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Sui nomi di Dio nella BibbiaConversazione del Centro Culturale Auditorium
22 gennaio 2011

MOLFETTA - La gelosia è una qualità intrinseca di Dio, fuoco che divora e non sopporta altri rivali: qui nascono i nomi con cui è indicata la divinità nel Vecchio Testamento, secondo il prof. Damiano d’Elia, presidente del Centro Culturale Auditorium. Con la conversazione «Io sono un Dio geloso: i nomi di Dio nella Bibbia», tenutasi nell’auditorium di San Domenico, «vogliamo porre le basi per una lettura illuminata dei testi biblici e per avvertire il nome divino quando non è esplicito - ha esordito il prof. D’Elia - oltre a pensare a Dio come grande mistero, a rapportarci a lui per evitare di nominarlo o addurlo come scusante per fini blasfemi e peccaminosi».ù

 
Nome di dio come esperienza storica. Primo nome della divinità nella Bibbia è la forma plurale «Elohim», probabile residuo politeista perché «è quel dio che si manifesta al popolo tra tutti gli altri dei,venerato in Medio Oriente - ha spiegato il prof. don Sebastiano Pinto (foto), biblista e docente di esegesi biblica alla Facoltà Teologica Pugliese - è il dio nomade dei padri, che non ha un santuario e si muove insieme a coloro che lo venerano». Questo dio si rivela come creatore e dominatore della terra: nella Genesi è «El eliyon» (Dio altissimo), «El sadday» (Dio onnipotente) e «El olam» (Dio eterno).
La liberazione dalla schiavitù dall’Egitto identifica la divinità come guerriero e liberatore d’Israele, che continua a monopolizzare la religione ebraica: «si passa dal politeismo diffuso all’enoteismo, forma di culto intermedia, che prevede la preminenza di un dio senza negare l’esistenza di altri dei che le sono inferiori - ha aggiunto don Sebastiano Pinto - la fede ebraica lega l’esperienza del nomadismo a quella della liberazione». Infatti, nell’Esodo la divinità si rivela come «Elohim», divinità cosmica, e «Adonai» (con cui è letto il tetragramma divino YHWH, altrimenti impronunciabile perché senza vocali), il dio di Mosè, colui che interviene nella storia, forte perché difende il suo popolo.
 
Da «Adonai» a «Jahvè». Impronunciabile il tetragramma divino (il nome di Dio non poteva essere pronunciato, dunque se ne perse nel tempo la forma verbale), su questo furono inserite le vocali di «Adonai», uno spostamento illecito per ottenere «Jahova» (attuale Geova).
«È evidente che il nome di Dio sia legato al suo essere e agire nella storia, non al suo essere anagrafico - ha sottolineato don Sebastiano Pinto - infatti, dopo la liberazione dall’Egitto la sua denominazione esprime un dio che libera il popolo e combatte direttamente». Dopo l’esilio babilonese (spoliazione del culto), si ripensa la figura della divinità e si ricerca una fede più autentica: «è il passaggio a monoteismo, perché la sconfitta contro i Babilonesi e la deportazione sono letti dagli ebrei come la ponunizione di dio per aver adorato altre divinità e idoli - ha continuato - è un dio che gli appartiene (esclusivismo giudaico, ndr), un dio geloso, esigente, che ha scelto il suo popolo e non tollera concorrenza». Una novità assoluta, eredita dal Cristianesimo.
 
«Joshua», rivelazione cristiana. «Dio salvatore», l’epiteto del Nuovo Testamento, traslitterato in «Iesus» (da «Joshua», dio è salvezza): «Gesù raffina teologicamente Dio, compiendo le promesse dell’antico testamento - la chiosa di don Sebastiano Pinto - non è il dio punitore di Giovanni il Battista, bensì colui che salva dalla schiavitù del peccato». È il «dio con noi», l’«Emmanuele»: la divinità è esperienza storica di liberazione (cammino di fede) e Gesù è il dio-persona che ha rivelato la volontà di salvezza universale.
 
© Riproduzione riservata
Autore: Marcello la Forgia
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L'etica condivisa si potrebbe esporre con "Dieci nuovi Comandamenti. 1. – Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te; 2.- In qualsiasi situazione, cerca di non danneggiare nessuno; 3.- Tratta gli altri esseri umani, gli altri essere viventi e il mondo in generale con amore, onestà, lealtà e rispetto; 4. – Non tollerare che sia commesso il male e non sottrarti al compito di amministrare la giustizia, ma sii pronto a perdonare le offese ogniqualvolta chi le ha recate riconosca le proprie responsabilità e sia sinceramente pentito; 5. - Vivi la vita con un senso di gioia e meraviglia; 6. - Cerca sempre di imparare qualcosa di nuovo; 7. – Sottoponi tutto a verifica; controlla sempre che le tue idee si accordino con i fatti e scarta anche credenze cui sei affezionato se sono contraddette dai dati reali; 8. – Non censurare né respingere a priori le idee diverse dalle tue, ma rispetta sempre il diritto degli altri di dissentire da te, 9.- Formati opinioni indipendenti sulla base del tuo raziocinio e della tua esperienza; non lasciarti trascinare ciecamente dagli altri; 10. – Metti tutto in discussione. Potremmo includere anche questi: - Godi della tua vita sessuale (purchè non danneggi nessuno) e lascia che gli altri godano della propria quali che siano le loro inclinazioni, che non sono affar tuo; - Non discriminare o opprimere gli altri per motivi di sesso, razza o (nei limiti del possibile) specie; - Non indottrinare i tuoi figli. Insegnali a pensare con la loro testa, analizzare i dati e dissentire da te; Valuta il futuro in base a una scala temporale più lunga della tua. -

2° Parte. - Ha già in mano il coltello per scannarlo, quando, colpo di scena l'angelo del Signore gli annuncia dal cielo un cambiamento di programma: Dio stava scherzando, ha “tentato” Abramo per mettere alla prova la sua fede. Chiunque sia dotato di sani principi morali non può fare a meno di chiedersi come un figlio possa riprendersi da un simile trauma psichico. Forse ancora più di Abramo, Mosè è un “modello di ruolo” per i seguaci delle tre religioni monoteistiche. Il popolo, vedendo che Mosè tardava a scendere dalla montagna, si affollò intorno ad Aronne, e gli disse: “Facci un dio che cammini alla nostra testa; perché a quel Mosè, che ci ha fatto uscire dal paese d'Egitto, non sappiamo che cosa sia accaduto”. Avrebbero dovuto sapere che non potevano fare i furbi alle spalle di Dio, e infatti non tardò a mandare Mosè a valle a imporre la sua legge. Quando arrivò e vide il vitello d'oro, si infuriò al punto che scagliò le in terra le tavole con scolpiti i Dieci Comandamenti e le spezzò ai piedi del monte (Dio in seguito gliene diede altre). Afferrò il vitello d'oro, lo bruciò, lo frantumò fino a ridurlo in polvere, lo mescolò con l'acqua e lo fece trangugiare al popolo d'Israele. Poi disse a tutti i figli di Levi di prendere la spada e uccidere più gente possibile. Le vittime alla fine furono tremila, una cifra che si penserebbe sufficiente a placare la sete di vendetta del Dio geloso. Invece Jahvè non ne aveva abbastanza. Nell'ultimo verso del terribile capitolo 32, egli si congeda dando una punizione a quelli che non erano stati ammazzati: “Il Signore percosse il popolo, perché aveva adorato il vitello fabbricato da Aronne”. (fine)
Nell'attuale periodo storico, sembra giunto il momento in cui, fra gli argomenti pro e contro la religione, quelli che si riferiscono alla sua utilità debbano assumere un posto importante. Siamo in un'epoca di fede tiepida, epoca in cui quella fede che gli uomini posseggono è determinata più dal loro desiderio di credere che non da alcun apprezzamento razionale in evidenza. Il desiderio di credere non proviene soltanto da desideri egoistici, ma dai sentimenti più disinteressati, e sebbene non possa produrre la fiducia incrollabile e perfetta che esisteva una volta, tuttavia costruisce una difesa intorno a quanto resta delle impressioni della prima educazione; dissipa spesso vari scrupoli, mettendoli a poco a poco in disuso; e soprattutto, questo desiderio di credere induce la gente a continuare a conformare la propria vita a dottrine che hanno perso una parte del loro ascendente, ed a mantenere verso il mondo lo stesso atteggiamento di fede, o piuttosto un atteggiamento ancor più ostentato, di quanto non stimassero necessario mettere in mostra quando la loro convinzione personale era più assoluta. Se la fede religiosa è così necessaria all'umanità, come ci viene assicurato, vi sono forti ragioni per deplorare che a sostegno delle prove teoriche di essa si debba ricorrere a corruzione morale od a subornamento dell'intelletto. Per trovare della gente che creda nella propria religione, dobbiamo cercarla in quei paesi orientali dove gli europei non predominano ancora. Esisteva a quei tempi una pienezza di fede assoluta e incontrastata, che non fu mai così generale in Europa. Quando l'uomo credeva fermamente che, se violava la santità di un certo tempio, sarebbe stato colpito a morte sul posto, o soggetto a una malattia mortale, egli senza dubbio poneva ogni cura nell'evitare siffatto castigo; quando invece si trovò uno che ebbe il coraggio di sfidare il pericolo, e restò immune, l'incantesimo fu rotto.-


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