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Bernard Dika: la politica si può fare ovunque
15 settembre 2019

L’umiltà e la curiosità sono le due caratteristiche che contraddistinguono Bernard Dika, il 21enne toscano originario di Larciano, in provincia di Pistoia, che il 13 dicembre del 2016 ha ricevuto dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, l’onorificenza di Alfiere. Il giovane Dika, che ora studia Giurisprudenza a Firenze e che continua a coltivare la sua passione di arbitro di calcio, è stato ospite della redazione di “Quindici” per un’intervista in cui ha parlato del suo impegno quotidiano, delle sue esperienze, del suo approccio al mondo politico e, soprattutto, dei suoi valori e delle sue idee. Com’è nata la tua passione per la politica? «Non è nata in un momento particolare, è stato tutto molto naturale. Da quando mi sono reso conto che lamentarsi è fine a se stesso, ho sempre sentito dentro di me la voglia di fare qualcosa. Io provengo da un paese in provincia ed essendo pendolare, per arrivare a scuola, ero costretto a prendere l’autobus ogni giorno, con tutti gli inconvenienti che ciò comportasse, ritardi, corse saltate, pericoli vari. Io ed i miei coetanei pensammo di denunciare la situazione in qualche modo e scegliemmo la forma della manifestazione. Una mia compaesana, Chiara, non appena venne a sapere la nostra intenzione, mi disse: “Bernard, vedrai che non cambierà nulla. I problemi sono gli stessi da quando mia madre era giovane”. La prima, la seconda manifestazione: nulla. Alla terza riuscimmo a chiedere un incontro con il responsabile dell’azienda che si occupava dei trasporti e questo episodio fu particolarmente significativo per me: non solo riuscimmo a denunciare la problematica, ma riuscimmo anche ad avanzare un nostro suggerimento. Eravamo ragazzini di terzo superiore che non si fermarono alla protesta, ma puntarono alla proposta. Qualche giorno dopo la messa in vigore della soluzione da noi pensata, mi ritrovai con Chiara fuori da scuola. Fu lei a dirmi “Avevate ragione voi”. Chiara aveva compreso l’importanza dell’impegno dei giovani in politica e questa per me è stata una delle prime battaglie vinte». In che modo coinvolgi i giovani nelle battaglie che porti avanti? «Anche questo è per me un istinto naturale. Non bisogna mai dare ascolto a chi dice che le cose non cambieranno mai perché, andando avanti con convinzioni di questo genere, i problemi diventano sempre maggiori e più difficili da risolvere. Bisogna sempre provare a cambiare le situazioni, partendo dal presupposto che tutto ciò che ci circonda ci riguarda. In fondo é questo il vero significato della politica. Dai tempi della tangentopoli si è diffusa una credenza sbagliata, quella che la politica equivalga ad essere ladri che si schierano in diversi partiti. Una buona fetta della popolazione, ancora oggi, prova sfiducia e risentimento nei confronti della politica e ha l’abitudine di girarsi dall’altra parte di fronte ai problemi, senza distinguere chi piega la politica al proprio servizio da chi si impegna veramente per il bene comune. Tutto questo avviene perché si ha una considerazione assolutamente errata della politica, a partire dalla definizione stessa: fare politica non significa schierarsi con un partito piuttosto che con un altro, ma significa capire che ci riguarda anche ciò che avviene dall’altra parte del mondo perché abbiamo una storia alle nostre spalle. Il bello della politica è che si può fare ovunque, anche nelle piccole cose: con il giornalismo, con il volontariato, con l’associazionismo. Esistono mille modi per essere un buon cittadino: lo è anche chi, camminando per strada, vede un rifiuto per terra, lo raccoglie e lo getta nell’apposito contenitore. Ieri notte sono stato al mercato ittico di Molfetta e ho conosciuto un armatore, Domenico Facchini, che mi ha fatto capire l’importanza del rispetto per l’ambiente, specie per le zone in cui bisogna salvaguardare il mare come risorsa. A mio parere oggi manca quella voglia di ribellarsi che c’era, per esempio, nel ‘68. Sicuramente viviamo in tempi migliori rispetto ad allora, ma la paura più grande, che personalmente nutro, è che venga a mancare progressivamente il senso di ribellione. Io per ribellione non intendo una manifestazione violenta, ma una forma di protesta educata e rispettosa. Temo molto l’indifferentismo alla politica. Per spiegare bene di cosa si tratti questo fenomeno, cito un esempio di Pietro Calamandrei, uno dei costituenti che visse nel periodo della Resistenza italiana. “Due emigrati italiani decidono di andare via dall’Italia perché sognano un futuro migliore in America. Saliti sulla barca che, dal Mediterraneo, li avrebbe portati nell’Oceano, si addormentano e uno dei due si sveglia perché sente la barca muoversi troppo. A quel punto chiede al comandante cosa stia succedendo e quest’ultimo gli risponde che se il mare non si calma nel giro di trenta minuti, la barca affonda. L’emigrato sveglia il suo compagno e gli riferisce tutto, al che il compagno risponde: “Non mi interessa, la barca non è mia”. L’errore comune è ritenere la politica un campo che appartiene ad altri, un concetto astratto così lontano da noi. Invece non bisogna mai dare agli altri il potere di decidere per noi stessi, perché poi, affondata la barca, non c’è salvagente che tenga. L’approccio alla politica avviene proprio a partire dai problemi quotidiani: io voglio trasmettere ai giovani che é importante essere cittadini e non studenti qualsiasi. Se si inizia con l’interessarsi dei termosifoni, dei trasporti, della sicurezza e di altre questioni che hanno a che fare con la vita scolastica, si comincia a capire come basta mettere da parte le lamentele per diventare una generazione non distruttiva, ma propositiva. “Per noi il problema si risolve così”: questa è una delle frasi più belle che un cittadino possa pronunciare in una denuncia, una volta fatta la quale le istituzioni non possono rimanere indifferenti. I problemi della comunità sono problemi loro, dei loro figli, dei loro amici e di tutti noi». Da quando hai ricevuto la nomina di Alfiere, qual è il compito che, quotidianamente, ti impegni a portare avanti? «Il compito di un Alfiere è quello di tenere la medaglia sulla giacca. Io quella medaglia, dopo la cerimonia, non l’ho più rimessa fisicamente, ma cerco ogni giorno di dimostrarne il valore. Voglio far capire ai miei coetanei che Bernard non è il migliore di tutti, ma è un ragazzo con un forte senso di responsabilità che non vede l’ora di trasmettere agli altri. Le parole del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, al momento della consegna della medaglia, mi hanno fatto riflettere sul suo significato più profondo. Le parole chiave sono impegno, pensiero, comportamenti improntati al senso del vivere insieme, idea di società in tutti gli ambienti, spirito solidale. Da allora io non ho mai costruito associazioni, ma mi sono impegnato a veicolare i messaggi della Costituzione italiana sui social network. All’inizio mi sembrava impossibile, ma ora posso dire che il mio esperimento sia riuscito. Grazie ai social sono in contatto con ragazzi da tutta Italia che spesso mi invitano a parlare nelle scuole. Quella medaglia per me non è stata un punto di arrivo, ma solo il punto di partenza che ogni giorno mi spinge a far sì che altri giovani possano pensare come faccio io». Qual è l’esperienza più significativa che porti nel cuore da quando hai ricevuto l’onorificenza? «È davvero difficile rispondere a questa domanda citando un solo episodio. Qualche mese fa sono stato invitato in Calabria, in una scuola del comune Cassano allo Ionio, caratterizzato dalla forte presenza della ‘Ndrangheta. Tutti i miei amici calabresi a cui comunicai l’invito ricevuto mi sconsigliarono vivamente di andarci, consapevoli che sarebbe stato un grosso pericolo per me. Fu proprio grazie a coloro che provarono a convincermi a rifiutare che la mia voglia di andarci crebbe. E non me ne sono affatto pentito. È stato lì che ho conosciuto i ragazzi più attenti e più sensibili. Vedevo nei loro occhi quella voglia di riscatto, quella consapevolezza e quel desiderio di sentirsi alla pari di altri comuni italiani. Alcuni di loro hanno parlato dell’incontro con me durante i loro esami di Stato e questo mi ha commosso. Quei ragazzi hanno fame di futuro ed io vorrei che, quando saranno realizzati professionalmente, possano parlare di Cassano allo Ionio non come il comune in cui è diffusa la mafia, ma come il comune in cui i ragazzi hanno voglia di impegnarsi per cambiare le carte in tavola». Come valuti, nel complesso, la situazione italiana? «Io penso che in Italia manchi il senso di comunità. Manca il senso di riconoscimento in determinati valori. Le date che ci rappresentano, e che tutti dovremmo conoscere, non sono altro che un ulteriore pretesto di divisione. Il 25 aprile passa per la festa dei comunisti, il 10 febbraio per quella dei fascisti, quando dovremmo essere tutti uniti nel ricordare il 2 giugno, quando dovremmo essere un’unica società che si sente protagonista della storia del proprio Paese. Una delle mie proposte è quella di rivedere i programmi scolastici. Mi sembra assurdo che la scuola italiana riesca a formare bravi studenti, ma non sempre riesca a formare cittadini consapevoli. Nell’ultimo anno delle superiori è tanto se si riesce ad arrivare, con la fretta degli esami di maturità, sino alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Non viene trasmesso ai ragazzi il valore della Resistenza, non si parla dell’importanza della figura di Aldo Moro e di come il caso Moro si sia svolto realmente, non si riesce a far capire che solo trent’anni fa Berlino era divisa da un muro che separava il blocco occidentale da quello sovietico e che quei sette Stati indipendenti che si vedono dalla nostra costa erano racchiusi in un unico che prendeva il nome di Iugoslavia, non si danno gli strumenti per capire il conflitto Israelo-palestinese. Bisogna fare in modo che i giovani conoscano il mondo e non cambino canale ogni volta che si imbattono in un telegiornale. Non si è italiani solo quando la nostra squadra di calcio raggiunge la finale, ma lo si è quando si costruisce una coscienza comune che riesce a non fare distinzioni tra i problemi di una generazione e quelli della generazione successiva e precedente. Se, ad esempio, si ignora il problema delle pensioni, ritenendolo appartenente ai più anziani, non si può parlare di coscienza comune. Dobbiamo conservare una memoria collettiva, quella che ci permette di vivere e non di sopravvivere per arrivare a fine giornata». Tante sagge parole, il cui valore si raddoppia perché frutto di una giovane personalità. © Riproduzione riservata

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