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Un tuffo nel passato, Gennaro Ciccolella canta Molfetta dagli anni '50
15 ottobre 2011

Come ascoltare il profumo della Molfetta del passato recente, condito con quel «dialetto che non si usa più». È «Un tuffo nel passato» quello che Gennaro Ciccolella (in collaborazione con i Respa Band, gruppo di giovani musicisti molfettesi formato nel 2007) ha regalato a Molfetta con il suo ultimo disco (in vendita nelle librerie Corto Maltese, Il Ghigno, Giornali Rossoblu, e in alcune edicole e tabaccherie di Molfetta). Dieci brani, scritti dallo stesso Ciccolella, raccontano storie di vita vissuta attraverso i vari ritmi della musica leggera. I m m e r - so tra i ricordi, Gennaro descrive in «Com’èiere bbèlle a chire tiembe» l’adolescenza degli anni ‘60-‘70 quando, innamorato della musica, fu impiegato dal padre come «artiere» a «la petté de méste Cherrare » su via Baccarini. Erano i tempi senza la televisione, quando la povertà non intaccava affetti, valori e tradizioni. I tempi delle scarpe comprate una volta l’anno e di un numero sempre più grande, delle «calze a la Célendéne», delle toppe ai pantaloni. Un mondo che non esiste più, quello disegnato da un iniziale giro di basso che sfocia in un contaminato ritmo latino. «Ho iniziato a scrivere in dialetto per scherzo, soprattutto quando navigavo, e molti miei colleghi apprezzavano il gergo molfettese - ha raccontato a Quindici Gennaro Ciccolella - quando poi un amico mi regalò la raccolta di poesie “Ziarélle” di Mimmo Amato, dopo aver musicato una poesia, m’interessai al dialetto molfettese, ponendo le basi per questo lavoro musicale». Il tesoro dello scrigno memoriale si conserva tutto nel «suenne mregghioene », una passeggiata nel centro storico di Molfetta, dolce e sognante melodia padroneggiata dalle note del pianoforte, su cui si sviluppa tutto l’accompagnamento degli altri strumenti, con un recitativo finale. Leit motiv, la nostalgia di chi ha vissuto gran parte della sua vita in quelle strade e scorge l’inesorabile disgregazione di quel mondo che lo ha cullato. Intensa la carrellata di personaggi tipici (Chèmmisa longhe, Speredioene, don Grittani, mèste Palloene) e di luoghi comuni (Pizzelorèite, le frennècèddere c’arrostene re chinne e gnemeredde, sott’o arche). All’improvviso quel sogno si spezza e Gennaro torna alla realtà, ai suoi 61 anni, al mondo che vive «a la scuse de Criste», chiedendosi dove siano quelle persone sognate che «chèmbèvene mèzz’a la muaine». Dall’adolescenza alle prime conquiste in «Mèzz’a la ville», ballata carezzata dal pianoforte. Le donne giravano in senso orario la villa comunale e i ragazzi al contrario, proprio come molti adulti di oggi, ragazzi dell’epoca, ricordano. Con un sorriso malinconico, Gennaro racconta la conquista di una ragazza «che le capidde nègre, che lè mescia vèrderème » (poi sua moglie) e la «fegure de mérde» fatta con l’amico che « c om’ a p r e vocche se ndrepequèiesce ». Però, «Le chenzilie de mammà» su come conquistare la ragazza non hanno l’effetto sperato, perché la madre predica attesa e pazienza per mitigare «u furghe ngaule» del figlio. Sono consigli che spaziano nella quotidianità, dalla vicina spiona al lavoro, dall’amicizia alla cattiva sorte: «ttaire nnènze e pienze a chèmba», la massima che anche oggi ascoltiamo dai più anziani. Concreto il padre, che alla fine lo sprona a muoversi invece di attendere. Gennaro riavvolge ancora il nastro e confronta giovinezza e età adulta, carica di responsabilità e segnata dagli acciacchi fisici. Ma la vita «è bèlle a totte r’ètà»: da giovani “si è senza sensi”, come a «né metraglie»; da anziani o i sensi si perdono o «le mitte ind’o cervidde», ma si è sempre una «pestole a tèmmure». Così come si era aperto, «Un tuffo nel passato» si chiude. Una struttura circolare metafora del viaggio di un uomo nel passato e nei suoi ricordi. In «So Mlefettèise e men’avènde», brano introdotto dalla chitarra classica di Vito Vilardi per poi esplodere nel ritornello con tutti gli strumenti, Gennaro canta un vero e proprio inno a Molfetta, città di marinai e emigranti, di cittadini attivi nel lavoro, che possiedono «u gèni’e l’arte ind’o sènghe», sempre pronti al sacrificio e all’accoglienza. Scorrono come tante fotografie alcuni personaggi che hanno colorato la storia di Molfetta, famosi in tutto il mondo: da Giuseppe Saverio Poli a Giaquinto, «le trè rè du scarpiedd’e martiedde » (Cozzoli, de Candia e Cifariello, questi ultimi due sepolti a Napoli), Gaetano Salvemini, «né cimèdomene che le ripele tueste», la cui lapide fiorentina non rende onore al profeta della giustizia. Fino ai grandi artisti e maestri: Luigi Capotorti, Valente, Peruzzi, Sallustio, Gigante, Riccardo Muti e Caparezza. Qui termina la passeggiata memoriale di Gennaro Ciccolella, che ha già in programma un nuovo lavoro musicale di 12 canzoni in italiano-dialetto.

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