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Fiction della draga nel porto; bilancio falsato, accusa l'opposizione; Altomare torna in carcere a Trani per sole 48 ore; arrivano i parcometri; fra gli argomenti del nuovo numero di “Quindici” in edicola a Molfetta
17 ottobre 2011

MOLFETTA - E’ dedicato all’arrivo della grande draga Machiavelli, per i lavori del nuovo porto, il primo piano del numero della rivista mensile “Quindici” di ottobre, in edicola da qualche giorno (guarda la video intervista del direttore Felice de Sanctis). Va in scena la fiction: arriva la draga accolta da alunni festanti. La verità sul dragaggio. Machiavelli a mezzo servizio per 200mila euro al giorno. L’ennesimo bluff? Abbattista (Pd): sulla draga il sindaco prende in giro i cittadini che pagheranno più tasse.

L’editoriale del direttore Felice de Sanctis è dedicato ad un argomento di stretta attualità, la disoccupazione giovanile.
Quindici Molfetta, il vostro mensile leader che fa opinione a Molfetta, completa così il panorama informativo offerto ogni giorno con Quindici on line, il primo e più diffuso quotidiano in internet di Molfetta, con argomenti diversi e più approfonditi del giornale web.
 
Per la politica torniamo sull’argomento delle divisioni nel centrodestra, Giunta spaccata, Azzollini in difficoltà smentisce le dimissioni degli assessori. “Quindici” conferma e aggiunge Camporeale, come probabile candidato sindaco.
 
Nella cronaca continuiamo a seguire l’operazione “Mani sulla città”, che ha portato all’arresto di 9 persone per presunti illeciti in materia urbanistica. L’ex dirigente dell’Ufficio territorio del Comune di Molfetta, ing. Rocco Altomare, dopo il periodo trascorso in carcere a Trani, aveva ottenuto i domiciliari, prima a Potenza e poi nella sua casa di Molfetta. Ma, qui secondo i magistrati, avrebbe violato le disposizioni di legge cui doveva attenersi, effettuando alcune telefonate. Per questo motivo è stato riportato in carcere a Trani. La sua detenzione nel penitenziario è durata appena 48 ore, poi è tornato agli arresti domiciliari nella sua abitazione.
Per gli stabili sequestrati condono o abbattimento? E l’inchiesta continua, si prevedono clamorosi sviluppi.
 
Sempre in materia edilizia, ci occupiamo del Comparto 16, i residenti denunciano il degrado. Altro argomento di interesse l’arrivo dei parcometri che sostituiranno i grattini per la sosta dei veicoli in centro.
 
Nelle pagine di politica parliamo dell’accusa dell’opposizione di centrosinistra: il bilancio comunale 2011 è falsato.
 
Ecco gli altri argomenti di questo numero: Cimitero, emergenza loculi: continua la corsa al parcheggio delle salme. Scuola, il flop della riforma Gelmini: aule sovraffollate anche a Molfetta. Madonna dei Martiri affumicata da carne di maiale e salsiccia. La vergogna dei dormitori a cielo aperto.
Francesco Padre, brandelli di vestiti e frammenti dello scafo, unici reperti dal fondo del mare.
L’inquinamento bellico, arriva anche alla Fiera del Levante. Le origini della contaminazione. Facchini attacca l’Arpa Puglia: sbaglia le analisi
Una settimana di degenza all’ospedale, le disfunzioni della struttura
Per la Cultura, le elezioni del 23 marzo 1902: una lezione politica. Teatrermitage, il teatro come strumento di educazione e di conoscenza.
Il naufragio del piroscafo Calabria nel 1891. Giovanni Pierluigi da Palestrina e la musica dimenticata
Altro argomento di economia l’olio extravergine: puntare sulla filiera per rilanciare il brand italiano nel mercato
Nelle pagine di attualità parliamo del flop della riforma Gelmini: aule sovraffollate anche a Molfetta.
In evidenza ancora la festa patronale e le polemiche: Madonna dei Martiri affumicata da carne di maiale e salsiccia, protestano i cittadini. La vergogna dei dormitori a cielo aperto.
Cambio di consegne alla Capitaneria di Porto, arriva il comandante Ducci. Riaperta via Respa, torna la promessa di bitumazione da 3milioni di euro. Joe Introna l’italo-americano che aiutò i terremotati d’Abruzzo.
Infine, completano la rivista le pagine di sport e la rubrica Molfetta & Dintorni, con altre notizie di cronaca.
Un numero, come sempre, ricco di contenuti e temi interessanti con tanti argomenti che vi terranno compagnia per un mese di piacevole lettura, con approfondimenti che spaziano dalla cronaca alla politica, dall'economia all'attualità, dalla cultura allo sport.
Quindici: quello che gli altri non dicono, Quindici: la rivista che si sceglie in edicola.
 
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Le tendenze totalitarie della società unidimensionale rendono inefficaci le vie e i mezzi tradizionali di protesta; forse persino pericolosi, perché mantengono l'illusione della sovranità popolare. Questa illusione contiene qualche verità: “il popolo”, un tempo lievito del mutamento sociale, è “salito”, sino a diventare il lievito della coesione sociale. E' qui, e non nella ridistribuzione della ricchezza o della progressiva uguaglianza delle classi, che occorre vedere la nuova stratificazione caratteristica della società industriale avanzata. Tuttavia, al di sotto della base popolare conservatrice vi è il sostrato dei reietti e degli stranieri, degli sfruttati e dei perseguitati di altre razze e di altri colori, dei disoccupati e degli inabili. Essi permangono al di fuori del processo democratico: la loro presenza prova come non mai quanto sia immediato e reale il bisogno di porre fine a condizioni ed istituzioni intollerabili. Perciò la loro opposizione è rivoluzionaria anche se non lo è la loro coscienza. La loro opposizione colpisce il sistema dal di fuori e quindi non è sviata dal sistema; è una forza elementare che viola le regole del gioco, e così facendo mostra che è un gioco truccato. Quando si riuniscono e scendono nelle strade, senza armi senza protezione, per chiedere i più elementari diritti civili, essi sanno di affrontare cani, pietre, e bombe, galera, campi di concentramento, persino la morte. La loro forza si avverte dietro ogni dimostrazione politica per le vittime della legge e dell'ordine. Il fatto che essi incomincino a rifiutare di prendere parte al gioco può essere il fatto che segna l'inizio della fine di un periodo. Nulla indica che sarà una buona fine. Le capacità economiche e tecniche delle società stabilite sono abbastanza ampie da permettere aggiustamenti e concessioni a favore dei sottoproletari, e le loro forze armate sono abbastanza addestrate ed equipaggiate per far fronte alle situazioni di emergenza. Tuttavia lo spettro è di nuovo presente, dentro e fuori delle società avanzate. Il facile parallelo storico con i barbari che minacciano l'impero della civiltà pregiudica l'argomento; il secondo periodo di barbarie potrebbe ben essere l'impero ininterrotto della civiltà stessa. Ma c'è la possibilità che, in questo periodo, gli estremi storici possano toccarsi ancora una volta: la coscienza più avanzata dell'umanità e la sua forza più sfruttata. Non è altro che una possibilità. La teoria critica della società non possiede concetti che possano colmare la lacuna tra il presente ed il suo futuro; non avendo promesse da fare né successi da mostrare, essa rimane negativa. In questo modo essa vuole mantenersi fedele a coloro che, senza speranza, hanno dato e dànno la loro vita per il Grande Rifiuto. All'inizio dell'era fascista, Walter Benjamin ebbe a scrivere: “Nur um der Hoffnunglosen willen ist uns die Hoffnung gegeben ( E' SOLO A FAVORE DEI DISPERATI CHE CI E' DATA LA SPERANZA) – L'uomo a una dimensione – H. MARCUSE)

Questa società è nell'insieme irrazionale. La sua produttività tende a distruggere il libero sviluppo di facoltà e diritti umani, la sua pace è mantenuta da una costante minaccia di guerra, la sua crescita si fonda sulla repressione delle possibilità più vere per rendere pacifica la lotta per l'esistenza – individuale, nazionale e internazionale. Questa repressione, così differente da quella che caratterizzava gli stadi precedenti, meno sviluppati, della nostra società, opera oggi non da una posizione di immaturità naturale e tecnica, ma piuttosto da una posizione di forza. Le capacità (intellettuali e materiali) della società contemporanea sono smisuratamente più grandi di quanto siano mai state, e ciò significa che la portata di dominio della società sull'individuo è smisuratamente più grande di quanto sia mai stata. La nostra società si distingue in quanto sa domare le forze sociali centrifughe a mezzo della Tecnologia piuttosto che a mezzo del Terrore, sulla duplice base di una efficienza schiacciante e di un più elevato livello di vita. . . . . . . . All'origine, nella prima metà dell'Ottocento, quando elaborò i primi concetti di un'alternativa, la critica della società industriale pervenne alla concretezza in una mediazione storica tra teoria e pratica, valori e fatti, bisogni e scopi. Questa mediazione storica ebbe luogo nella coscienza e nell'azione delle due grandi classi che si fronteggiavano nella società: la borghesia e il proletariato. Nel mondo capitalista non sono ancora le classi fondamentali; tuttavia lo sviluppo capitalista ha alterato le struttura e la funzione di queste due classi in modo tale che esse non appaiono più essere agenti di trasformazione storica. L'unione di una produttività crescente e di una crescente capacità di distruzione; la politica condotta sull'orlo dell'annientamento; la resa del pensiero, della speranza, della paura alle decisioni delle potenze in atto; il perdurare della povertà in presenza di una ricchezza senza precedenti costituiscono la più imparziale delle accuse, anche se non sono la “raison d'ètre” di questa società ma solamente il suo sottoprodotto: la sua razionalità travolgente, motore di efficienza e di sviluppo, è essa stessa irrazionale. Il fatto che la grande maggioranza della popolazione accetta ed è spinta ad accettare la società presente non rende questa meno irrazionale e meno riprovevole. Gli uomini debbono rendersene conto e trovare la via che porta dalla falsa coscienza alla coscienza autentica, dall'interesse immediato al loro interesse reale. “L'UOMO A UNA DIMENSIONE” oscillerà da capo a fondo tra due ipotesi contraddittorie: 1) che la società industriale avanzata sia capace di reprimere ogni mutamento qualitativo per il futuro che si può prevedere; 2) che esistano oggi forze e tendenze capaci di interrompere tale operazione repressiva a far esplodere la società. La situazione potrebbe essere modificata da un incidente, ma, a meno che il riconoscimento di quanto viene fatto e di quanto viene impedito sovverta la coscienza e il comportamento dell'uomo, nemmeno una catastrofe produrrà il mutamento. (H. M.)

Egregio Direttore, leggendo il suo editoriale mi sono chiesto: l'Italia cammina a passi di lumaca o è ferma, si gira soltanto intorno "come un cane a mordersi la coda"? La cosa che più colpisce chi cerchi di ricostruire le tendenze dell'occupazione intellettuale in quell'importante periodo di trasformazioni economiche e sociali del nostro paese che va dal 1951 al 1963 è il repentino cambiamento nella definizione della situazione da parte della classe dirigente e dei suoi esperti ufficiali che si verifica verso la fine degli anni '50. Le discussioni sulla disoccupazione intellettuale, sulle cause, le sue conseguenze, continuarono infatti per molti anni durante il periodo dello sviluppo economico. Poi improvvisamente, nel 1959, i termini della questione venivano addirittura capovolti e sulla scena italiana si affacciava la tesi della penuria di forza lavoro intellettuale. Lo squilibrio fra scuola e mercato del lavoro era stato denunciato numerose volte durante gli anni '50 dai più autorevoli studiosi e uomini politici di ogni tendenza. Nel 1953 il vice-segretario della CGIL Vittorio Foa affermava che “il peso della disoccupazione intellettuale si sente acutamente nel Paese e nelle singole famiglie” e sosteneva che il sistema economico italiano era “refrattario al lavoro dei giovani” qualunque fosse la loro “preparazione, umanistica o tecnica, intellettuale o manuale”. Nel 1954 rivisitando, a distanza di sessant'anni, Molfetta, Gaetano Salvemini ritrovava fra i molti problemi insoluti del Mezzogiorno, anche quello del surplus di personale qualificato. “La disoccupazione fra gli intellettuali – scriveva – è spaventosa....... La zona sociale franosa dell'Italia meridionale è qui (leggo anche nel suo editoriale). Tutto quanto si legge negli scritti miei sulla questione meridionale dal 1897 al 1920 deve essere moltiplicato per coefficienti paurosi da chi voglia farsi un'idea delle materie esplosive che si accumulano oggi nel nostro paese."

Reale e lucidissimo il Suo "Editoriale" sulla dissocupazione giovanile e intellettuale, ancora più assennata la Sua analisi sul dramma della famiglia, caro Direttore. Non vorrei aggiungere nient'altro se non una trascrizione storica. Sia durante il periodo della ricostruzione che all'inizio degli anni '50 il fenomeno della disoccupazione intellettuale non fu denunciato solo dalle organizzazioni della classe operaia. Com'è naturale, esso suscitò timori e preoccupazioni ben più forti nella classe dirigente che, analogamente a quanto era avvenuto nel periodo giolittiano e in quella fascista, vide uno squilibrio fra scuola e mercato del lavoro una pericolosa fonte di instabilità, politica, una spinta alla radicalizzazione dei ceti intellettuali e alla loro alleanza con il proletariato. In un discorso pronunciato alla radio il Ministro della Pubblica Istruzione Gonella avvertiva che “le classi intellettuali, che già appartenevano alla piccola e media borghesia e che oggi sono più proletarie dello stesso proletariato” non erano meno pericolose delle altre. Perché se era improbabile che gli intellettuali disoccupati si presentassero “ai cancelli del Viminale armati di mitra o di nodosi bastoni” non per questo essi non costituivano una minaccia potenziale per l'ordine esistente: “l'ordine sociale sfasciato non solo dall'agitazione rivoluzionaria delle masse, ma anche dalla lenta corrosione e dalla conseguente frana di quelle forze della resistenza morale, che sono appunto le classi intellettuali. Per cadere nel caos non è necessaria un'azione insurrezionale degli intellettuali, azione che è inconcepibile con l'educazione del loro carattere: basta che crolli la loro resistenza (che è la resistenza delle classi dirigenti), perché la società piombi nel disordine, e svanisca ogni possibilità di ripresa.” Non mancarono per la verità anche in questo periodo, dei tentativi per ridurre il surplus di forza lavoro intellettuale attraverso la valvola di sfogo dell'emigrazione. Tuttavia l'irrigidimento delle legislazioni dei paesi extra-europei sull'esercizio delle libere professioni bloccò sul nascere il flusso emigratorio italiano. Ora queste barriere, anche se non del tutte, sono rotte........ Passo dopo passo, uno dei più grandi diritti del sentirsi europeo, quello della libera circolazione, conquista spazi sempre più grandi. La libertà di muoversi, portando con sé la propria laurea per esercitare una professione liberale dovunque sembri più conveniente e opportuno, si fa concreta, seppure in una corsa a ostacoli. Anche se: Quot capita tot sententiae.


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