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Un gruppo di ungheresi in visita a Molfetta e Viggiano
19 gennaio 2010

MOLFETTA – Un gruppo di ungheresi, appartenenti all’Associazione Culturale Italo-Ungherese “Mattia Corvin, hanno visitato Molfetta, il suo centro storico, il porto e il Duomo vecchio guidati dal molfettese Vitangelo Solimini, responsabile della stessa Associazione (nella foto, da sinistra: Elisabetta Tabani, Ildiko Cocker, Laszlo Bokor, Katalin Bene, Vitangelo Solimini).

Il gruppo si è poi recato a Viggiano, per rendere omaggio a una città che, per prima, in Italia ed in Europa, ha voluto intitolare una strada ai martiri della rivoluzione ungherese iniziata il 23 ottobre del 1956 e terminata l’11 novembre.
La delibera del Comune di Viggiano, che decide di intitolare la via alla rivoluzione ungherese è del 12 dicembre 1956, solo un mese dopo. «Abbiamo l’impressione però - dice Anna Apostol dell’Associazione culturale ungherese - che all’epoca, non fu data comunicazione alla Ambasciata Ungherese, da parte del Comune di Viggiano, visto che non risulta all’indice del libro sulla rivoluzione che, riporta tutti Comuni che hanno voluto onorare ed immortalare la rivoluzione.
Abbiamo informato noi, della Associazione Mattia Corvin, l’Istituto di Cultura Ungherese in Roma, la vicinanza di Viggiano alla rivoluzione. Siamo certi che con la prossima edizione del volume, Viggiano sarà menzionata, come merita, assieme a tutte le altre città. Gli ungheresi hanno fotografato Viggiano, che l’hanno trovata splendida. L’Ungheria non ha panorami simili, è una grande pianura con modeste montagne».
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Nel mattino di quel 23 ottobre 1956 era capitato qualcosa di sbalorditivo. A Budapest era giunta senplicemente una notizia: i polacchi si erano ribellati ai sovietici. Sfidando la polizia segreta e i carri armati russi, i lavoratori e gli studenti polacchi avevano rovesciato il governo e affidato il potere a uno scomunicato di Stalin: Gomulka. Indro Montanelli, che alle prime notizie della ribellione si recò nella capitale ungherese e raccolse dalla viva voce dei protagonisti la cronaca di quelle convulse giornate, scrive: "Il contrattacco a Budapest fu immediato. Gli studenti si adunarono, chiesero che al governo tornasse Nagy, e imposero alla radio di diffondere l'appello, da cui tuttavia la censura depennò due richieste: che le truppe sovietiche abbandonassero immediatamente il paese, e che la direzione del partito venisse ricostituita con pubbliche elezioni a scrutinio segreto. Non potendolo dire al microfono, gli studenti lo scrissero sui manifesti, di cui d'un tratto Budapest fu interamente tappazzata." Alle nove del 24 ottobre inizia la battaglia della caserma Kilian. Cinque carri armati agli ordini di un colonnello bloccano gli insorti. Quel colonnello si chiama Pal Maleter, il quale appena entrato in fortezza, si rifiuta di eseguire l'ordine e telefona al ministro Geroe: "Gli insorti non sono banditi, come voi asserite, ma fedeli figli del popolo ungherese. Da questo momento sono con loro." Il prezzo pagato dagli insorti di Budapest è stato duro. Si calcola che più di 10.000 ungheresi rimasero sotto le macerie dei palazzi demoliti a cannonate. La calce bianca è gettata sui cadaveri. La sera del 1 novembre, Budapest palpita di migliaia di candeline accese una per ogni caduto.-
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