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Donne e lavoro strada ancora in salita
15 dicembre 2009

La questione femminile non si può dire chiusa neanche al giorno d’oggi. Ma per poter capire quali e quanti siano stati i passi avanti può essere utile ascoltare i racconti dei nostri nonni in merito a tale importante tematica. Quella del dopoguerra era una società in cui la donna aveva sì la possibilità di studiare (in una famiglia dalla mentalità aperta e con una minima disponibilità economica) ma spesso questa era considerata facoltativa e pressoché inutile in vista di un futuro da mogli e madri. Per esempio racconta Emilia, 75 anni, «in 2ª media, per un litigio a scuola decisi di interrompere gli studi e mia madre accolse la notizia con indifferenza, quasi come se fosse ovvio. Ma quando mio fratello, che aveva pochi anni più di me, volle imitarmi gli fu vietato nella maniera più assoluta. I miei genitori sostenevano infatti che mentre a me sarebbe bastato sposare un “buon partito” per vivere in maniera dignitosa, per lui studiare era indispensabile per poter trovare un buon lavoro. E quindi io dovevo semplicemente “essere mantenuta”, mentre lui doveva “mantenere”». Il prototipo della figlia femmina che, con o senza una minima istruzione, rimaneva a casa ad aiutare con le faccende domestiche era ben consolidato nell’immaginario collettivo. Giovanna, 71 anni, ci narra la sua esperienza personale: «Essendo la terzogenita dopo due fratelli maschi, anche se la mia famiglia era abbastanza aperta da permettere l’istruzione delle mie sorelle più piccole, ho dovuto interrompere la scuola elementare per aiutare mia madre. E pur avendo pochi anni di differenza dagli altri fratelli che hanno invece continuato i loro studi, ero considerata la “donnina di casa” e non una bambina». Le donne che invece proseguivano gli studi avevano quasi come unica scelta professionale quella dell’insegnante, e quelle che sognavano una carriera militare, giuridica o politica si scontravano a volte con il divieto della legge, a volte con il pregiudizio della gente. Come ricorda, un po’ stizzita, Teresa «negli anni ’50 un giovane medico sosteneva che a suo parere una donna non potesse svolgere la professione di magistrato in quanto una volta al mese le sue condizioni fisiche le impedivano di prendere decisioni obiettive». Addirittura la stessa figura della donna acculturata era in un certo senso temuta: infatti Silvia riferisce una massima spiacevolmente ripetuta da suo zio: «Una penna nelle mani di una donna è come un coltello nelle mani di un matto». Molto spesso accanto ai «sogni di gloria» l’ambizione principale delle donne di quegli anni restava comunque quella di dedicarsi alla famiglia, come Angela che aveva il sogno nel cassetto di diventare ufficiale di marina (che tra l’altro a quell’epoca sarebbe stato impossibile). Non dobbiamo pensare a un miglioramento troppo netto tra questa e la generazione successiva, infatti Lina, nata nel ’60 ci racconta che, finite le medie, sua madre si oppose con forza al proseguimento degli studi e, per farlo, Lina fu costretta a lavorare per pagarsi i libri, nonché vitto e alloggio nella sua stessa casa.

Autore: Giulia Maggio - Ornella Messina
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