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Condotta sottomarina a Torre Calderina: la parola al prof. Vito Copertino di Legambiente Molfetta
17 agosto 2012

MOLFETTA - Dopo l’invio delle osservazioni del Circolo di Legambiente di Molfetta alle Regione Puglia e all’Acquedotto Pugliese sulla condotta sottomarina per lo scarico dei reflui nei pressi di Torre Calderina, il prof. Vito Copertino, ordinario di Idraulica Fluviale dell’Università della Basilicata, ha chiarito a Quindici alcuni aspetti dell’impianto di sollevamento e prolungamento a mare dei reflui di quattro depuratori nella località Oasi Torre Calderina.
È da premettere che si tratta, dal punto di vista ambientale, del tratto migliore e più scenografico del litorale molfettese, fino al confine con Bisceglie. È nostro dovere, dunque, proteggerlo, tutelarlo e riqualificarlo. Qui oggi avviene l’immissione sulla battigia dei reflui dei tre depuratori di Molfetta, Ruvo-Terlizzi e Corato.
L’intenzione dell’AQP è senza dubbio positiva, nella misura in cui tende a valorizzare un pezzo importante del territorio, un tratto di qualità cui dovrebbe dedicare un’attenzione particolare il Piano Regolatore Generale di Molfetta, anche attraverso una sua variante o nella prospettiva del futuro Piano Urbanistico Generale. Ma tale prospettiva richiede che l’impianto sia fatto a regola d’arte e nel rispetto delle caratteristiche ambientali di un sito d’interesse strategico. In tal senso non è da sottovalutare la presenza di un torrino alto 10m e di un edificio di circa 1000mq ospitante l’impianto idraulico.
La Soprintendenza ai Beni Archeologici e Ambientali ha già espresso il proprio parere negativo, imponendo una vera e propria prescrizione al progetto, suggerendo in alternativa la realizzazione a ridosso della SS 16bis, in opposizione al  lato mare e preferibilmente nella zona industriale ASI di Molfetta, dove si confonderebbe con altri manufatti industriali, senza danni estetici.
Inoltre, Copertino ha dichiarato di aver appreso, insieme a Legambiente di Molfetta, direttamente dal sito dell’Assessorato Regionale alle Opere Pubbliche, qualche settimana fa, del finanziamento di un’opera di convogliamento dei reflui del depuratore di Bisceglie verso l’impianto di sollevamento di cui parliamo. Si tratterebbe di un’opera dal costo complessivo di 5,4milioni di euro. Sorge spontaneo chiedersi come sia possibile sviluppare un parere di VIA (Valutazione dell’impatto ambientale) per una condotta sottomarina e contemporaneamente decidere di realizzare a monte un’infrastruttura destinata al deflusso delle acque di un ulteriore depuratore, da Bisceglie verso l’impianto di sollevamento e la condotta a mare. Un’infrastruttura che condizionerà l’esito del VIA.
La condotta di prolungamento al largo, fino a una distanza di 2km dalla costa, sarebbe una soluzione adatta a sollevare il litorale dal carico inquinante proveniente dai depuratori stessi. Questi non elimineranno totalmente il carico inquinante, dovendo rispettare le tabelle di legge che descrivono la qualità dei reflui che è permesso scaricare. Dunque, l’immissione a mare dei reflui, pur lontani dalla costa, deve avvenire nel rispetto della dispersione innocua nelle acque marine, prevedendone il processo secondo i risultati di un modello matematico che tenga conto delle correnti meteo-marine e della qualità dei reflui scaricati.
Pertanto, se all’opera si dovessero aggiungere i reflui del depuratore di Bisceglie, pari a circa il 40% del carico complessivo degli scarichi a mare (misura che, in termini di abitanti-equivalenti, per Bisceglie risulta essere all’incirca di 85mila, e per l’intera opera più di 310mila), sarebbe lecito richiedere la conoscenza del modello matematico applicato, insieme agli input di progetto, che non possono essere solo quelli tratti dalla letteratura tecnica e scientifica, ma devono essere più vicini possibile alle condizioni reali del sito di progetto.
Né può trascurarsi la necessità di prevedere un cattivo funzionamento temporaneo dell’impianto o la sua sospensione improvvisa, contemplando in tal caso l’urgenza di tenere distinti gli scarichi eccezionali in battigia, anziché concentrarli in un unico punto, peraltro nelle immediate vicinanze di Torre Calderina.
Infine, la soluzione prevista dall’AQP, su cui la Regione ha la responsabilità di tener in conto e far rispettare i risultati della VIA, può essere efficiente soltanto se funziona bene la depurazione a monte e se si rimuovono le ragioni del cattivo funzionamento dell’impianto di depurazione di Molfetta, alcuni mesi fa sottoposto a sequestro da parte degli organi competenti.
Per questo, è necessario che entrino al più presto in funzione o siano realizzati sia i progetti di potenziamento della depurazione dei quattro impianti, sia i progetti di utilizzazione delle acque reflue per l’irrigazione di una campagna che attualmente sfrutta l’acqua della falda idrica, ormai salinizzata dall’invasione del cuneo salino del mare.
In sintesi, s’intrecciano nella vicenda il giusto obiettivo di riqualificare un sito di interesse comunitario, la necessità di risolvere il problema dello scarico a mare di reflui con una condotta sottomarina e, infine, l’obiettivo di utilizzare una parte dei reflui per valorizzare la capacità produttiva della campagna.
Come ha ribadito Vito Copertino, non vorremmo che a pagare per tutto sia la bellezza di una torre storica, su cui, tra l’altro, l’Archeoclub di Molfetta, nove anni fa, ha pubblicato un pregevole opuscolo che ne richiama il valore storico-culturale, simbolico e ambientale, mentre sulla riqualificazione del sito sono intervenuti otto anni fa gli architetti Delle Foglie e Freddi, con un saggio presentato ad un convegno tenutosi a Milano, e sull’analisi faunistica del sito fu prodotto nel 2002 un’indagine condotta dagli studiosi Tedesco e Nitti.
 
© Riproduzione riservata
 
Autore: Giacomo Pisani
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Le tecnologie oggi disponibili consentono in teoria di eliminare dagli scarichi urbani e industriali qualunque tipo di sostanza inquinante; tuttavia i costi, anche ambientali, associati alla depurazione, consigliano di limitare il livello di trattamento al raggiungimento di obiettivi di qualità prefissati in relazione alle necessità d'uso e a quelle di conservazione delle risorse. Mentre per le acque industriali a causa della variabilità delle caratteristiche degli scarichi da un'industria a un'altra, non esiste un processo tipico a cui fare riferimento, ma piuttosto una serie di trattamenti specifici, per i reflui fognari, nei quali peraltro confluiscono spesso scarichi produttivi più o meno pretrattati, si sono affermati diversi processi che sono alla base del funzionamento dei depuratori urbani. Un tempo, le acque di fogna, così come gli scarichi industriali, venivano semplicemente allontanati e scaricati nei corpi idrici superficiali o infiltrati nel terreno. Ci si affidava essenzialmente alla capacità di diluizione e quindi ai processi naturali di auto depurazione dei corpi idrici. I filtri percolatori comparvero negli Stati Uniti verso la fine dell'Ottocento e solo alla vigilia della prima guerra mondiale, in Inghilterra, si realizzò il primo impianto di depurazione a fanghi attivi. L'abbattimento di un certo inquinante spesso determina l'insorgere di altri problemi cui deve essere data soluzione aggiungendo via via nuove fasi al processo depurativo. I processi biologici artificiali, proprio perché basati su quelli naturali, hanno comunque la caratteristica di essere efficaci solo per abbattere gli inquinamenti organici biodegradabili, di conseguenza altre componenti, quali per esempio molti scarichi provenienti dalle industrie e gli stessi scarichi civili, sempre più ricchi di sostanze chimiche estranee ai cicli naturali, sono destinati, nella migliore delle ipotesi, a essere immessi tali quali nell'ambiente o, nella peggiore, a determinare la crisi del processo di depurazione. Il sistema di depurazione dell'acqua più diffuso nel nostro paese è certamente quello a fanghi attivi, anche se le realizzazioni su biodischi sono in buona espansione. Caratteristica comune dei processi di depurazione è quello di produrre, nelle diverse fasi, ingenti quantità di fanghi che devono essere a loro volta sottoposti a trattamento. A titolo esemplificativo, si riportano i dati relativi ai flussi di un impianto di depurazione urbana a fanghi attivi al servizio di una popolazione di 85.000 abitanti equivalenti. Il flusso di liquame in ingresso è pari a 57.000 m3/ giorno, con un contenuto in solidi di 7200 kg/giorno. In uscita si ottengono 57.300 m3/giorno di acqua trattata (che costituisce il principale obiettivo del processo) e circa 314 m3 di fanghi con una concentrazione in solidi del 2,5% in peso, cioè circa 200 volte più alta di quella del liquame in ingresso. Gran parte della capacità depurativa dell'impianto è associata a questo effetto di concentrazione. La linea di trattamento fanghi consiste di una stabilizzazione aerobica o di digestione anaerobica seguite da una fase di disidratazione destinata a rendere i fanghi più facilmente manipolabili e trasportabili. E' evidente che, se le caratteristiche qualitative del fango lo consentono, lo sbocco in agricoltura è quanto mai auspicabile in quanto, sia pure in modo differito e con modalità diverse, si chiude un ciclo, ovvero la biomassa che proviene dai suoli agricoli sotto forma di prodotti alimentari, ritorna alla terra. Purtroppo, la commistione di scarichi di diversa origine nelle fognature urbane, che apportano inquinanti non compatibili con l'uso agricolo del suolo, rende quanto mai problematica tale soluzione cosicchè i fanghi devono essere spesso inceneriti o smaltiti in discarica. Un altro aspetto che occorre considerare discutendo le problematiche della depurazione è quello energetico: il consumo giornaliero dell'impianto precedentemente descritto è pari a 9547 kWh che, tenendo conto dell'efficienza delle varie fasi di produzione e distribuzione dell'energia, equivalgono a circa 2,5 tonnellate di petrolio, ovvero a 43,4 g di petrolio per m3 trattato. In definitiva, la depurazione delle acque reflue urbane e industriale produce inesorabilmente dei fanghi che devono essere attentamente gestiti, e comporta comunque consumi energetici che si traducono in una forma di inquinamento indotto. Quindi, il miglioramento delle condizioni ambientali che si ottiene in ambito locale non è privo di conseguenze negative in un ambito più ampio: pertanto, un miglior sfruttamento delle capacità auto depurative dell'ambiente, ottenibile solo con significativi interventi di prevenzione dell'inquinamento, dovrà, in una prospettiva ambientalmente sostenibile, essere opportunamente valorizzato. – Dove ci porta tutto questo? Non certo al porto: non c'è porto che tenga, sia Nuovo o Vecchio!


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