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Teatro a Molfetta col “Carro dei Comici”: in scena “Alchimie” di Francesco Tammacco
18 aprile 2007

MOLFETTA -È il caso di dire “tanto con poco”. Scenografia parca, costumi in bianco e nero ma tanta buona sceneggiatura. “Alchimie”, esperimento teatrale condotto dalla compagnia “Il carro dei comici”, raccoglie tanti applausi con la formula semplicissima di esercizi di recitazione. Francesco Tammacco, mente del testo e della regia dello spettacolo, strizza il panno della sua esperienza e ne cava fuori il succo migliore. Alchimie, appunto. Alchimie di qualsiasi fatta, maturate durante le prove o figlie dell'improvvisazione dei bravi teatranti. Alchimie di chimica dove i commedianti vantano numeri atomici e legami a idrogeno come fossero titoli di nobiltà, e alchimie di elettrodinamica dove tutti si fanno elettroni matti che corrono in una sezione di rame, alchimie in cui Pitagora e Leopardi si stringono la mano, alchimie parmenidee di essere e non essere, alchimie di schiamazzi di pitecantropi trogloditi (magistralmente simulati dalle corde vocali dei commedianti Ivano Bufi e Nicolò Aurora), alchimie di peccati capitali, alchimie di metalli che raggiungono la fusione nella danza. In altri termini un saporitissimo minestrone teatrale. Le alchimie si fanno e difficilmente si raccontano; ed ecco purtroppo che il lettore, frettoloso o dalla buona immaginazione, coglierà poco da quanto scritto sinora. Piuttosto illogico raccontare qualcosa senza il familiare e rassicurante filo rosso che ne fa da guida e ne svolge la matassa. Ma questo, in fondo, è il senso dell'opera di Tammacco; tanto spazio ai sensi, poco al filo rosso.
Autore: Alberto Ficele
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E' fuor di dubbio che il teatro rappresenti un importante momento di rigenerazione e, in questi ultimi anni, a Molfetta, grazie all'impegno di questa giovane compagnia e alle numerose opere teatrali portate in scena, sono stati liberati nuovi impulsi con l'attore che diviene veicolo del mondo non rappresentandolo, ma “includendo direttamente” la realtà. Al concetto di teatro viene restituito il suo vero linguaggio, fisico e concreto, in modo che l'attore e la messinscena siano liberi rispetto allo “scrigno del testo”, così da orientare la propria libertà creativa in relazione al “corpo scenico” e all'azione dell'attore nello spazio. E sul concetto di libertà come condizione creativa posso riconoscere in Francesco Tammacco ("deus ex machina" della compagnia) il "prius", colui che ha immaginato una vitalità possibile per il teatro molfettese, che pur bello, non riesce a emigrare oltre le consuete rappresentazioni delle note compagnie locali; ma da individuo accorto qual è, ne rappresenta il momento di cesura e ne contiene in sé la "pars destruens" e la "pars costruens" del passaggio. Di fronte alla crisi delle forme teatrali, avvertita da molti artisti come crisi di civiltà, si chiede alla rappresentazione un potere di trasformazione, dalla vita alla scena e viceversa. Credo che nella sua opera magica (ossia potente ed efficace) di trasformazione, il teatro attraversa i territori della sperimentazione sociale, penetra l'invisibilità dell'esclusione e al tempo stesso indaga le fantasie alchemiche dei poeti del passato, si rigenera nel teatro di un Sud che “non ha tempo da perdere”, riscopre la dimensione popolare del dialetto come quella del racconto, pratica il linguaggio del corpo dell'attore e quindi fa risaltare gli aspetti materici del linguaggio con riferimento alla concretezza della parola e dello spazio. Credo, forse improvvidamente, che la dilatazione di questi nuovi territori conquistati dal teatro all'etica, alla necessità e ai linguaggi rappresenti bene l'idea teatrale innovativa che questa compagnia vuole trasmettere. Buon lavoro.
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