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Alluvione zona Asi, anche Legambiente parla di disastro annunciato: individuare colpe e responsabilità. Sotto accusa l'amministrazione di centrodestra di Azzollini
20 luglio 2016

MOLFETTA – Anche Legambiente Molfetta, come “Quindici”, parla di disastro annunciato per l’alluvione di sabato 16 luglio.

«Sabato pomeriggio via degli Agricoltori, a poche centinaia di metri dall’Ipercoop era ricoperta d’acqua. L’acqua che, dopo aver riempito Lama Marcinase, tracimava sul selciato stradale costruito proprio su quella lama. Metri e metri d’acqua scorrevano rapidi lungo la lama, tornata ad essere un ‘fiume’.

Quell’acqua avrebbe poi abbattuto muri, divelto macchinari e attrezzature a servizio di alcuni stabilimenti ubicati a valle di quella strada che, come molte altre, sbarra il corso delle lame, cioè di quegli alvei naturali pronti, in occasione di abbondanti precipitazioni, a trasformarsi in ‘fiumi’, a incanalare l’acqua e a portarla dritto verso il mare – scrive Legambiente Molfetta -.

Le lame, che nascono dalle Murge fino a raggiungere il litorale, raccolgono non solo le nostre piogge ma anche quelle precipitate nei territori interni. La massa d’acqua che si riversa, da ultimo, nel tratto finale delle lame può essere, quindi, molto ingente e arrivare a travolgere tutto quello che incontra. L’acqua non si blocca: piuttosto, si governa e si convoglia rispettando il territorio, proprio come insegnano le lame, oggetti ‘antichi’ e però ancora, per molti, sconosciuti.

Già nel Regio Decreto del 15 maggio 1902, lama Marcinase figurava tra le “principali acque pubbliche della Provincia di Bari”. Che significa? Che se ne riconosceva l’importanza già allora, come bene pubblico e come risorsa idrogeologica da tutelare e da curare, alla stregua di un fiume. Poi, molto più tardi, sono venuti i sofisticati strumenti urbanistici che conosciamo (il PUTT/p, il PAI, il PPTR): lama Marcinase, come molte altre lame, non è mai stata cancellata sulla carta, anzi.

Eppure, come molte altre lame, è stata deturpata, sbarrata, cancellata, violata nei fatti. Perché, in fondo, protegge da eventi atmosferici riportati solo sui libri, che non capitano mai e che nessuno, a sua memoria, ricordi.

Nelle zone Asi, poi, gli strumenti urbanistici ordinari non si applicano, perché soccombono dinanzi ai piani di sviluppo industriale. Così, sospese le regole ‘normali’, norme ‘nuove’ sono state via via scritte dai tecnici, ratificate dai politici e, spesso, avallate anche dal ‘buon senso’ della maggioranza della popolazione. Tutto questo ha reso possibile che la zona industriale di Molfetta fosse costruita così com’è ora. Perché lo sviluppo non si può fermare. Sì, ma neanche l’acqua.

È utile individuare responsabilità e ‘colpe’. Di chi ha pianificato e progettato lì quegli insediamenti produttivi e commerciali, di chi ha concesso i permessi a costruire, di chi, spesso, ha preteso e ancora pretende di insediarsi anche laddove le oggettive condizioni (non solo le carte bollate) non lo consentono. Salvo poi accorgersi, a disastro avvenuto, che forse anche l’economia e i propri utili - e non solo l’ambiente - subiscono danni ingenti se seguono presunte leggi autonome, nell’illusione che ‘tutto si può fare’.

Di chi, infine, avrebbe voluto che strumenti come il Piano di assetto idrogeologico, tanto dileggiato in sedi politiche e non, fossero vanificati in un’aula di tribunale: Legambiente, da sola, ha difeso quel piano, anche in sede giudiziaria, costituendosi innanzi al Tribunale Superiore delle Acque contro l’amministrazione Azzolini che, invece, impugnò a suo tempo questo strumento ritenuto inutile e dannoso. Una battaglia, questa, vinta anche a dispetto di quello che molti pensavano (e pensano).

L’individuazione delle responsabilità servirebbe – e scusate se è poco – anche a evitare che ora, a pagarne le spese (non solo morali), siano tutti: qualche imprenditore in buona fede e, soprattutto, la collettività. E non, come dovrebbe essere, chi, fra soggetti pubblici e privati, sapeva e ha finto di non sapere. Oppure non sapeva anche se, come tecnico o come politico, aveva l’obbligo di sapere. Sarebbe giusto, insomma, imputare il costo dei risarcimenti a chi, colposamente o dolosamente, ha ignorato il rischio idraulico di quei siti.

Oggi bisogna, è ovvio, salvaguardare gli insediamenti, i posti di lavoro, la salute di chi lavora in quell’area.

Come? Alcuni oggi parlano del progetto dei ‘canaloni’ (un progetto che, nella sua versione iniziale, risale ai tempi dell’amministrazione di Antonio Azzollini). Detto così sembrerebbe poco più di qualche canale di scolo facile da realizzare e, al contempo, indispensabile a evitare disastri come quelli avvenuti nell’ultimo week-end.

Si tratta invece, secondo l’ultimo progetto poi rielaborato e condiviso dall’ultima amministrazione comunale di Paola Natalicchio, di due collettori enormi che costeranno alla collettività milioni di euro e che attraverseranno ettari ed ettari dell’agro molfettese, distruggendo campagna e, ancora una volta, le lame già martoriate da decenni di urbanizzazione scriteriata. Collettori che, inoltre, se non manutenuti (a spese e a carico di chi?), potrebbero diventare comode discariche a cielo aperto facendo così ugualmente tracimare l’acqua che si dovesse raccogliere in abbondanza.

Nel dettaglio, il ‘canalone’ unico (il canale di gronda progettato a protezione della Zona ASI e della zona PIP3 e sostenuto dall’ex sindaco Azzollini) misura, da progetto, larghezza pari a venticinque metri e profondità pari a tre: eliminati 5.000 alberi produttivi, la realizzazione del canalone, lungo quasi 10 km, comporterebbe lo scavo di 359.000 m³ di terra e roccia e l’occupazione di 164.000 m2 di suolo agricolo (fino a danneggiare i suoli dell’oasi di Torre Calderina). Il tutto per una cifra stimata al ribasso pari a circa 25 milioni di euro.

L’altro progetto (quello voluto dall’ex sindaco Natalicchio) prevede due canaloni, per niente meno impattanti.

Ma il paradosso più grande è che il progetto dei canaloni, almeno nelle sue mire iniziali, servirebbe a mitigare anche i rischi idraulici che insisteranno su un’area al momento non ancora industrializzata (PIP3).

Insomma, dopo aver cancellato gli alvei naturali che per millenni hanno protetto il territorio da alluvioni e inondazioni, le istituzioni preposte ne costruiscono di artificiali per porre rimedio ai propri errori (questo, per la Zona ASI).

E, per la zona PIP3, anziché riprogettare quest’area e ricollocarla in una zona più sicura (ammesso che qualche studio economico abbia dimostrato che ce ne sia davvero il bisogno), le autorità di governo regionali e locali decidono di moderarne anzi-tempo i potenziali effetti nefasti con un’opera di enorme impatto ambientale. Si tratta, ammettiamolo, di ragionamenti di fine intelligenza tecnica e politica. Ragionamenti che, al di là del recente e avvilente rimpallo tra i due ex sindaci, purtroppo accomunano, nella sostanza, ogni schieramento politico che, negli ultimi trent’anni, sia stato eletto a governare questa città.

Che fare, dunque, ora?

Serve, a questo punto, che si accertino le responsabilità di chi ha permesso che fossero realizzati quegli insediamenti e che, oltre a potenziare il sistema di protezione civile comunale con adeguati sistemi di preallerta (in questi giorni, la qualità degli interventi si è rivelata in molti casi inadeguata), si individuino interventi di mitigazione alternativi ai ‘canaloni’ (a quello mastodontico voluto da Azzolini, ai due non meno impattanti voluti da Natalicchio), interventi che siano meno costosi e meno impattanti sull’ambiente. E, questo, per evitare che, sull’onda dell’emergenza, si facciano danni più gravi di quelli già fatti. E perché non si dica, ancora, che non sapevamo».

Sarebbe ora che queste responsabilità fossero accertate e sanzionate, non è possibile lasciare che tutto passi sotto silenzio. Sarebbe un silenzio colpevole.

 

 

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