale nell’estrinsecazione della femminilità: per questo, Baldassarre Castiglione gli dedicava precipua attenzione nel suo delineare, nel III libro del Cortegiano, la fi sionomia della “donna di palazzo”. La Fidapa ha voluto privilegiare, in particolar modo, l’attenzione al momento del matrimonio, fondamentale tappa dell’esistenza di uomini e donne: ecco così spiccare, a breve distanza da una civettuola e aggraziata sposa ballerina scolpita da Maria Addamiano, gli abiti di “Joelle” di Francesca Marzocca, e, nella Chiesetta della Morte, quelli di “Rêve” di Raff aella e Maria Minervini. Il raffi nato eff etto di questi ultimi è potenziato dal vederli immersi in un tripudio di fi ori, creazioni pittoriche ancora dell’Addamiano e di Carmela de Dato. Leitmotiv delle variazioni di quest’ultima il tema dell’esplosione, dei cromatismi come dei boccioli, in armonia con l’esaltazione del potere di seduzione di una fi gura femminile dipinta che si staglia fl essuosa da un oscuro fondale. Non al matrimonio, ma alla contestata celebrazione dei 150 anni dall’Unità ammiccano le graziose creazioni delle allieve della sezione moda dell’Ipsiam molfettese “Amerigo Vespucci”, un omaggio al tricolore che diviene il giovanile schiaff o ai vuoti campanilismi regionalistici che tanto impazzano anche ai vertici del potere politico. La menzione degli abiti da sposa richiama subito quella delle fotografi e d’epoca selezionate da Nanda Amato, che hanno come fi lo conduttore il matrimonio nel divenire sociale tra gli anni Trenta e Sessanta (e sono affi ancate da eloquenti stralci di contratti matrimoniali d’inizio secolo); oltre all’Amato, ha esposto anche Maria Renata Casucci, che rovista con nostalgia tra le memorie familiari della madre, l’insegnante Margherita Petroli, e ci off re delicati scorci generazionali, legati a doppio fi lo alla storia del Torrione Passari. Dalla foto d’epoca all’arte fotografi ca: si procede dal nutrito e creativo gruppo LiberaMente alle variazioni sulla condizione della donna di Mirella Caldarone, suggestive soprattutto nelle teorie di donne velate, moderne dame del pianto. Maria De Gennaro contamina le arti e si soff erma sul volto femminile, con particolare attenzione agli occhi, porta dell’anima. Vanna La Martire regala immagini di interni, soff ermandosi su particolari di arredamento; Maria Pansini gioca, con Feuerbach, sulla fi gura retorica della paronomasia e sulla somiglianza fonica tra le terze persone dei verbi Sein (essere) ed Essen (mangiare). Nasce così una divertita variazione sul rapporto corpo-cibo, cui fa da pendant di lì a poco (ancora sulla tematica-cibo) la grazia fumettistica di Concetta Mascolo, che altrove s’insinua in suggestivi angoli barlettani. Un’altra signifi cativa sezione è quella scultorea, rappresentata da Valentina de Marco, con le sue fi gure imponenti e sinuose, o disperatamente ripiegate su se stesse, e dalle creazioni di Maria Addamiano. Quest’ultima conferma la sua abilità nel plasmare nella terracotta suggestive declinazioni di un femminino che coniuga fragilità e inusitato vigore. Il Sogno raffi gura una donna che si protende all’indietro, ma volge lo sguardo all’infi nito, in estatica Sehnsucht; il Risveglio è quasi il trionfo della donna/crisalide, serbatoio di potenzialità pronte a tradursi in atto. Se la donna avesse le ruote è, infi ne, un’ironica allusione all’attivismo femminile contemporaneo, lontano anni luce dalla statica esperienza di reclusione delle nostre antenate. Pregevoli e di variegata natura anche le creazioni pittoriche. Sara Di Costanzo scherza, con le tonalità dell’oro, sull’uso metaforico del concetto di stella e rievoca, in modo allusivo e informale, la magia del circo. Jane Sabini pennella animati paesaggi; Ines Tarascio acquerella sulla medesima tematica, dando voce a visioni-emozioni di un dorato e sognante mondo naturale. Marina Santeramo curiosa nello stagno a ricercare monettiane ninfee, in un rincorrersi di verde e blu. Preferiscono il paesaggio urbano Isabel Spagnoletta e Loredana Cacucciolo, ma la prima fi ltra la realtà attraversa il suo sguardo geometrizzante, che razionalizza e smaterializza al contempo; la seconda, non nuova a tali scelte fi gurative, scruta dall’alto la desolazione di una metropoli che sembra preda di una sorta di incantato e maledetto triumphus vacui. Il gusto dell’abbozzo capace di evocare suggestioni domina in Veronica Rastelli: da un guazzabuglio di bianco e nero con sprazzi di rosso emerge un lieve moto di mani. Dinamici e incentrati prevalentemente sulle alchimie del caso i magistrali acquerelli di Maria Bonaduce, che off rono allucinati scorci di città sull’orlo di un’indecifrabile apocalisse, tra barbagli di luce in contrasto col buio notturno, o suggestivi paesaggi industriali. Ironico e di sapore vagamente surreale il bellissimo ciclo sull’evoluzione della cellula di Pina Pisani, che off re curiose variazioni, d’aerea levità e formale maestria, sul miracolo molecolare che origina l’esistenza umana. Ancora fi ori, abbinati a barocchi angioletti e immersi in atmosfere rarefatte, per Chiara Ferrareis; Sabina Gaudio, invece, realizza fi gure femminili patinate e rétro. Concludiamo con le creazioni in ceramica: Elisabetta Gadaleta elabora pregiati rilievi di fi ori-emozioni e rievoca il Big Bang, in un allineamento parallelo di sfere che emergono da abissi di fuoco. Francesca Caggianelli decora la ceramica con gusto poeticamente naif, off rendo creazioni di pregevole fattura. Mariangela Ruccia prosegue con la sua sperimentazione di tecniche arcaiche sulla materia (ricordiamo, tra i procedimenti, soprattutto il raku). Alla tensione sperimentale corrisponde una poetica altrettanto complessa, che considera la donna anello di congiunzione tra cosmico e umano. La Ruccia modella nell’argilla le diverse sfumature dell’animo femminile: l’incostanza lunare, l’attitudine en rêve, la divina capacità di interloquire col mondo animale e con gli elementi della natura. Una menzione a parte merita lo splendido vaso sormontato da una fi gura femminile che, incauta, si sporge a scrutarne il contenuto. Evidente è l’allusione al mito di Pandora, dai Greci elaborato, con misogino maschilismo, per addebitare l’origine di ogni male alla curiosità femminile, da respingere nel chiuso dei ginecei. La mostra Fidapa evidenzia, tuttavia, come l’innato muliebre slancio verso la conoscenza non debba essere aff atto oggetto di condanna, perché sua inveterata prerogativa è il divenire perenne fonte di bellezza.

Autore: Gianni Antonio Palumbo
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