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Autore Gaetano Centrone, critico d’arte e curatore di mostre e rassegne culturali “Fuori dal museo”, libro sull’arte pubblica col coraggio di fare politica
15 gennaio 2022

Cercare libri giusti per iniziare l’anno con ispirazione. Lo facciamo in molti e, nei primi giorni del 2022, è venuto il tempo di abbracciare “Fuori dal museo”. Esperienze di arte pubblica, ultimo riuscitissimo lavoro di Gaetano Centrone, recentemente edito da Sartoria editoriale. Cinquanta pagine che scorrono con profondità ed eleganza. E spalancano un mondo. È il mondo a cui Centrone, classe 1978, ha dedicato una vita di studi e di lavoro. Critico d’arte, curatore, spiccatamente vocato per la storiografia dell’arte pubblica, a partire dagli anni Settanta, l’autore riesce in un’operazione ambitissima ma raramente centrata da altri: scrivere un manuale scientificamente credibile abbandonando l’esoterismo degli specialisti e misurandosi con una prosa brillante, gentile e fendente insieme, che disegna un percorso accessibile a ogni tipo di lettore, dallo studente della materia al semplice appassionato di storia dell’arte. Il testo di Centrone mette a fuoco il suo obiettivo dalle primissime battute. E prova a rispondere a una domanda utile, utilissima: che contributo può dare l’arte alla costruzione della comunità? Non si può rispondere senza definire con chiarezza cosa è “arte pubblica” e cosa non lo è. E anche in questo Centrone mostra maturità nel lavoro di ecologia teorica da cui fa partire il suo percorso. “Collocare in uno spazio aperto e accessibile un’opera d’arte non significa necessariamente renderla pubblica”, scrive nell’incipit. E aggiunge: “L’opera nello spazio pubblico non ha neanche più carattere monumentale e perenne, ma può configurarsi anche come processo, azione, evento effimero e circoscritto a una durata nel tempo”. Subito siamo nel cuore del tema: l’arte pubblica non come genitrice di oggetti di fruizione, bensì come soggettività trasformativa, forza motrice di processi aperti e non autoreferenziali, che convoca dunque la comunità a mettersi in discussione. “L’opera d’arte come aperta”, scrive ancora Centrone, “oggetto di completamento da parte del fruitore, che viene chiamato ad un coinvolgimento attivo”. La figura di “artista immerso” e non separato dal mondo e autoreferenziale, di cui Centrone continua a render conto pagina dopo pagina, libera un forte fascino, soprattutto per chi ha “una visione progressista dell’ordine delle cose”, come l’autore non manca di notare. Uscire da quella che nel libro viene suggestivamente evocata come “la riserva dei musei e del cubo bianco delle gallerie” significa, chiaramente, misurarsi con l’imprevedibile reazione delle comunità e – quando è presente – con la controversa relazione con la committenza pubblica. Una ricerca politicamente estroversa che ha ingaggiato molti protagonisti in città che si sono distinte per l’investimento in contesti “art friendly”, sviluppando visione e progettualità nell’arte pubblica, come Torino e Napoli. Ma che ha attraversato con forza anche la storia della nostra Molfetta e del capoluogo Bari, a cui Centrone dedica una buona parte della carrellata delle sue riflessioni. Molfetta è raccontata come una città scenario di avanguardia, in cui si misurano anche esperienze di committenza pubblica coraggiose, per quanto contestate. È tra il 1970 e il 1971 che il giovane Michele Zaza dà vita, proprio nel cuore della città, alla sua Simulazione d’incendio. Le pagine dedicate a questa provocazione artistica eclatante e sperimentale costituiscono un contributo storiografico prezioso, che ci restituisce il sapore di una Molfetta audace, capace di lasciarsi attraversare da una ricerca artistica avanzata. Come ricorda Centrone, la Simulazione venne messa in atto tre volte: 24 novembre 1970, 24 dicembre 1970 e 10 gennaio 1971. Zaza al tempo era uno studente dell’Accademia di Brera, iscritto al corso di scultura di Marino Marini, al lavoro su una tesi su Pino Pascali, morto precocemente alcuni mesi prima. Con libertà sfrontata, Zaza propone a Molfetta quello che Centrone definisce un “happening psico-artistico” in tre tempi, tra la Villa Comunale e Corso Umberto. Sculture, fumogeni – prima al centro della Villa e poi ai piedi degli alberi del Corso – finte fiamme, con lo scopo di scuotere la massa dalle abitudini consuete e imporre una modalità artistica processuale, basata sull’interazione col pubblico, a tratti spaventato, a tratti scandalizzato. È negli anni Novanta, sulla scia dell’esempio - prototipo della Napoli di Antonio Bassolino (su cui il libro non manca di soffermarsi, con un capitolo dedicato), che è il committente politico a “provocare” l’arte pubblica, provando a svolgere una funzione maieutica e collettivamente formativa. E anche qui Molfetta torna in scena, con la famosa azione artistica del 20 maggio 1995 sulla Banchina San Domenico, quando una folla incredibile assiste alla performance di Antonio Paradiso sulla “macchina schiacciata”, denominata Mausoleo a Icaro. Il sindaco che osa sperimentare questo salto di qualità nelle politiche culturali è Guglielmo Minervini, eletto un anno prima dopo un percorso ampio e partecipato. È utile e coinvolgente leggere l’esegesi della storia della “macchina schiacciata”, che da performance temporanea diventa monumento permanente, un monumento contestato a tal punto da essere delocalizzato in una piazzetta spartitraffico di periferia, per essere sostituito dal più “armonico” Monumento al marinaio di Giuseppe Maraniello, ritenuto meno ingombrante e più “palatable”, accettabile per tutti. Vicenda emblematica, che racconta da un lato il conflitto che l’arte pubblica innesta, l’accensione di processi trasformativi, la relazione profonda che si crea tra un’azione e il contesto. Dall’altro fa riflettere sul dilaniante quesito legato al ruolo della politica nella costruzione di ecosistemi di facilitazione delle arti. Una politica capace di generare politiche culturali portatrici di animazione sociale diffusa e formazione artistica permanente collettiva, anche assumendo su di sé il rischio di cali di consenso nel breve periodo. Il binomio politica/politiche culturali visionarie si è disegnato con enorme difficoltà nel vicino capoluogo, Bari, città a cui Centrone dedica pagine vibranti e controcorrente, in accesa polemica con le amministrazioni di centrosinistra dell’ultimo quindicennio, ricostruendo due passaggi deludenti degli anni 2000: quella dell’abbandono all’incuria della pittura murale All Bands di Sol LeWitt dipinto in Sala Murat nel giugno 2003 e quella della Carboniera di Jannis Kounellis, anch’essa delocalizzata sul retro della Cittadella della Cultura dopo varie polemiche, quasi a nascondere un misfatto. Il libro ha un finale aperto alla speranza, col racconto di alcuni esperimenti riusciti come quelli lungo il già citato asse Napoli- Torino, o le esperienze estere di Munster e Tirana. Esperimenti di integrazione tra azioni artistiche e rigenerazione urbana e sociale di città in crisi, che hanno saputo usare anche la leva dell’arte pubblica e delle politiche culturali di qualità per convertire un destino di mancata centralità e recuperare quota reputazionale, innestando meccanismi di innovazione e partecipazione. Buone pratiche, su cui prendere appunti. Non ci resta che considerare questo libro uno strumento in più per disegnare con maggiore consapevolezza la traiettoria del futuro per Molfetta, a valle di una fase francamente avvilente e decisamente minuscola delle sue politiche pubbliche su arte, cultura, urbanistica e paesaggio, con massimo svilimento di quella città pubblica che dovrebbe tornare a essere scenario di politiche di qualità condivise e partecipate. © Riproduzione riservata

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