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Squillo blogger, una tendenza in crescita: anche a Molfetta?
15 febbraio 2009

La prostituzione: argomento difficile da trattare, perché rientra in quella serie di tabù su cui la nostra coscienza lascia calare il velo dell'indifferenza e dell'ignoranza. Quanti cittadini italiani conoscono la Legge Merlin del 1958, l'articolo 18 della Legge sull'immigrazione del 1998 e la Legge 228/2003 sulla tratta? Solo qualcuno ben informato. Quanti sono a conoscenza del contenuto della Riforma Carfagna sulla prostituzione, approvata dal consiglio dei ministri l'11 settembre 2008? Evitiamo di stendere anche qui un velo pietoso. In Parlamento sono otto le proposte di legge sulla prostituzione e in tutte prevale l'uso del pugno di ferro: il deputato del Pdl Tommaso Foti sostiene l'importanza di “una iniziativa legislativa che combatta seriamente la prostituzione attraverso norme di tipo repressivo, che, oltre a perseguire e punire veramente lo sfruttamento, impedisca il perpetrarsi dello spettacolo degradante della strada”. È opportuno sapere che la prostituzione da marciapiede sta lasciando il posto ad un fenomeno diffuso in internet (riguarda anche Molfetta, non nuova ai casi di prostituzione anche di “alto bordo”, come ricordano molti cittadini?), quello delle “squillo blogger”, completamente ignorato, per giunta non conosciuto: uno studio condotto dall'Associazione Sessuologi ci offre qualche informazione basilare. Il campione (386 giovani prostitute a domicilio) è formato da donne e ragazze spesso laureate, poco meno delle diplomate (il 34% del totale) e poliglotte. Sono anche cambiati gli orari di lavoro: il 16% preferisce esercitare la sera, il 26% sceglie di dedicarsi ai clienti nella più proficua pausa pranzo, mentre il 43% distribuisce le proprie “fatiche” durante varie fasce del giorno. Ma da questo studio emergono anche altre informazioni: il 17% dichiara di “fare la vita” per pagarsi gli studi, il 29% ammette di leggere tra i 5 e i 6 libri all'anno. Cosa fanno nella vita le squillo quando non esercitano? Il nucleo più consistente è rappresentato per lo più da studentesse fuorisede (27% delle intervistate), seguono le casalinghe (18%), che possono scegliere l'orario a loro più congeniale per consumare i rapporti clandestini e non manca chi fa lavori part-time (14% operatrici call-center, 12% operaie ed 11% impiegate) e pensa di arrotondare lo stipendio offrendo prestazioni sessuali a pagamento tra le mura di casa propria. Per evitare fraintendimenti, le “squillo digitali”, che rappresentano ormai il 50% del mercato, non sono immigrate, ridotte in schiavitù e costrette a vendere il proprio corpo, bensì donne per lo più italiane, impegnate e culturalmente preparate, che vendono le loro grazie in Internet e accolgono i clienti nei ritagli di tempo per avere un'ulteriore fonte di reddito. Per capire ed approfondire questo tipo di fenomeno, che spopola nella rete, “Quindici” ha intervistato la Signora Rita, nome d'arte di una squillo blogger, che ci ha parlato della sua esperienza e del suo “mestiere”. Secondo l'Associazione Sessuologi, le prostitute da marciapiede stanno lasciando il posto alle “squillo digitali”. Può darci qualche informazione della sua vita? Ad esempio, se è diplomata o laureata, quanti anni ha, se ha una famiglia o è single, quali programmi le piace vedere (reality show, trash, approfondimento o informazione), se lavora o è disoccupata, etc. «Ho una laurea in lingue e conosco l'inglese, lo spagnolo e il francese. Vivo sola e sono una grande lettrice: divoro letteralmente di tutto e possiedo 1.685 libri. Mi piacciono molto i documentari, ma sono anche una fan del Grande Fratello. Sembra strano? No, non credo, perché siamo tutti in un certo modo dei guardoni della vita altrui. Attualmente svolgo solo il mio lavoro di prostituta, ma sono alla ricerca di un lavoro part-time adatto alle mie capacità. Cosa significa essere una “squillo blogger”? Lo considera un lavoro? Come definisce il suo sito? «Non mi definisco. Sono una persona con molto tempo a disposizione, che a causa delle recenti discussioni sul Ddl Carfagna ha deciso di esprimere la sua opinione attraverso il suo blog». Non le sembra di perdere la dignità di donna, vendendo il suo corpo? «La mia dignità è data dal mio carattere e della mia personalità, non dal mio corpo». Ha intenzione di smettere? Cosa potrebbe farla smettere? È, poi, facile uscire dal giro? «Ho intenzione di smettere, naturalmente, ma non so quando: sono consapevole che non è un lavoro col quale si arriva alla legale età della pensione. Non vivo in un giro, vado la mattina alle 10 in ufficio e tono a casa alle 19. Sono una libera professionista, in tutti sensi». (Per farci capire in cosa consiste il suo “mestiere”, la signora ha allegato quanto segue, tratto dal blog). «Prima di tutto facciamo le traduzioni: la “loft girl” è la “ragazza da appartamento”. Sono donne che ricevono in casa dove, in un orario ben preciso, svolgono l'attività di prostituta. Al contrario della “escort”, ovvero le accompagnatrici, la “loft” non si sposta da casa sua. Grazie a una rete ben organizzata di siti in rete o quotidiani si pubblica un numero di cellulare o un indirizzo e-mail tramite il quale si può essere contattata dal potenziale cliente. Noi, che svolgiamoabbiamo una vita normale come chiunque altro. Ci rechiamo al lavoro la mattina alle 10 e lasciamo l'ufficio alle 19 per tornare a casa, dove, dipende dalle situazioni individuali, cuciniamo per una famiglia, facciamo il bucato, un bel bagno caldo. Aspettiamo, come tutti, la domenica per poter riposare e divertirci con famiglia e amici. Se non ci fosse la continua discussione sull'aspetto morale del nostro lavoro, vivremo come chiunque». Può fornirci una descrizione psico-fisica dei suoi clienti? Quali sono i motivi che li spingono a richiedere le sue prestazioni? Ad esempio, hanno difficoltà a fare sesso con le compagne o le mogli, desiderano qualcosa di nuovo e strano… Si tratta di persone di tutti le età e di tutte le estrazioni sociali». (Anche in questo caso, la signora ha riportato quanto segue, desunto dal blog). «Gli italiani vogliono sesso, il buon, caro, sano, vecchio sesso. E magari anche un briciolo di affetto, vero o immaginario, che non guasta mai. Con il sesso, molti cercano anche tenerezza e un rapporto con la donna in generale, che mette in secondo piano l'atto vero e proprio». Ci descriverebbe un incontro-tipo? «In media dura 20 minuti e mi potete credere quando dico che facciamo sessualmente meno del rapporto familiare, quello tra marito e moglie, ma sembra che loro, gli uomini, non se ne accorgano». Le pongo un caso particolare: in un ospedale di Oxford, alcuni cattolici praticanti e alcune suore hanno deciso di rivolgersi ad alcune prostitute in internet per andare incontro ad un ragazzo paralizzato, ma desideroso di provare cosa è il sesso. Le sono mai pervenute richieste del genere? Cosa ne pensa? «Anche io sono stato chiamata da una casa protetta per un caso simile, ma ho declinato l'invito per ragioni personali. Trovo bello il voler aiutare queste persone, ma io non me la sento». In Olanda e Germania la prostituzione è stata riconosciuta nel 2002 come un lavoro normale e legale, nonostante l'opposizione cristiano-conservatrice: le prostitute rivendicano regolari contratti di lavoro, si rivolgono alla legge o ai loro sindacati per protestare contro irregolarità da parte del loro datore di lavoro, godono delle estese prestazioni del welfare tedesco, della previdenza sanitaria e sociale e del diritto alla pensione. Lo scopo è eliminare lo sfruttamento della prostituzione e realizzare una situazione di normale diritto al lavoro e alle prestazioni del welfare. Perché in Italia si incontrano notevoli ostacoli alla realizzazione di un progetto del genere? Si potrebbe mettere realmente fine allo sfruttamento della donna? «Sono convinta che, se la prostituzione fosse riconosciuta come mestiere vero e proprio, le donne oggi illegalmente in Italia potrebbero legalizzare la loro posizione, eliminando una delle cause che ne determina lo sfruttamento e il ricatto. Perché non succederà in Italia?! Misto tra cultura e religione!». La normativa Carfagna contro la prostituzione vieta la prostituzione per strada e prevede interventi repressivi. Cosa ne pensa di questa riforma? «Inutile. La prostituzione degli schiavisti è estremamente mobile e si è già spostata negli appartamenti». Secondo lei, si conseguono gli obiettivi prefissati (eliminazione dello sfruttamento della prostituzione) o si “sposta il problema” da un luogo all'altro (da un Comune a quello vicino, dalla città ala periferia, verso luoghi più nascosti)? «Si sposta il problema e si fa sentire al sicuro il cittadino. Ma è una sicurezza estremamente superficiale». Secondo la Relazione dell'Osservatorio della Prostituzione, la prostituzione non è una questione di ordine pubblico, ma di ordine sociale: è corretto intenderla quale elemento complesso o piaga sociale da gestire in un'ottica di sicurezza sociale? «È un mestiere socialmente difficile da inserire nell'elenco dei lavori normali: per questo è sentito come una piaga, dovendo essere svolto su un filo molto sottile tra legalità e illegalità. La legalizzazione non solo diminuirebbe di molto la criminalità ad essa correlata, ma permetterebbe anche alle donne che scelgono questo mestiere di organizzarsi, in modo da inserirsi nel tessuto popolare in modo corretto e senza arrecare disturbi». Negli ultimi mesi si sono attuate vere e proprie “pulizie” dei luoghi in cui si praticava la prostituzione, ad opera dei residenti piuttosto che delle forze dell'ordine. Le sembra che questo comportamento sia dovuto alla tensione nervosa ed alla paura o sia una conseguenza immediata delle nuove normative, tali da creare atteggiamenti punitivi nella cittadinanza e criminalizzare le vittime e non gli sfruttatori? «Trovato l'uomo nero… puniamolo!». Molti sono i sostenitori del ritorno alle case chiuse ed ai controlli sanitari obbligatori solo per le donne che si prostituiscono. Tuttavia, la diffusione delle malattie sessualmente trasmissibili non sembra potersi ridurre in questo modo, perché si tende ad abbassare il livello di protezione. Questi controlli possono ledere la libertà personale ed essere ulteriori fattori di discriminazione? Si tratta di una reale o falsa protezione? «Io sono assolutamente favorevole a questi controlli. Ad esempio, il personale del ristorazione non opera dei controlli?! Se voglio un mestiere riconosciuto devo anche tener conto dei controlli nello svolgimento della mia attività».
Autore: Marcello la Forgia
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