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Elezioni regionali partita ancora aperta e complicata
15 gennaio 2010

È un gran bel “CASINI”, riprendendo i titoli di alcuni importanti quotidiani nazionali, così si potrebbe riassumere il caso Puglia sulle candidature alla presidenza della Regione per le elezioni di fine marzo. Avevamo chiuso il precedente numero di Quindici timorosi che le nostre notizie fossero stravolte dal rapido evolversi dei giochi politici (infatti avevamo previsto che sotto l’albero di Natale avremmo trovato i candidati alla presidenza della Regione), invece il periodo natalizio è stato caldo climaticamente e caldissimo politicamente. Allo stato attuale né il centro-sinistra né il centro-destra (che sta alla finestra è gioca solo di rimbalzo… pensate un po’ come è ridotta male quella che dovrebbe essere l’alternativa, ndr) hanno dei candidati ufficiali. Tutto ruota sulle decisioni del Partito Democratico pugliese (o meglio di quello che ne resta, ndr), che grazie ad una serie di scelte contraddittorie di chi oggi, difficilmente, può essere chiamato segretario regionale (impacciato, smarrito, poco autonomo, insomma non è affare suo, ndr), ha fatto diventare la Puglia un caso nazionale. L’apice dello spettacolo tragicomico che va in scena in queste ore in terra di Puglia è stato raggiunto lunedì 28 dicembre, quando Sergio Blasi avrebbe dovuto portare in assemblea regionale la candidatura di Michele Emiliano, assemblea che, invece, è stata sciolta perché non c’erano le condizioni democratiche per discutere; tutta colpa di uno sparuto gruppetto di sostenitori di Nichi Vendola (tra cui molti democratici molfettesi) che manifestavano pacificamente fuori l’hotel dove si teneva l’assemblea e che sono stati invitati dagli stessi vertici del PD ad entrare in sala; operazione architettata ad hoc per incolpare i vendoliani (accusati da Michele Emiliano addirittura di essere delle squadracce fasciste) di aver impedito lo svolgimento dell’assemblea, quando, invece, il vero problema era che non c’era né il consenso unanime dei delegati sul sindaco di Bari, né, addirittura, quello dei sostenitori della mozione Blasi (quindi un segretario senza la sua maggioranza, ndr). Ostinati a non voler contrapporre a Vendola un proprio candidato alle primarie, i vertici romani del PD (perché ormai la segreteria regionale non ha più la capacità di intendere e volere, ndr) si sono inventati di affidare un mandato esplorativo a Francesco Boccia (già sconfitto da Vendola alle primarie del 2005 e che solo ora, misteriosamente, dichiara le irregolarità di quelle primarie, ndr), per creare attorno a sé la più ampia coalizione. Sulla candidatura ha immediatamente espresso parere favorevole il leader dell’Udc, on. Pierferdinando Casini, che, però, in un primo momento, aveva definito debole; ora sostiene Boccia a prescindere dalla candidatura di Vendola, pur essendo consapevole, come lui stesso ha dichiarato, di perdere. Fortemente critico sull’attuale situazione l’assessore regionale Guglielmo Minervini, che innanzitutto sottolinea come l’idea che sia Roma a decidere le sorti della nostra regione è un’ulteriore offesa all’intelligenza dei pugliesi e dalla sua pagina facebook dichiara: “Casini dice sì a Boccia, senza primarie, per perdere le elezioni e la Puglia. Dunque, la Puglia si può sacrificare se in cambio si ottiene un accordo nazionale e magari guadagnare qualche altra regione meno anomala. Il nostro destino è finito sullo scacchiere della realpolitik più cinica”. Se Boccia continuerà per la sua strada è quasi certa la spaccatura nel PD pugliese, con un buon 50% dei democratici pronti a sostenere il Presidente Vendola con una nuova lista “Democratici per Vendola”. Su questa idea dovrebbe essere già al lavoro l’assessore Minervini che, a differenza di altri, non ha nascosto, al di là del sostegno a Vendola, la necessità di difendere una esperienza politica assolutamente positiva, che rappresenta una eccezione nel Mezzogiorno del Paese. Accesa la discussione anche all’interno del PD cittadino, dove non si risparmiano critiche alla segreteria regionale per come sta conducendo le vicende, tradendo le aspettative degli iscritti. Ciò che non si comprende è come si possa distruggere un partito per colpa di un altro, l’UDC, che non ha spiegato le ragioni del mancato sostegno a Vendola, che non ha assunto una scelta netta i tutte le regioni in cui si vota (utilizzando la squallida ed opportunista politica dei due forni, ndr), che ogni giorno prende le distanze dall’IDV nazionale mentre in Puglia lo reputa un naturale alleato. Tanti democratici molfettesi, tra cui molti giovani, sono pronti a lasciare la sede di C.so Margherita qualora non fossero le primarie a stabilire il candidato, optando per la “Fabbrica di Nichi”. Da comprendere la strategia di quella parte del PD che fa capo a Piero de Nicolo, che nelle ultime riunioni è sembrato dissociarsi dalla mozione Blasi, appoggiata alle primarie di ottobre. Mentre nel PD pugliese, a prescindere da tutto, è consentita una accesa discussione, stessa cosa non può dirsi del PDL dove c’è il padrone Raffaele Fitto che decide in autonomia su logiche puramente matematiche; infatti, grande è stato il dispiacere quando l’UDC ha deciso di appoggiare Boccia. A conferma che non c’è una idea di programma ma solo la forte tentazione di risalire al potere, l’idea di assegnare la probabile candidatura ad Adriana Poli Bortone (Io Sud), passando in pochi mesi dal c’eravamo tanto odiati al c’eravamo tanto amati. Tirando le somme, i rocamboleschi avvitamenti su stesso del PD determineranno, quasi certamente, una spaccatura del partito e tre candidature (Vendola, Boccia, e il candidato di centro-destra), con un risultato incerto ma leggermente a vantaggio del PDL. Resta un dubbio! Chissà quale risultato avrebbe conseguito Nichi Vendola se non avesse avuto in giunta l’ex assessore Alberto Tedesco (indagato per gli appalti sulla sanità) e l’ex assessore Sandro Frisullo (coinvolto nel sexi-scandalo barese); persone che con il loro operato hanno infangato quanto di buono fatto dalla Giunta Vendola negli ultimi anni. Massimo D’Alema e company dimenticano che questi personaggi fanno parte del loro stesso partito e che non di certo rientravano tra quelli voluti da Vendola nella sua squadra (le logiche di come si costruisce una Giunta si conoscono, ndr). Ai vertici del PD servirebbe un bagno di umiltà, non doveva essere il PD a reggere le sorti delle candidature, anzi doveva essere l’ultimo partito a pronunciarsi; mettere la testa sotto il terreno, a volte, non fa male. Per quanto riguarda le candidature molfettesi, tutto resta come prima, anche se le possibilità che i molfettesi siano inseriti in lista è sempre molto più improbabile. Il Pdl è ancora incerto su Nicola Camporeale (il sindaco Antonio Azzollini, forse alla fine sceglierà di appoggiare ancora Massimo Cassano), i socialisti non sanno quanti posti potranno avere per assicurarne uno a Tommaso Minervini e l’Udc potrebbe proporre Lillino Di Gioia (che non è coordinatore provinciale del partito, ndr), difficile anche per Piero De Nicolo ottenere una nomination con il caos attuale nel PD, mentre Francesco Visaggio cerca casa nel PDL, ma il suo pacchetto di voti, ridottosi al lumicino, non attrae nessuno. L’unico candidato più probabile resta l’assessore uscente Guglielmo Minervini che, comunque si chiuda la partita nel PD dovrebbe trovare una collocazione e forse Domenico Cives che non avrebbe problemi ad essere inserito dell’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro che sicuramente confermerà l’alleanza con il Partito Democratico.

Autore: Roberto Spadavecchia
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