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Dietro l’affondamento della “Vinci” e della “Margherita”: una sporca guerra di spie e traditori La corazzata «Regina Margherita»
15 dicembre 2016

Sulle azioni militari in Adriatico nella Grande Guerra lo storico Saverio Cilibrizzi ha scritto: «L’Austria seppe organizzare ai nostri danni un servizio di spionaggio quasi perfetto. Basti dire ch’essa conosceva non solo la dislocazione delle nostre forze navali, ma persino i piani delle nostre operazioni e i punti precisi dove erano collocate le nostre mine». Nessuna meraviglia se nella tempestosa notte dell’11 dicembre 1916 la nave da battaglia Regina Margherita, manovrando nel corridoio aperto tra i banchi minati italiani della rada di Valona, incappò in mine nemiche e s’inabissò in sette minuti. La possente unità da 15 mila tonnellate, appartenente alla divisione Cusani, era la gemella della corazzata Benedetto Brin, affondata il 27 settembre 1915 nel porto di Brindisi dal servizio di intelligence austro-ungarico con la complicità di traditori italiani (v. L’affondamento della “Brin” fra tradimento e sabotaggio, in «Quindici», settembre 2015). La Regina Margherita, al comando del capitano di vascello Giovanni Battista Bozzo, doveva rientrare a Taranto per la pulitura della carena. L’11 dicembre 1916 il viceammiraglio Enrico Millo, ordinando di salpare per Taranto, in considerazione del mare burrascoso, lasciò alla decisione del cap. Bozzo l’orario della partenza. Il comandante, notando che intorno alle ore 21 la tempesta si andava placando, diede l’ordine di levare le ancore per uscire da Valona. Purtroppo, nel tratto di mare tra l’isola di Sàseno e Capo Linguetta, alle 21:34 la nave urtò contro un banco minato da poco rilasciato dal sommergibile posamine tedesco UC 14 della flottiglia di Pola, comandato dal sottotenente di vascello Franz Becker, che non a caso il 9 gennaio 1917 sarà decorato con la croce del Königlicher Hausorden von Hohenzollern e il 26 aprile seguente sarà promosso tenente di vascello. La prua fu colpita a sinistra e a dritta da due mine forse incatenate, mentre una terza torpedine squarciò il centro della murata di dritta. Esplose sia il deposito munizioni di prua, sia l’apparato motore in corrispondenza del centro della nave a tribordo. I tremendi scoppi resero la nave ingovernabile. Mentre la corazzata si appruava, i superstiti riuscirono a rifugiarsi a poppa, ma solo per pochi minuti. Chi poté si gettò in mare e cercò di salvarsi a nuoto tra i flutti agitati e gelidi. A cinque minuti dalle esplosioni, la Regina Margherita affondò di prua trascinando con sé 674 uomini dell’equipaggio. Tra loro c’erano il comandante Bozzo e altri 14 ufficiali. Morirono anche 8 marinai del C.R.E.M. (Corpo Reale Equipaggi di Marina) originari di Molfetta: Saverio De Bari di Stefano e Giovanna De Pinto, Michele De Candia di Damiano e Marta Maria Centrone, Sergio De Cesare di Vincenzo e Rosa Mongelli, Giovanni De Gennaro, fuochista, di Matteo e Maria De Candia, tutti ventunenni, il trentenne Vincenzo De Gennaro di Santolo ed Elisabetta De Ceglie, il ventiquattrenne Mauro De Robertis di Corrado e Chiara Mezzina, il venticinquenne Giovanni Mastropierro di Giambattista e il ventiduenne Mauro Pansini di Domenico e Agnese Pansini. Perirono pure il tenente generale Oreste Bandini, comandante del Corpo di spedizione italiana in Albania, e altri ufficiali dell’esercito, che stavano rientrando in Italia sulla sfortunata nave. Sopravvissero soltanto 18 ufficiali e 257 marinai, grazie ai soccorsi di altre navi. Il disastro fu inizialmente attribuito a un errore di manovra del comandante Bozzo, che avrebbe scarrocciato di 51° dalla giusta rotta finendo contro mine italiane. Ma non si teneva a mente che nel canale di sicurezza del porto di Valona un anno prima, il 4 dicembre 1915, era affondato il piroscafo da trasporto truppe Re Umberto ed era stato reso inservibile il cacciatorpediniere Intrepido dopo gli urti in ore diverse contro alcune mine depositate nella notte precedente dal sottomarino UC 14 agli ordini del sottotenente di vascello Cäsar Bauer, premiato con la promozione a tenente di vascello il 13 luglio 1916. Anche l’affondamento della Regina Margherita, in realtà, andava attribuito alle precise ricognizioni della Marina austro-ungarica e alla tempestiva posa di mine nemiche in luoghi di transito delle navi italiane. Questa nuova gravissima perdita agitò l’opinione pubblica e scatenò negli ambienti politici infuocate discussioni che coinvolgevano l’opera del Governo e degli alti comandi della Regia Marina sulla cattiva condotta della guerra navale, anche perché, dopo la perdita della corazzata Benedetto Brin nel 1915, era ancora troppo bruciante il recente disastro della Leonardo da Vinci, una delle più moderne e grandi navi da battaglia della flotta italiana, da 25 mila tonnellate. La corazzata monocalibra, appartenente alla 1ª squadra dell’Armata navale, era alla fonda nel Mar Piccolo di Taranto, quando, verso le 22:50 del 2 agosto 1916 scoppiò un incendio nella santabarbara di poppa. Il comandante, capitano di vascello Galeazzo Sommi Picenardi, fece inondare i locali e le fiamme sembrarono domate, tantoche fece chiudere le valvole di allagamento. Sennonché, verso le 23:30, la santabarbara poppiera esplose violentemente. Imbarcando acqua, la nave iniziò ad appopparsi, sbandando sulla sinistra. Alle 23:45 lo sbandamento crebbe rapidamente e la corazzata si capovolse nelle basse acque del porto interno, mostrando la chiglia verso l’alto. Per l’esplosione e nel tentativo di salvare la nave, perirono 20 ufficiali, 41 sottufficiali e 141 uomini dell’equipaggio. Altri 80 marinai restarono più o meno gravemente ustionati o feriti e diversi di loro morirono pochi giorni dopo, fino ad arrivare a 249 deceduti. Perse la vita quasi tutto lo Stato maggiore, compreso il comandante Picenardi, morto due giorni dopo il disastro per le gravi ustioni riportate e decorato con medaglia d’oro al valor di marina per essersi prodigato, su un motoscafo da cui era stato raccolto, nel salvataggio dei naufraghi vicini al luogo del sinistro. Anche in questo caso tra le vittime ci furono dei marinai del C.R.E.M. nati a Molfetta: il ventitreenne Domenico Angione di Maurantonio e Giovina Magarelli e il ventunenne Mauro Angione di Ignazio e Rosa Del Rosso. Due giorni dopo, il 4 agosto, spirò nell’Ospedale Militare di Taranto pure il ventiquattrenne Mauro Gadaleta di Corrado e Lucia Ciccolella. Il sinistro venne coperto dal segreto militare per un mese. Solo l’11 settembre 1916 ne furono diffuse le prime notizie, suscitando una forte commozione. Un’indagine sommaria fu avviata dal viceammiraglio Emanuele Cutinelli Rendina, comandante della 1a squadra. Essa ipotizzava che a provocare l’affondamento della nave potesse essere stato un incendio nato in un locale contiguo al deposito munizioni e causato da materiali facilmente infiammabili. I risultati indussero il ministro della Marina viceammiraglio Camillo Corsi a nominare una speciale commissione d’inchiesta formata da deputati e senatori esperti di chimica e fisica, di ammiragli, di tecnici d’ingegneria navale e di un magistrato, affinché, sotto la presidenza del senatore e viceammiraglio a riposo Felice Napoleone Canevaro, essa individuasse le cause del disastro. La commissione, accanto alle ipotesi di incendio esterno, incendio interno al deposito munizioni e autocombustione parziale dell’esplosivo, non escluse in modo assoluto il dolo, perché numerosi fatti passati e molte notizie nuove avute dal Servizio informazioni accrescevano la probabilità che la mano di traditori, guidata da agenti stranieri, avesse sistemato un ordigno esplosivo fra le munizioni, imbarcate nello stesso giorno dell’affondamento, prima che la nave salpasse per le esercitazioni di tiro. Anzi la relazione del presidente collegava la causa dell’incendio sulla Vinci a «un’azione delittuosa ». Furono comunque rilevate alcune mancanze nel servizio di bordo, nella sorveglianza della piazzaforte di Taranto e in certi particolari riguardanti la disciplina, alcuni dei quali coinvolgevano la responsabilità dello stesso ministro della Marina. Il viceammiraglio Cutinelli fu considerato responsabile e invitato a dimettersi. Mentre la commissione svolgeva i suoi lavori, nel dicembre del 1916 giunse la terribile notizia dell’affondamento della Regina Margherita. L’opinione pubblica attribuiva questa e le precedenti perdite alla cattiva condotta della guerra navale e a un’attività eccessiva che non dava buoni risultati. Il presidente del Consiglio Paolo Boselli dispensò dal comando Luigi Amedeo di Savoia Duca degli Abruzzi, comandante in capo dell’Armata navale, e rimosse dai loro incarichi i viceammiragli Cagni e Millo, strateghi dell’offensiva a oltranza contro la flotta austro-ungarica. Umberto Cagni era il comandante navale a Brindisi, mentre Enrico Millo era il comandante superiore navale di Valona e quindi responsabile del campo minato. Era lui che aveva ordinato a Bozzo di salpare per Taranto. Il comando supremo di tutte le forze navali della Regia Marina fu conferito dal 16 febbraio 1917 al viceammiraglio Paolo Thaon di Revel. Gran parte della “guerra segreta” ai danni dell’Italia si irradiava dalla Svizzera. Il console barone Franz von Stockhammern era la mente e il finanziatore che dirigeva, al servizio degli Imperi Centrali, la sua rete operativa dal centro spionistico di Lucerna. Tra i tanti collaboratori prezzolati del diplomatico tedesco c’erano i doppiogiochisti Mario Pomarici, pubblicista napoletano, Vitaliano Garcea, giornalista catanzarese, Francesco Nicolosi- Raspagliesi, giornalista catanese, e Archita Valente, avvocato e drammaturgo tarantino operante a Roma, tutti in collegamento con mons. Rudolph Gerlach, cameriere segreto partecipante del papa e burattinaio di una rete spionistica austro-tedesca, che astutamente si serviva di Giuseppe Ambrogetti, segretario particolare e tesoriere di Benedetto XV. L’impero austro-ungarico aveva a Berna il centro di raccolta informazioni guidato dal colonnello William von Einem, impegnato soprattutto nei sabotaggi nel Nord Italia e a Milano. A Zurigo, dopo la reggenza del Zürcher Bureau (Ufficio di Zurigo) del diplomatico barone Klumenski, presso il Consolato diretto dal console generale austriaco Ernst Maurig von Sarnfeld operava il centro spionistico guidato dal sedicente vice-console Rudolf Mayer, che in realtà era un capitano di vascello preposto al Marine-Evidenzbureau, cioè al Servizio segreto della Marina Imperial-regia, che aveva agenti, confidenti e infiltrati sparsi in Svizzera, in Italia e in Vaticano, e dipendeva dal Marine-Evidenzbureau di Pola, diretto dal contrammiraglio Peter Risbek von Gleichenheim. Quando gli uomini del controspionaggio della Marina italiana in una notte di febbraio del 1917 misero a segno il famoso «Colpo di Zurigo», orchestrato dal tenente di vascello Pompeo Aloisi (1875-1949), capo dell’Ufficio Informazioni della Marina a Berna, nella cassaforte del Consolato austriaco zurighese trovarono centinaia di documenti, che racchiusero in tre grandi valigie, nonché denaro, francobolli e gioielli, che riposero in un’altra valigia. Tra i documenti, portati alla Legazione italiana di Berna, c’erano le liste coi nomi delle spie al servizio dell’Austria-Ungheria in Italia e in Svizzera (a volte coperti da pseudonimi o limitati alle iniziali) e le carte relative ai progetti di sabotaggio da effettuarsi a danno delle navi Andrea Doria e Conte di Cavour e ai sabotaggi già compiuti. In una minuta di informazioni sul disastro della Leonardo da Vinci si trovò scritto: «Tutti coloro che ebbero parte nella L. d. V. sono al sicuro. Con una partita di legumi era stata portata a bordo una bomba carica di termite, munita di una miccia regolata per 48 ore, mediante la quale fu provocato l’incendio, che produsse l’esplosione della Santa Barbara». Questa notizia fu poi sostanzialmente confermata da documenti rinvenuti nel Marine-Evidenzbureau di Pola nel 1918 dopo la vittoria dell’Italia. Mentre la commissione che si occupava della Vinci stava concludendo i lavori, ricevette dal ministero della Marina un plico sigillato. Prima di aprirlo, la commissione chiese i poteri giudiziari, conformemente alla procedura. Ma ecco un colpo di scena: il ministro dell’Interno Vittorio Emanuele Orlando fece requisire il plico con i misteriosi incartamenti e comunicò: «Non può il Governo, per ragioni di opportunità, concedere alla Commissione i richiesti poteri». L’insabbiamento dei documenti più compromettenti era già iniziato. Si sparse allora la voce nei circoli interventisti rivoluzionari e tra le file della massoneria che il ministro Orlando avesse ordinato alle autorità competenti di non arrestare varie personalità della politica e del giornalismo, i cui nomi si mormorava fossero stati trovati in una lista nella cassaforte del Consolato austriaco di Zurigo. Si procedette a degli arresti, ma perlopiù si trattava o di gente ben informata sui fatti oppure di personaggi secondari e marginali. Ad esempio, il 5 marzo 1917 fu tratto in arresto e confinato nel silenzio di una cella l’ambiguo Livio Bini, uno degli autori del «Colpo diZurigo», e il 7 aprile 1917, come annotava nel suo diario il ministro delle Colonie Ferdinando Martini, quaranta persone risultavano già arrestate a Roma e in altre città, in quanto compromesse dalle carte di Zurigo. Per il disastro della Vinci vennero arrestati in momenti diversi e rinviati a giudizio con l’accusa di tradimento, spionaggio e correità nell’affondamento Luigi Criscuolo da Castellammare di Stabia, capo furiere di 2a classe della Marina, Ernesto Cimmaruta da Napoli, commissario di Pubblica Sicurezza, Giuseppe Arconte da Raiano, sottocapo torpediniere silurista, ed Enea Vincenzi da Modena, proprietario e commerciante di frutta. Il capo furiere Criscuolo, in quanto segretario del comandante della Vinci Picenardi, fu arrestato il 30 marzo 1917, scarcerato il 7 giugno successivo e arrestato di nuovo l’8 novembre 1918. Il commissario Cimmaruta, in servizio a Modena al momento del sabotaggio e incaricato dal direttore generale della Pubblica Sicurezza Giacomo Vigliani di fare da intermediario fra il Ministero dell’Interno e Vincenzi infiltrato presso il nemico, fu arrestato il 16 febbraio 1918. Il sottocapo Arconte, da due anni in servizio alla Maddalena, fu detenuto dal 21 febbraio 1918 con l’accusa di aver dato ad agenti austriaci piani di arsenali, porti, rade e fortificazioni, di cui era venuto in possesso fra l’11 e il ’14. Vincenzi era stato avvicinato a Zurigo dall’agente Emilio Battistella, il cui vero nome era Giuseppe Gaeta da Pelezzano, ex viceconsole austroungarico a Napoli, che con l’espatrio aveva assunto la cittadinanza austriaca. Il sedicente Battistella lo aveva presentato a Mayer, che gli aveva proposto di entrare al suo servizio dietro compenso. Così Vincenzi era diventato un emissario del IV Reparto dello Stato maggiore della Marina, cioè dell’Ufficio Informazioni del Ministero della Marina, con funzioni di controspionaggio, retto dal capitano di vascello Marino Laureati. Fornito di denaro e di un lasciapassare per il porto militare di Taranto, Vincenzi, per accreditarsi presso il Marine-Evidenzbureau di Zurigo, dietro suggerimento del tenente di vascello Eugenio Modena, aiutante del cap. Laureati, aveva indicato come ghiotto bersaglio per i nemici la Leonardo da Vinci e fornito a Mayer in vari viaggi a Zurigo da gennaio a giugno informazioni sia vere che false sulla corazzata, accennando a un maresciallo di Taranto segretario del comandante della Vinci. Verso la fine di giugno del 1916 il Ministero della Marina sostituì Laureati col capitano di fregata Angelo Ugo Conz (1871- 1948), già sottocapo di Stato maggiore dell’Armata navale fino al 10 novembre 1915, e Modena col capitano di corvetta Guido Cafiero. Richiamato a Zurigo, Vincenzi venne fatto confinare da Mayer nell’ottobre del 1916 nel villaggio di Oberhollabrunn in Austria, per evitare che lo tradisse rientrando in Italia. Terminata la guerra, presentatosi alla stazione dei carabinieri di Trento per avere il visto d’ingresso in Italia, il 26 novembre 1918 Vincenzi fu arrestato. Spontaneamente consegnò 243 mila corone in danaro e titoli ricevuti dagli austriaci, che furono confiscati. Il processo fu incardinato al Tribunale Militare Marittimo di Taranto, cui spettava per giurisdizione, ma, dopo l’istanza di trasferimento per legittima suspicione avanzata dall’avvocato generale militare tarantino Donato Antonio Tommasi, nel novembre 1918 il Tribunale Supremo di guerra e marina lo assegnò al Tribunale Militare Marittimo della Spezia, sezione di Genova. La prima udienza si aprì il 20 gennaio 1919. Il pubblico ministero era il ten. col. Emilio Tommasi, nipote del precedente, mentre era presidente il capitano di vascello Gino Ducci, dal novembre 1915 al maggio 1916 sottocapo di Stato maggiore dell’Armata, che però era parte in causa in quanto da Laureati gli erano state chieste, per farle trasmettere dall’infiltrato Vincenzi a Mayer, delle informazioni attendibili su alcune navi italiane, per dare un’alone di verità alle notizie false. Durante il dibattimento, l’11 marzo 1919 fu inviata al presidente Ducci una missiva «riservatissima - personale » dal sottufficiale di Marina Stenos Tanzini, uno degli autori del «Colpo di Zurigo», che affermò di aver letto una lettera scritta con inchiostro simpatico firmata dall’ing. Cesare Santoro, il quale comunicava a Mayer l’avvenuto affondamento della Leonardo da Vinci e che l’autore del sabotaggio si era messo in salvo fingendosi tra i morti del disastro. Sulle circostanze dell’affondamento della Vinci Santoro aveva avuto le informazioni da un capitano di vascello, che poi risulterà essere Roberto Monaco duca di Longano (1871-1936). La lettera era stata consegnata a Milano ad Aloisi, che a sua volta l’aveva affidata a Roma al comandante Conz destinatario di tutti i documenti trafugati da Zurigo, che vennero portati a palazzo S. Agostino a Roma presso l’Ufficio del capo di Stato maggiore della Marina Thaon di Revel. Tuttavia quell’importante missiva non si trovava più tra i documenti consegnati da Conz all’autorità giudiziaria militare. Aloisi, letti sommariamente i documenti zurighesi a Milano, aveva telegrafato a Conz che l’autore dell’affondamento era Santoro e Conz lo aveva fatto subito arrestare. In sede di istruttoria e nel dibattimento di Genova Conz, secondo una successiva denuncia di Vincenzi, si sarebbe macchiato di falsa testimonianza e di falso documentale avendo consegnato all’autorità giudiziaria documenti parzialmente alterati o viziati con la soppressione di nomi compromettenti, come quello di Roberto Monaco di Longano, uomo di fiducia del re, già capitano di fregata comandante dell’esploratore Nino Bixio con base a Brindisi durante la guerra, in ambiguo legame con l’ing. Santoro. Durante il processo, per inquinare il dibattimento e spillare soldi al Governo italiano, il sedicente agente Lince, cioè il falsario napoletano di origini tedesche Vittorio Steeger, mescolando notizie autentiche tratte dalle cronache giudiziarie dell’epoca con particolari del tutto inventati, confezionò 62 documenti falsi e li vendette per 5.000 franchi al vicequestore Rostagno in servizio al sotto-centro di Berna dell’Ufficio Centrale d’Investigazione (UCI). Questi documenti accusatori per gli imputati, spacciati per rubati al Consolato austriaco di Zurigo e perciò poi detti «apocrifi di Zurigo », arrivarono a Roma nelle mani del capo dell’UCI vicequestore Giovanni Gasti, che li spedì in tre gruppi distinti al Tribunale di Genova, a cuipervennero anche le carte lasciate dagli austriaci nel Marine-Evidenzbureau di Pola. Solo con l’invio degli ultimi otto documenti Gasti fu costretto ad ammettere che tutto il materiale spedito potesse «essere il risultato di una mistificazione». Il dibattimento di Genova fu chiuso il 24 luglio 1919. In base a un regio decreto del 27 settembre successivo, il processo fu tolto all’autorità militare e trasferito alla magistratura ordinaria, cioè alla Corte d’Appello di Trani, competente per Taranto. I voluminosi atti del processo furono trasmessi alla nuova sede il 13 ottobre 1919. Dopo la riabilitativa requisitoria del sostituto procuratore Erminio Calcagni e le ostili osservazioni del Ministero della Marina, che mantenne la costituzione di parte civile, la Sezione d’Accusa di Trani il 4 giugno 1920 emanò per Cimmaruta, Criscuolo, Arconte e Vincenzi una sentenza di assoluzione per insufficienza di prove. Purtroppo Criscuolo, scosso dalla dura prigionia, diede segni di alienazione mentale e poco dopo la scarcerazione, ricoverato in manicomio, si tolse la vita. Desiderosi di ottenere una piena riabilitazione, Cimmaruta e Vincenzi presentarono replicate istanze per la riapertura del procedimento, ricorsi e richieste di proroga alla Sezione d’Accusa, che però il 20 febbraio 1925 respinse l’ultima istanza confermando la sentenza di assoluzione per insufficienza di prove emessa cinque anni prima. Intanto era andato al potere Mussolini e il 10 giugno 1924 Giacomo Matteotti era stato assassinato da una squadra fascista. Il Governo era stato aspramente attaccato in Parlamento e il deputato repubblicano Eugenio Chiesa aveva accusato Mussolini di complicità nell’assassinio. Dopo quest’omicidio, tra il ’24 e il ’25, alcuni oppositori del Duce andarono a caccia della lista dei sabotatori della Vinci per adoperarla in una campagna stampa contro i vertici dell’Esercito e della Marina. In relazione al delitto Matteotti il quadrumviro generale Emilio De Bono fu accusato di correità nell’assassinio e di intralcio alle indagini come capo della polizia, ma, essendo senatore, aveva diritto a essere giudicato dal Senato costituito in Alta Corte. Il procuratore generale che assistette la Commissione senatoriale d’inchiesta fu il magistrato tricaricese Giovanni Santoro, che nella sua requisitoria manipolò le testimonianze e falsò le interpretazioni documentali in modo da proporre l’assoluzione di De Bono. Illuminante è quanto ha scritto su di lui Gaetano Salvemini in The Fascist Dictatorship in Italy (Londra, 1928): «Il 17 marzo 1925, fu presentata contro sette persone una denuncia di complicità per la perdita della Leonardo da Vinci. […] Tra i sette accusati era Cesare Santoro, fratello del [futuro] senatore Santoro. In altre parole mentre il senatore Santoro svolgeva la funzione di procuratore generale in una causa da cui dipendeva il destino del regime fascista, il fratello era sotto l’accusa di tradimento. Dopo la prima notizia della denuncia contro Cesare Santoro, non fu consentito ai giornalisti di pubblicare niente altro su questa faccenda, sinché […] annunciarono che tutti gli imputati erano stati assolti». Giovanni Santoro, «dopo aver fatto il suo dovere», sarà nominato senatore il 22 dicembre 1928. L’autore dell’accusa fu l’imputato Vincenzi, che inviò al Procuratore generale del re presso la Corte d’Appello delle Puglie, trasferita a Bari, una denuncia, in cui additava gli autori del sabotaggio della Vinci: «Io accuso l’ingegner Cesare Santoro quale affondatore della Leonardo da Vinci. Io accuso quali suoi complici Burner Riccardo di Federico, Von Lama Federico Ritter di Carlo e Roberto Monaco duca di Longano, oggi aiutante di campo navale di S. M. il Re d’Italia». Vincenzi, inoltre, accusò di falsa testimonianza il barone Aloisi e il comandante Conz, cui attribuì anche l’adulterazione di due documenti, e di falsità Vittorio Steeger per i 62 documenti apocrifi presentati da Gasti nel processo. Cesare Santoro (1878-1941) compariva in molti documenti del Marine-Evidenzbureau di Mayer come I. F. o Ingegner Fall o Leo Fall e forse anche come Luigi Fiedler. Nato a Savona da famiglia originaria di Tricarico, nel 1896 era stato allievo ingegnere della Regia Armata Navale, ma nel 1911 era stato rimosso dal grado di tenente di vascello e congedato per «condotta disdicevole». Il 14 maggio 1918 era stato condannato a venti anni di reclusione non per l’affondamento della Vinci, ma per corrispondenze di contenuto spionistico in alcuni giornali in complicità con Valente, Pomarici e Gerlach, a sua volta condannato all’ergastolo in contumacia dopo una fuga pilotata per non compromettere i rapporti tra l’Italia e il Vaticano. Santoro, per speciale grazia di Vittorio Emanuele III del 28 luglio 1921, aveva avuto la pena ridotta alla metà e dopo appena sei mesi, con una nuova grazia sovrana, aveva ottenuto il condono della restante pena grazie ai buoni uffici del duca Monaco. Riccardo Burner, nome in codice Colleoni, legato a filo doppio con Santoro e von Lama nel gruppo I. F., pare che avesse reclutato il sabotatore che materialmente sistemò la bomba nella nave. Il nome di Burner era registrato in un dossier dell’UCI diretto da Gasti, ma il suo fascicolo è misteriosamente scomparso dall’Archivio Centrale dello Stato di Roma. Il salisburghese Friedrich von Lama era stato a Roma corrispondente di giornali austriaci e tedeschi, nonché impiegato della Tipografia Vaticana in collegamento col manovratore occulto mons. Gerlach e con Mayer. Il duca Roberto Monaco, dopo le interpellanze alla Camera e in Senato suscitate dalla denuncia di Vincenzi e dal putiferio della stampa, venne esonerato dalla carica di aiutante di campo di Sua Maestà, ma fu energicamente difeso in Senato, insieme a Conz e ad Aloisi, dal ministro della Marina Thaon di Revel. Il processo, protrattosi fino al 30 settembre 1926, si chiuse con la sentenza di piena assoluzione per Vincenzi e Cimmaruta. Tuttavia i veri colpevoli e i fiancheggiatori la fecero franca, perché l’affondamento della Vinci non fu più attribuito al tradimento, ma «ad una triste jattura». A Monaco, Conz e Aloisi si schiuderà una sfolgorante carriera col fascismo. Il duca Monaco sarà fatto ammiraglio di squadra nel 1928, prefetto di palazzo del re e gran mastro delle cerimonie aggiunto nel 1935. Conz diverrà ammiraglio di squadra dopo neanche un mese dalla fine del processo, presidente del Consiglio superiore di Marina nel 1930, ammiraglio di squadra designato d’Armata nel 1932, senatore e presidente del Comitato degli ammiragli nel 1933, ammiraglio d’Armata nel 1940 e membro della Commissione delle forze armate dal ’39 al ’43. Il barone Aloisi sarà creato capitano di vascello nella riserva navale nel 1927, primo delegato italiano alla Società delle Nazioni e capo della delegazione italiana alla Conferenza per la riduzione degli armamenti nel 1932, presidente del Consiglio della Società delle Nazioni nel ’33, delegato alla Conferenza di Stresa e primo delegato italiano alla Conferenza tripartita di Parigi nel ’35, contrammiraglio nella riserva navale nel ’36, senatore nel 1939, membro della Commissione degli affari esteri e degli scambi commerciali dal ’39 al ’43 e membro della Commissione Affari dell’Africa italiana dal ’42 al ’43. Come evento cruento e tragico nella storia dell’umanità, nessuna guerra è buona, santa o giusta, tranne quelle di difesa dalle immeritate aggressioni. Esiste però anche una «dimensione perduta» della storia, quella che Christopher Maurice Andrew e David Dilks chiamano The Missing Dimension in riferimento alla guerra “non ortodossa”, combattuta “dietro le quinte”, condotta “nell’ombra” e tenuta “segreta”. Ma questa, come nel caso descritto, è una guerra di astuti burattinai, spie senza scrupoli e traditori prezzolati. È una sporca guerra.

Autore: Marco Ignazio de Santis
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