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Senza regole, ambiente a rischio INTERVENTO - Risposta a Guglielmo Minervini
15 ottobre 2002

Egr. direttore, nello scorso numero di “Quindici”, Guglielmo Minervini mi attribuisce, a proposito di “zona ASI e sviluppo produttivo” posizioni che non erano contenute nella mia nota pubblicata sul numero di agosto del suo giornale e che non mi appartengono. Avendo in passato avuto con lui non pochi colloqui sull'argomento, non posso che provare rammarico per non essere, evidentemente, riuscito in quelle occasioni a farmi comprendere. D'altra parte l'argomento riguarda non solo me, ma anche Legambiente a nome della quale avevo scritto quella nota; ritengo perciò che possa essere di una qualche utilità, anche al fine di continuare il confronto auspicato dallo stesso Minervini, ritornare, seppur brevemente, sull'argomento. Ab ovo: il “libretto verde” Il programma di governo della coalizione che nel 1994 vinse le elezioni comunali, il cosiddetto “libretto verde”, conteneva la richiesta di un forte ridimensionamento della superficie della zona ASI. Tale richiesta, che veniva espressa in un momento di forte crisi economica oltre che politica, partiva dalla constatazione del fallimento degli interventi dall'alto e dalla convinzione che fosse invece necessario ricercare vie di sviluppo non estranee agli asset del territorio. L'idea di cedere una parte considerevole di territorio in cambio di insediamenti che rischiavano di restare estranei al tessuto produttivo della città e che pertanto avrebbero portato più costi ambientali e paesaggistici che vantaggi economici, preoccupava molti. Certo, l'ASI poteva essere un'occasione importante, ma poteva anche diventare un cancro, un corpo estraneo capace di risucchiare più risorse di quante non ne avrebbe restituite. La scelta fu dunque quella di accettare la sfida che l'adesione all'ASI avrebbe comportato, ma con la prudenza dettata dalla consapevolezza dei rischi connessi. Regole chiare ed efficaci? Vinte le elezioni, si saldò dunque il debito che il Comune aveva nei confronti del consorzio, ottenendo due rappresentanti in seno all'Asi, uno dei quali entrò a far parte del consiglio di amministrazione. L'idea era quella di entrare “per governare il processo dall'interno”. Ed è proprio questo il punto: semplicemente non abbiamo governato un bel niente. Ovvero non siamo stati capaci di definire, per dirla con le parole di Minervini “un quadro di regole chiaro ed efficace”. Il principio alla base della legislazione vigente in materia ambientale è quello della “tutela mediata”. Il paesaggio viene considerato una “singolarità estetica”, la cui bellezza nasce dall'incontro di natura e cultura: è l'intervento dell'uomo a determinare in gran parte la bellezza del paesaggio italiano, che non può quindi essere oggetto solo di divieti, visto che il mutamento fa parte della vita, anzi è la vita stessa. Vincoli dunque, ma anche deroghe a quei vincoli. Ma – è qui sta l'obbiezione politica che muovo – l'applicazione di queste non può dipendere da cavilli escogitati da amministratori o uffici tecnici, deve risiedere in una volontà popolare chiaramente espressa. Uno di questi cavilli lo riporto di seguito è il comma 6 dell'art. 1.03 delle Norme Tecniche di Attuazione del PUTT, che qui riporto: ART.1.03- EFFICACIA DELLE NORME TECNICHE DI PIANO (…) 6. Le norme contenute nel Piano non trovano applicazione all'interno dei territori disciplinati dai Piani delle Aree di Sviluppo Industriale. Nascosto fra migliaia d'altri, questo sciagurato comma sembra rendere lecito tutto: invito i molfettesi ad andare a vedere con i propri occhi. (Per inciso: come uno strumento regionale di gestione del territorio in applicazione della legislazione statuale in materia possa dichiarare di fatto la extraterritorialità di una parte del territorio molfettese, è cosa che appare assolutamente misteriosa. Come è assolutamente misterioso il come e il perché non ci sia stata una generale levata di scudi contro quello e altri articoli similmente pericolosi contenuti nelle NTA del PUTT) I primi a cadere sono stati gli ulivi Innumerevoli testimoni raccontano di vere e proprie bande altamente specializzate che hanno sradicato i secolari ulivi della zona per caricarli su camion e spedirli al Nord. Valanghe di materiali di tutti i tipi e d'incerta provenienza sono stati riversati nell'area e, un po' alla volta, sepolti nelle lame divenute semplici avvallamenti da riempire, nonostante i vincoli posti dalla legge Galasso e dalla segnalazione di rischio geologico per il nostro territorio. Interi sistemi di muretti a secco e antichi pagliari sono stati demoliti. Distrutte edicole votive. Infine si è arrivati addirittura a costruire a pochissimi metri di distanza dal Cenobio di San Martino, costruzione che risale al XI secolo e che dovrebbe essere considerato sacro dai molfettesi, visto che molto di quello che sappiamo della nostra città prima del sacco del 1529, lo si deve ai suoi archivi. Perché è successo tutto questo? Era veramente necessario? Costruire nelle lame è più costoso che farlo in zone pianeggianti: a chi conviene farlo e perché? Nel PIP le lame sono state salvaguardate, perché non anche nell'ASI? Ad oggi sono attive nella zona ASI otto aziende che danno lavoro ad un centinaio di persone, molte delle quali non molfettesi. La nostra città ha pagato per questo un prezzo altissimo e soprattutto ingiustificato. E, con buona probabilità, non è ancora finita. Perché chiedere le ragioni di questo costo, ripeto, esorbitante e ingiustificato vuol dire secondo Guglielmo Minervini “dissentire dalle scelte compiute dal centro sinistra sull'ASI”? Non è lui stesso che riscoprendo la logica della responsabilità oggettiva, nel seguito del suo intervento suggerisce che azzerare le differenze significa, di fatto schierarsi col Polo? Io vorrei che qualcuno mi spiegasse le ragioni tecniche per le quali per infrastrutturare un territorio se ne deve necessariamente farne scempio. Torre Calderina e Gelso Rosso A riguardo delle conferenze di servizio e degli accordi di programma nel mio intervento sostenevo la pericolosità del loro uso come strumenti di gestione del territorio – un'opinione, peraltro ormai ampiamente diffusa – e ne spiegavo le ragioni che, quindi, non starò qui a ripetere. Approfitto però dell'occasione per ribadire la posizione di Legambiente sull'insediamento turistico nell'area di Torre Calderina (nella foto) presso il Nettuno: 1. La zona in cui dovrebbe sorgere si trova in un'area protetta dove sono vietate persino le “arature profonde”. Gli eventuali interventi di recupero consentiti non possono, quindi, che essere intesi nel senso della riedificazione ambientale. 2. Non si tratta affatto di un completamento entro il 30% di una volumetria esistenze, ma di costruzione ex novo, pertanto assolutamente al di fuori di ogni indicazione del PRG. 3. La vicinanza dell'ASI e il prossimo insediamento della “Città della moda” sottopongono l'area a forti pressioni di tipo speculativo che non possono essere risolte a colpi di conferenze di servizio. È necessario un piano di secondo livello che definisca il modo in cui l'ASI, il sistema porto e l'oasi di protezione debbano e possano coesistere. Un'ultima considerazione. Agenda XXI può essere uno strumento importante di democrazia partecipata. Certo, come dimostrano le vicende fin qui occorse, si tratta di un processo difficile e faticoso; ma, se dovesse rivelarsi un'inutile kermesse nessuno, men che mai la sinistra, dovrebbe essere felice. E, soprattutto, nessuno dovrebbe imputare all'attuale amministrazione la responsabilità della sua morte, se prima non si sia impegnato a cercare di farla vivere. Antonello Mastantuoni
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