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Una palestra di cultura tra passato e presente Il numero 12 di “Studi Molfettesi”
15 settembre 2002

E' uscito di recente il numero 12 di “Studi Molfettesi”, Rivista del Comune di Molfetta.Nata in una stagione di grande progettualità e rinnovamento culturale,e diretta con autorevolezza e dedizione da Marco Ignazio de Santis,costituisce ormai un sicuro punto di riferimento della storiografia molfettese.Auguriamoci che possa continuare la sua strada. Il saggio di Giovanni de Gennaro, “Il giorno della Memoria”, commemora da una parte lo sterminio degli ebrei,e ricorda dall'altra l'odissea dei soldati italiani condotti in Germania dopo l'otto settembre, e sottoposti come “deportati” ad un trattamento inumano e criminale. Molto utili in appendice i due elenchi nominativi di nostri concittadini: il primo,dei militari internati nei campi di concentramento tedeschi; il secondo, di tutti i prigionieri di guerra nei campi anglo-americani. Il lavoro di de Gennaro riprende a livello locale un filone storiografico teso a rivalutare il ruolo svolto dai militari italiani nella resistenza al tedesco,e nella edificazione dell'Italia libera. E' un'operazione storiograficamente opportuna,che rimedia a ingiustificate e deliberate omissioni. Prescindendo dal saggio in questione, ritengo personalmente auspicabile che ogni studio sulle forze armate,quali che siano, risalga al loro “datore di lavoro”, cioè lo Stato, e alle motivazioni che spinsero le sue classi dirigenti alla guerra. La commemorazione dei caduti si unisca sempre alla denuncia delle responsabilità di chi li mandò al macello. Altrimenti,come scrisse Merleau-Ponty, continuano a morire per l'eternità,e non hanno mai pace. Marco Ignazio de Santis va ricostruendo da anni la storia di Molfetta in età medievale. E' una ricerca che richiede preparazione specifica,tenacia,intuizione. I documenti esistenti vanno ben interpretati e storicamente inquadrati, ci vogliono fiuto ed esperienza per ritrovarne altri, e per riporre al giusto posto le tessere di mosaici sempre incompleti. Senza dimenticare il durissimo lavoro della corretta trascrizione paleografica. Il suo saggio, “Un Giustiziere di Sicilia e un ambasciatore di Carlo Martello a Venezia: Enrico e Pietro Passaro di Molfetta”, fornisce alcune inedite notizie sulla nostra città nella seconda metà del XIII secolo, e delinea l'ascesa e le figure più rappresentative di una delle più antiche e nobili famiglie molfettesi. Nell'ottobre 1269 Enrico,già distintosi nell'assedio di Lucera, fu nominato da Carlo I d'Angiò Giustiziere di Sicilia. Nel febbraio del 1293 Pietro, fratello di Enrico, e Basilio Falconi di Bisceglie, si recarono a Venezia per compiervi una importante e delicata missione diplomatica per conto di Carlo II e di suo figlio Carlo Martello. Si trattava in sostanza di rinnovare alla Serenissima i sentimenti di amicizia degli Angiò, e soprattutto di convincerla ad astenersi dall'appoggiare le mire arbitrarie di Stefano Arpad sul regno d'Ungheria, legittimo appannaggio di Carlo Martello. I “Capitula” di questa ambasceria, considerati perduti da oltre un secolo, sono stati fortunosamente rinvenuti dal de Santis in un archivio privato, e sono pubblicati in calce al suo saggio. Lorenzo Palumbo affronta un tema di grande attualità: il suo lavoro, “Per non dimenticare,oggi soprattutto. Documenti inediti su Giovanni e Tiberio Pansini”, narra le vicende di due antifascisti molfettesi, basandosi su documenti inediti forniti dalla famiglia. Giovanni, repubblicano con tendenze anarchiche, subì cinque anni di confino, fu degradato, perse il posto di lavoro. Tiberio, suo figlio, iscritto al Partito Comunista, partigiano, ufficiale superiore di una Divisione Garibaldi attiva in Valsassina, fu catturato e torturato da una banda fascista, e fucilato presso Sondrio il 9 aprile 1945. Mi preme sottolineare due parole del titolo,quell'«Oggi soprattutto»: una eloquente scossa ai dormienti, e un monito a serrare i ranghi, in un contesto nazionale devastato dal trasformismo, dalla dilagante censura mediatica, dall'attacco sistematico ai valori fondanti della Repubblica. Corrado Pappagallo pubblica “Alcuni documenti inediti sul porto di Molfetta (1814-1845)”, rinvenuti nell'Archivio di Stato di Napoli, ed in quello Comunale di Molfetta, e corredati da due piante. La storia della sistemazione dell'area portuale procedè con una certa lentezza per la necessità di reperire i fondi necessari, e per alcuni contrasti tra i progettisti sulla struttura e sull'orientamento dei moli. Al sindaco dell'epoca, Maurizio Fraggiacomo, va il merito di aver fortemente voluto la realizzazione di una secolare aspirazione della nostra marineria. Segue un ennesimo contributo di Pasquale Minervini alla bibliografia salveminiana (“Gaetano Salvemini e la sorella Maria, in quattro lettere inedite con riguardo alla madre”). Se nulla aggiungono alla conoscenza del suo ruolo nelle vicende politiche dell'epoca, (siamo subito dopo le elezioni del 1913), queste missive ci introducono nell'ambiente familiare del Nostro, non sempre lieto, anzi, come sappiamo, funestato da eventi drammatici e dolorosi. Un grande affetto per le sorelle e per la madre, e prontezza nel lenire le loro difficoltà finanziarie: una conferma, se mai ce ne fosse bisogno,della generosità di Salvemini. Leggiamo di seguito la recensione di Arcangelo Ficco al libro di Giovanni de Gennaro “La città di Salvemini. La classe dirigente di Molfetta dall'Unità al primo Novecento”, edito da Mezzina nel 2000. Si tratta di un denso ed articolato commento ad un volume importante e di grande respiro, al quale dovrà riferirsi chiunque si accosterà alla storia molfettese del secondo Ottocento. Molto opportunamente, Ficco ricorda la dedica di De Gennaro “Ai giovani di Molfetta, per un recupero di identità”, e si chiede su quali basi sociali e culturali possa esso fondarsi, “in una fase decisiva di passaggio per Molfetta, che deve necessariamente ridefinire, in un contesto di cambiamenti epocali, la sua fisionomia di città, così come si è configurata nell'ultimo cinquantennio”. Si ripropone, quindi, oggi come allora, il problema della “classe dirigente”, del suo ruolo e responsabilità nelle scelte di fondo, e dei meccanismi di acquisizione del consenso. Certamente, la questione non si presta a facili schematismi, e non è esente da contraddizioni. E tuttavia, alla resa dei conti, i cosiddetti “poteri forti” manifestano puntualmente, ed attuano, i loro progetti, indipendentemente dai costi sociali che ne derivano, e dalle fasce che maggiormente li subiscono. In quel momento, a mio parere, l'antico duro giudizio salveminiano sull'élite molfettese mostra purtroppo la sua perdurante validità. I recentissimi fatti lo evidenziano con limpidezza cristallina: gli affari, temporaneamente controllati, si riorganizzano su maggiori e deregolati profitti, ed investono consistenti aliquote nel controllo del consenso, la politica si adegua, la gente dorme o baratta il proprio futuro con il piccolo favore, coloro che più dovrebbero vigilare, sbagliano clamorosamente bersaglio. Conclusione: si torna indietro. Come di consueto, la rivista si conclude con una ricerca nata in ambito scolastico. Questa volta, gli alunni del Corso A della scuola media “Pascoli”, coordinati dalla professoressa Maria Capursi, hanno affrontato un tema profondamente radicato nella memoria storica della nostra città: l'emigrazione. Il lavoro ha per titolo “Novecento. Storie di emigranti e di emigrazione”, e raccoglie numerose testimonianze di nostri concittadini viventi in “paesi assai lontani”. Inutile sottolineare la grande validità, anche didattica, di questo tema, e il suo spessore emotivo. Quando un emigrante racconta la sua storia, ogni sua parola diventa uno straordinario documento “vivente” del comune passato, e può aiutarci a dare un senso al presente. Sarebbe auspicabile, infine, che “Studi Molfettesi”, finanziato dalla comunità, possa essere a questa efficacemente distribuito. Ignazio Pansini
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