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Vecchie monete I nostri detti memorabili
15 febbraio 2004

di Marco de Santis Come tutti sanno, a partire dal 1° gennaio 2002 sono entrate nell'uso le euromonete e il 1° luglio dello stesso anno sono state ritirate dalla circolazione le monete nazionali degli stati aderenti all'area dell'euro. In Italia la vecchia lira è andata in pensione e con essa una fetta cospicua del potere d'acquisto del danaro corrente, con buona pace dei tromboni politici incapaci di porre un freno alle manovre speculative, se non addirittura conniventi con gli stessi speculatori. (Nella foto: Cinque grana di Ferdinando II di Borbone (1836). Mentre le vecchie monete sono sparite dall'uso, nei dialetti sopravvivono locuzioni nelle quali fanno capolino valute e tagli monetari del passato. Non fa eccezione il dialetto molfettese, che serba il ricordo di monete borboniche e italiane. Ad esempio, una canzone popolare dell'Ottocento iniziava così: U chëtugnë êmêr'êmêrë / u mëttimmë ind'o pênêrë; / u pênêrë mmézz'a la vì: / trè cavaddë, pë l'êmòërë dë Ddì! (La cotogna amara amara / la mettiamo nel paniere; / il paniere sulla via: [solo] tre cavalli, per l'amor di Dio!). Ovviamente i cavalli sono spiccioli del tempo dei Borboni, ma il nome risale all'epoca aragonese, quando sotto Ferdinando I d'Aragona (1458-1494) le omonime monete di rame sul rovescio avevano effettivamente l'immagine di un cavallo. Altra moneta borbonica era u ndërrèësë, il tornese, di origine altomedievale francese, ma introdotto a Napoli nel 1581 in pezzi di rame del valore di 6 cavalli. Il termine è rimasto in un modo di dire ormai caduto in disuso, ma frequente fino ad alcuni decenni fa sulla bocca dei poveri e degli sparagnini a proposito di primizie o derrate relativamente costose: Mo t'aspéttë nu altë mèësë, quênnë vè a nu ndërrèësë (Or t'aspetto un altro mese, quando andrai ad un tornese). Il plurale di ndërrèësë è tërrisë o tërràisë, propriamente 'tornesi', ma col tempo passati ad indicare genericamente i denari di qualsiasi entità o corso legale. Tra le pezzature preunitarie non mancava u grênë, il grano, la seicentesima parte dell'oncia (ònzë). Il grano, pari anche a 12 cavalli o a 2 tornesi, fu coniato per la prima volta sotto Ferdinando I d'Aragona. Inizialmente fu battuto in argento, poi in rame fino all'epoca di Francesco I di Borbone (1825-1830). Un multiplo del grano era la quatrênë, moneta da quattro grana, tramandata anche dall'espressione quatrêna sckêndàtë (quattrograna sformata o contraffatta), riferito a persone dal faccione sbigottito e scarruffato, come la testa di certe monete consunte o false. Altro multiplo era la cingrênë o ciungrênë, conio da cinque grana, equivalente a mìëzzë carràinë (mezzo carlino). Mentre a Napoli il termine cincheràna si adoperava a scorno dei ciarloni inconcludenti passibili di una multa di cinque grana, a Molfetta cingrênë si usava contro gli insinuatori, gli spioni e gl'inaspettati oppositori nella domanda sarcastica Si avutë la cingrênë? (Hai forse avuto la regalìa?). Dieci grana formavano nu carràinë, un carlino, moneta borbonica, il cui prototipo risale a Carlo I d'Angiò, che nel 1278 lo fece battere in oro e argento. A questa unità valutaria si collega un lemma di cui Rosaria Scardigno nel suo Nuovo lessico molfettese-italiano (Mezzina, Molfetta, 1963, p. 155) dà solo il senso figurato. Si tratta di cingarràinë, voce spiegata come “eufemismo scherzoso per: membro virile”, ma che alla lettera vale 'cinque carlini', per inciso pari a mìëzzë dëquàtë (mezzo ducato). Entrambi i significati si ritrovano in un canto satirico raccolto da me e da amici ed eseguito pubblicamente a Molfetta dal Gruppo “La Berzeffa” negli anni Settanta del Novecento. È sufficiente allo scopo la prima metà della canzone: Tarallë tarallë tarallë / u accëprétë së còlchë chë mmammë / e ci vu nên gë crëditë, / vënitë susë ca lu vëditë. / Scitë abbàsscë a lu prëttòënë, / ca truvatë lu bastòënë. / Scitë susë a la chëmmêrë, / ca ngë acchjatë la tabacchèërë. / Scitë sott'a lu chësscinë, / ca ngë acchjatë la cingarrinë. // La cingarrinë appëzzëcatë / cótëlë, cótëlë e nên zë në catë (Tarallo tarallo tarallo / l'arciprete si corica con mamma / e se voi non ci credete, / venite su ché lo vedete. / Andate giù al portone, / ché trovate il [suo] bastone. / Andate su dall'amante, / ché rintracciate la [sua] tabacchiera. / Guardate sotto il cuscino, / ché trovate la cinquecarlini. // La cinquecarlini appiccicata / si scuote, si scuote e non se ne cade). Come mai una moneta da cinque carlini ha finito per indicare metaforicamente gli attributi maschili? Il traslato si fonda sulla tradizionale associazione tra disponibilità di denaro e di cibo e prestanza fisica, tra potenza economica e potenza virile, così come la ricettività femminile è resa figuratamente dalla borsa che accoglie i soldi. Un caso analogo è offerto da cinquina, moneta d'argento di 5 tornesi corrente nel Regno di Napoli al tempo degli aragonesi, richiamata come metafora sessuale maschile nella commedia cinquecentesca Gl'ingannati¸ scritta in seno all'Accademia degli Intronati di Siena. Un'altra antica moneta è u taràjë, il tarì o tareno, battuto in oro in Sicilia sotto i califfi Fatimidi, poi in argento dall'epoca aragonese fino al regno di Ferdinando IV di Borbone (1759-1825). Un tarì valeva 2 carlini o 20 grana. Naturalmente il tarì lampante di zecca era detto tarì nùëvë, documentato da noi anche come soprannome nell'esclamazione Êmmë fattë la casë dë Tarinùëvë e Picchirùsscë! (Abbiamo fatto la casa di Tarì-nuovo e Pecorone!), in riferimento ad abitazioni e stanze divenute prede del disordine. Tarinùëvë e Picchirùsscë erano marito e moglie e venivano additati dalla gente non solo come confusionari e scriteriati, ma anche come tipi particolarmente litigiosi. Li si poteva vedere per strada intenti a litigare a distanza, l'uno su di un marciapiede e l'altra su quello opposto. Cinque tarì costituivano nu dëquatë, un ducato, pari anche a dieci carlini o cento grana. Non va poi dimenticata la pézzë, la piastra argentea borbonica in uso nel Regno delle due Sicilie fino alla conquista garibaldina. Il nome passò quindi allo scudo italiano d'argento del valore di 5 lire, che ebbe corso fino alla seconda guerra mondiale. Con l'Unità d'Italia, u nêpliòënë, il nome che si dava al napoleone aureo di origine francese, finì per indicare il marengo, cioè la moneta d'oro da 20 lire in uso fino al secondo conflitto mondiale. Del napoleone italiano è rimasta traccia in un canto politico abbozzato dai sostenitori di Gaetano Salvemini per l'epico scontro elettorale del 26 ottobre 1913, che, contro le loro previsioni, riuscì favorevole al repubblicano giolittiano Pietro Pansini. Una strofa recitava: Pênzinë è sciutë a Rròëmë / a sprêngë u nêpliòënë: / u ha ppùëstë ind'o chênìstë / pëd abbëttà lë pêgnëttìstë (Pansini è andato a Roma / a scambiare il napoleone: / l'ha messo nel canestro / per ingozzare i pagnottisti). Agli inizi del Novecento per i votanti meno abbienti il prezzo medio della corruzione elettorale era di 5 lire. Sotto i Savoia l'unità monetaria divenne pertanto la làirë, la lira, la cui centesima parte era, ovviamente, u céndésëmë. Alludendo ai tagli più piccoli, subito il popolino forgiò i modi di dire Abbatë o céndésëmë (Bada al centesimo, è spilorcio) e faccë dë du céndésëmë (faccia da due centesimi, visino sofferto e minuscolo). Nel sistema monetario usato fino alla seconda guerra mondiale u sóltë, il soldo, fu la ventesima parte della lira. Anche in questo caso i popolani hanno trovato l'appiglio per qualche frecciatina ironica. Dei poveracci o degli sbruffoni senza denaro ancora oggi si sente dire: Lë mênghënë dëcënnóëvë sóltë pë ffà nê lirë (Gli mancano diciannove soldi per fare una lira). Invece sono quasi finiti nel dimenticatoio lë du sóltë dë Vëscègghjë (le monete da due soldi di Bisceglie), spiccioli falsi coniati agli inizi del Novecento da un certo Guarini in una zecca clandestina biscegliese. Che morale trarre, allora, dall'intera rassegna numismatica? Guardando le cose dall'alto o, come direbbero i filosofi, sub specie aeternitatis, la risposta non può essere che una sola: lë tërrisë d'óëscë nêm bòënë crè, i soldi d'oggi non vanno domani.
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