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Tutto (o quasi) sul caffè
15 ottobre 2008

Il caffè viene dall'Oriente. Tanto la parola, quanto la bevanda. Infatti il termine deriva dal turco kahvé, che a sua volta discende dall'arabo qahwah. Per la verità la voce araba indicava in origine il “vino” come pozione eccitante. Poi nel Trecento il nome è stato esteso al caffè nello Yemen. Di qui, a partire dalla fine del Cinquecento e ancor più dal primo Seicento, la preziosa merce è stata importata a Venezia. La bevanda aromatica levantina, insieme al suo nome, è poi passata in Toscana, dove ha trovato i suoi ammiratori e i suoi detrattori. Tra questi ultimi si è schierato il poeta e scienziato Francesco Redi, che, troppo amante del vino, nel ditirambo Bacco in Toscana (1685) ha scritto: «Beverei prima il veleno, / che un bicchier, che fosse pieno / dell'amaro e rio caffè». Evidentemente Redi non usava addolcire l'esotica pozione, al contrario dello statista Charles- Maurice de Talleyrand, di cui si racconta che dicesse: «Le café doit être chaud comme l'enfer, noir comme le diable, pur comme un ange, et doux comme l'amour (Il caffè deve essere caldo come l'inferno, nero come il diavolo, puro come un angelo e dolce come l'amore)». Mentre Venezia diventava famosa anche per le botteghe del caffè che ispirarono Goldoni, nel varare a Milano il periodico Il Caffè nel 1764, l'illuminista Pietro Verri fece la più intensa esaltazione della bevanda orientale: «caffè vero verissimo di Levante, e profumato col legno d'aloe, che chiunque lo prova, quand'anche fosse l'uomo il più grave, l'uomo il più plombeo della terra bisogna che per necessità si risvegli, e almeno per una mezz'ora diventi uomo ragionevole». Un anno prima Giuseppe Parini, in una pagina famosa del Mattino, aveva sostenuto che il caffè importato da Aleppo o da Moca fosse ottimo contro l'ipocondria e la pinguedine: «Ma se nojosa ipocondrìa t'opprime / o troppo intorno a le vezzose membra / adipe cresce, de' tuoi labbri onora / la nettarea bevanda ove abbronzato / fuma, ed arde il legume a te d'Aleppo / giunto, e da Moca che di mille navi / popolata mai sempre insuperbisce». Indipendentemente dall'uso eccitante o dimagrante, dal Settecento in poi i degustatori di caffè si sono divisi in due schiere di acerrimi nemici: gl'intenditori che lo preferiscono amaro e i caffeisti che lo desiderano dolce. Tra questi ultimi vi è l'anarchico Michail Bakunin, che, a quanto si narra, soleva ripetere un detto ripreso dal motto di Talleyrand: «Il caffè, per esser buono, deve essere nero come la notte, caldo come l'inferno e dolce come l'amore». Anche i proverbi italiani rispecchiano il contrasto nei gusti. Uno di essi dice: Dolce il caffè, amare le donne (dove amare è lasciato a un'ironica ambivalenza tra aggettivo e verbo). Un altro adagio al contrario afferma: Il caffè deve essere amaro come il veleno, nero come l'inferno, caldo come la brace.
Autore: Marco I. de Santis
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