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Tornati a casa i naufraghi del motopesca “Cunegonda”
06 febbraio 2003

MOLFETTA – 6.2.2003 Sono tornati a casa questa mattina i cinque marittimi del motopesca “Cunegonda”, naufragato a 25 miglia dalle coste del Montenegro e salvati dal traghetto “Palladio”, accolti dai parenti e dal sindaco della città, Tommaso Minervini. I cinque provenivano da Durazzo, dove dopo una lunga sosta a bordo dello stesso traghetto che non riusciva ad attraccare in porto a causa delle proibitive condizioni del mare, dove era finita la loro terribile avventura. I cinque uomini stanno bene e hanno potuto riabbracciare i propri familiari al porto di Bari, appena scesi dal traghetto “Sansovino”: è stata la squadra navale italiana in Albania, a organizzare il rientro. I cinque uomini hanno rischiato di affondare con la loro imbarcazione a causa del mare forza 7 l'imbarcazione ha rischiato di affondare e i 5 uomini dell'equipaggio l'hanno abbandonata (la nave, priva di guida, affonderà successivamente). Quando si temeva il peggio, i naufraghi sono stati avvistati da un elicottero e tratti in salvo da un traghetto. Tutto comincia intorno alle 17,30 di martedì quando il peschereccio del compartimento marittimo di Molfetta “Cunegonda” di 150 tonnellate di stazza, lancia il “may day” per chiedere soccorso: “imbarchiamo acqua” è l'ultimo disperato messaggio, prima che la comunicazione si interrompa. Dalle prime notizie sembra che l'imbarcazione sia subito affondata e i 5 uomini vengono dati per dispersi. Ma l'ultimo segnale lanciato dal "Cunegonda" è sufficiente per mettere in moto la macchina dei soccorsi. La Capitaneria di porto di Bari assume il comando delle operazioni. Dall'aeroporto di Brindisi decolla un elicottero con equipaggio dotato di speciali visori notturni. Due navi, il traghetto “Palladio” in navigazione da Ancona verso il porto albanese di Durazzo e la petroliera “Acquaviva”, sono dirottati verso il luogo del naufragio. Da Durazzo parte anche una motovedetta d'altura delle capitanerie di porto italiane. Il “Cunegonda”, al comando di Giuseppe Forte, 45 anni, era partito alle prime ore dell'alba per una battuta di pesca a strascico di quattro-cinque giorni al limite delle acque territoriali montenegrine. Poi il mare è andato in burrasca e il natante ha cominciato a imbarcare acqua. Poi l'SOS e un silenzio che faceva temere il peggio. Subito i famigliari dei pescatori naufragati si sono precipitati alla capitaneria di Molfetta per seguire le operazioni di soccorso e sulla banchina si sono riversati altri marittimi e cittadini in ansia per la sorte dell'equipaggio. Oltre al comandante Forte, che è anche proprietario del perchereccio e direttore di macchina, a bordo c'erano Giovanni D'Ercole, 47 anni, suo figlio, aiutante di macchina, Giuseppe D'Ercole di 26 anni e i marinai Cosimo Scardicchio, 53 anni capopesca e Nicola Catanzaro, 42 anni, tutti di Molfetta. A individuare subito la zona dell'incidente è l'elicottero, che lancia il primo segnale tranquillizzante: gli uomini sono vivi e si trovano a bordo di due battelli di salvataggio. Il velivolo, però, a corto di carburante e privo dell'attrezzatura di emergenza, non può sostare molto nella zona e deve rientrare, ma riesce a comunicare la posizione dei naufraghi, al comandante del traghetto “Palladio” che, più tardi, raggiunge i marittimi e avvia, con molte difficoltà a causa del mare agitato, le operazioni di salvataggio. Alla fine, intorno alle 22,45, tutti gli uomini vengono recuperati ed è scongiurata un'altra tragedia del mare. Ora, dopo lo scampato pericolo, resta il problema del futuro per un armatore che dovrà far fronte ai debiti contratti per acquistare, 5 anni fa, il peschereccio (600mila euro) che non era assicurato. Una storia come altre di uomini costretti a sfidare la morte per sopravvivere e la rigidità di una legge che li costringe a lavorare solo 5 giorni la settimana e rientrare sabato e domenica. Ma le condizioni meteorologiche non coincidono col calendario e spesso, proprio nei giorni di fermo, le condizioni del mare sono migliori, ma i pescherecci sono bloccati. E i pescatori sono costretti ad avventurarsi in condizioni avverse per mantenere la famiglia, rischiando il naufragio, come è accaduto col “Cunegonda”. Se si considera che il mare diventa sempre più povero di pesce, si possono ben capire i motivi che hanno spinto il comandante D'Ercole ad avviare una battuta di pesca a rischio. Questo ennesimo brutto episodio, finito bene per miracolo, dovrebbe spingere il legislatore a modificare norme e decreti che finiscono per penalizzare l'attività di pesca, mettendo a rischio anche vite umane.
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