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Difficile mantenere la distanza per gli insegnanti di sostegno
15 ottobre 2020

Essere docenti significa essere un punto di riferimento per migliaia di ragazzi che, studiando, stanno investendo il loro tempo sull’unica certezza della loro vita: l’istruzione. Questa affermazione è sempre stata valida, ma in quest’anno, assume un significato ancora più profondo. Spesso essere docenti è un’impresa molto difficile da compiere. Ci racconta la sua esperienza Miriana, una docente di sostegno di scuola superiore. Come sta affrontando il ritorno a scuola dopo il lockdown (organizzazione, distanziamento, aule ecc.)? «Sto affrontando il ritorno a scuola cercando di essere il più positiva possibile. Ovviamente, rispetto ad aprile o a marzo, molte cose sono cambiate, anche a livello di organizzazione. Nonostante questo, se vogliamo continuare a vivere una vita apparentemente “normale”, bisogna seguire alcune regole, alcune direttive, come rispettare il distanziamento e indossare la mascherina. Ricordo una citazione del nostro premier Conte: “Stiamo lontani oggi per abbracciarci più forte domani”. Voglio essere positiva e pensare che tutto questo stravolgimento dell’organizzazione e delle abitudini possa servirci per affrontare le giornate fino a quando non potremo tornare alla normalità». Quali difficoltà sta incontrando? «Sto trovando difficoltà nel far rispettare le regole ai ragazzi, che tendono a non rispettarle, parlando con gli amici senza distanziamento o abbassando la mascherina. Per questo motivo, a scuola è importantissimo controllare costantemente che le regole vengano rispettate, richiamando l’attenzione dei ragazzi a queste regole che ormai dovrebbero far parte della nostra quotidianità. Ovviamente è difficile anche per noi docenti rispettare le regole, indossare la mascherina per tante ore, non poter salutare i propri colleghi, mantenere un certo distacco». Cosa dovrebbe fare la scuola nella malaugurata ipotesi di qualche caso positivo? «In caso di positività, la scuola ha sostanzialmente due opzioni: o mettere l’intera classe in quarantena, se si è certi che la positività al coronavirus sia stata riscontrata solo in quella determinata classe, oppure, nel momento in cui troppi tamponi risultino positivi, l’intero corpo docenti, tutti gli studenti e i collaboratori devono mettersi in quarantena. Tutto dipende dalla situazione che si presenta e dalla sua gravità». Come crede che sia stato per i ragazzi il ritorno alla didattica in presenza, dopo la DAD? «La didattica in presenza è sicuramente migliore della DAD (didattica a distanza), perché stare dietro un computer per così tante ore è davvero stancante, anche se i ragazzi sono nativi digitali, quindi sicuramente hanno trovato meno difficoltà nell’utilizzare i computer, rispetto a noi professori. La didattica in presenza, anche se a distanza, permette un impatto empatico diverso… anche il semplice sguardo diretto, senza che ci sia davanti un computer, fa la differenza. I ragazzi tendono a essere più attenti e a studiare di più in presenza, mentre a casa vi sono molte più distrazioni. Molti ragazzi vorrebbero tornare alla vecchia DAD, in quanto la ritenevano più comoda e meno stressante, ma allo stesso tempo tornare a scuola ha “riattivato” la mente di molti studenti, mentre stare a casa ci immobilizza e impigrisce. La didattica in presenza permette anche un maggior trasferimento dei saperi: è più semplice comprendere e conoscere, se si è in connessione». Considerazioni e pensieri sul suo ruolo di docente di sostegno. «Il ruolo di insegnante di sostegno è già di per sé, un ruolo complesso, e per quanto simile a quello del docente in cattedra, è diverso. Per quanto ci si trova a dover mantenere delle distanze e utilizzare dei dispositivi di protezione, il compito del docente di sostegno si complica ulteriormente, perché con molti ragazzi che hanno problematiche di vario genere, è difficile mantenere la distanza. Tante volte, il calore umano serve a entrare in contatto, in connessione con l’altro, e serve soprattutto per vivere meglio la scuola. Dover mantenere questa distanza e dover indossare questi dispositivi di protezione, quando si ha il rapporto di tipo 1:1, diventa complicato, in quanto i ragazzi cercano la vicinanza, e noi dobbiamo negarla. Si viene a creare un muro, un distacco e una mancanza di empatica che, tante volte, preclude dei progressi per i ragazzi con disabilità. Dall’altra parte, il distacco può essere positivo per comprendere come lavorare senza farsi “coinvolgere” troppo: entrare eccessivamente in contatto con l’alunno non è mai buono, non si deve diventare suo amico o compagno». © Riproduzione riservata

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