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Teatro, Il fantasma di Canterville gli studenti in scena
15 maggio 2011

Dopo le suggestioni orientaleggianti del Mandarino per Teo, con le sue implicazioni etico-metafi siche declinate con allegria, quest’anno il Laboratorio di arti sceniche dell’IPSSAR di Molfetta (diretto dal Prof. Pellegrino De Pietro), nel quadro della “Giornata dell’Arte e della Creatività Studentesca 2011”, ha stupito ancora una volta il pubblico, affl uito numeroso, con la coraggiosa scelta e l’adattamento di un celebre testo di Oscar Wilde, Il fantasma di Canterville. Lo spettacolo ci introduce, sin dalle prime battute, nella quieta, nebulosamente spettrale atmosfera di un vecchio maniero britannico, in cui irrompe, improvvisamente, a destare scompiglio la sgangherata, chiassosa vitalità di una famiglia di ricchi americani, gli Otis. Il loro arrivo andrà a turbare la routinière ‘esistenza’ dello spettro di Simon Canterville, scatenando il confl agrare di un vero e proprio confl itto a suon di smacchiatori ipereffi cienti, di colori ad olio (a simulare poco indelebili macchie di sangue) e di beff e e controbeff e degne del Decameron. Al fondo, si coglie il contrasto tra due concezioni del mondo, l’americanismo volgarotto con il suo sogno di paternalistica onnipotenza e un’atarassia british - quella del compito sir Simon, ma anche della solida Umney - indotta, a ben vedere, sull’orlo di una crisi di nervi dall’impatto con l’invadente ‘cuginanza’ oltreoceanica. Ma il Fantasma è anche la storia del contrasto tra gli Otis, simbolo della trivialità villana di un pragmatico ceto di arricchiti (il più spaventoso esempio di concretezza ci appare la madre Lucrezia), e la loro fi glia Virginia (l’“innocente creatura” che porrà fi ne alla maledizione, determinando il rifi orire del mandorlo e del tetro castello), la Umney e lo stesso Canterville, personaggi ancora capaci di agire sulla scorta di romantici moventi e di coltivare in seno il senso della tradizione e la nostalgia di un giardino in fi ore. Molto wildiani i personaggi, tra cui spiccano Washington, classico damerino – americano, stavolta – alla Algernon (celebre personaggio dell’Importanza di chiamarsi Ernesto), e Virginia, che della stessa commedia richiama – per certi versi – la deliziosa Cecily, perduta nelle sue astruse fantasticherie di passioni da romanzo d’appendice. Alla riscrittura del testo wildiano, il Laboratorio (un plauso in tal senso va agli artefi ci della regia e del coordinamento artistico, dalla nostra Adelaide Altamura a Teresa De Leo, Carla Calò, Sabrina Lignola, Rosita Napolitano, Angela Pisani, Ida Porcelli, Annamaria Russo) affi anca una “scrittura parallela”, introducendo nel gioco scenico alcune – rivisitate – canzoni della nostra tradizione, con un gusto più spicca-Sessanta-Settanta (senza disdegnare la musica da cartoon con la sigla di Pollon). Le opzioni più divertenti ci paiono la scelta di Rino Gaetano, col suo cielo sempre più blu, a commento di un’ostinata macchia, o quella di un lunare Fred Buscaglione, da Almodovar piegato alla narrazione struggente di un tragico amore omosessuale nella Ley del deseo, al servizio di un nostalgico revival di orrori del fantasma romanticone. Su tutte, poi, diverte la trovata dell’ossessiva ripetizione dello spot dello smacchiatore (e non solo) Pinkerton, con Tico tico mimata da un simpaticissimo e compassato Fabio Labianca, subito capace di accattivarsi la simpatia del pubblico. I ragazzi hanno interpretato, col canto e con movenze da teatro danza, i motivi prescelti con simpatia e una buona dose di autoironia, senza prendersi sul serio e senza le smanie delle sedicenti scuole di musical che i reality show impongono loro come modelli, distorcendo artatamente le normali modalità di interscambio docentediscente. Semplici ma coinvolgenti le coreografi e di Antonio Roselli e Valentina Ragno; il coordinamento musicale è opera di Antonio Allegretta, Francesca De Stena e Giuseppe Stellacci; piacciono anche la scenografi a – coi suoi dipinti animati – e i costumi di Antonietta Travaglini. Emozionati, ma all’altezza del compito, i fantasmi (Isabella Peronese, Mirko Petrone, Valerio Giancaspro, Alessandro Ricchiuti, Federica Di Terlizzi, Nicoletta De Nicolo, Vincenzo De Trizio, Sara Piumelli, Raff aella Quarto, Alessandra Labarile) e i giovanissimi attori (perlopiù studenti di biennio): l’Hiram Otis in fondo amabile del bravo Emanuele Lanotte; la Lady di ferro, sua moglie Lucrezia, resa convincente da Sara Minini; il gigioneggiante Washington di Antonio Di Pinto, che conferma la bella prova dell’anno precedente; gli odiosi gemellini dai nomi funerei – soprattutto Tomb – dei pestiferi Antonio Matera e Paolo Di Ciommo, bimbi decisamente improbabili e perciò comicissimi; la sognante Virginia di Elena Paziuk, a suo agio in questo ruolo; il collerico Sir Simon di Antonio Di Pinto, che ci diverte per la bonaria, imbranata spacconeria con cui si accosta al personaggio, rendendolo buff o e adorabile, anche nelle divertite stonature canore. Un encomio speciale è dovuto alla signora Umney di Costanza Lotito, solida e spigliata, dotata di bel timbro anche nel canto, abile nelle corde del drammatico, ma capacissima di fronteggiare anche situazioni comiche, ad esempio nel riuscitissimo duetto coi bimbi molesti. Insomma, ancora un’“inconsueta fusione di linguaggi” per l’IPSSAR, che si misura con un testo apparentemente rétro, ma in realtà attualissimo nell’assunto che solo l’amore possa vincere i fantasmi e che il vero orrore non sia da ricercarsi nell’alveo del soprannaturale, ma nelle pieghe di una quotidianità che ha smarrito la capacità di prestare ascolto ai sussulti dell’anima e ritiene sia suffi ciente rimuovere le macchie per confi nare il perturbante in una dimensione lontana e tacitarsi la coscienza.

Autore: Gianni Antonio Palumbo
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