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Salvemini e il voto alle donne
15 dicembre 2020

Dopo l’unità d’Italia le donne, da secoli relegate alla cura della casa, della famiglia e dell’educazione dei figli, erano ancora escluse dalla vita politica e dal voto. Per un inveterato pregiudizio, infatti, la politica era ritenuta incompatibile con la natura femminile, considerata instabile a causa dei cicli mestruali, che - si opinava - offuscavano il suo senso di giustizia, rendendolo inaffidabile. Vigeva ancora il principio giuridico romano dell’infirmitas sexus, cioè della debolezza del genere femminile, che rendeva necessario al cosiddetto sesso debole la guida dell’autorità dei tutori maschi. Verso la fine dell’Ottocento, tuttavia, l’opinione pubblica italiana iniziò a confrontarsi con differenti opinioni. Nel 1881, quando il 10 febbraio si tenne a Roma il “Comizio dei comizi”, un’assemblea nazionale dei rappresentanti delle associazioni democratiche, politici come Felice Cavallotti, Giovanni Bovio, Alberto Mario e Edoardo Pantano invitarono il popolo a conquistare il suffragio universale e il voto alle donne. Un primo spiraglio sul voto amministrativo locale da estendere alle donne si aprì nel 1890, quando sotto Crispi il 17 luglio fu emanata la legge n. 6972 sulle Opere pie, che laicizzava gli istituti di beneficenza creando in ogni comune una Congregazione di carità. Quella legge attribuiva alle donne la possibilità di votare e di essere votate nei consigli di amministrazione delle istituzioni di beneficenza. Cominciò così il lungo e tortuoso percorso che nel 1946 avrebbe portato alla conquista del suffragio universale esteso alle donne anche in Italia. Una nuova tappa sotto Giolitti fu la legge n. 295 del 15 giugno 1893, che consentiva l’istituzione dei collegi dei probiviri per l’industria e ammetteva le donne al voto in quei collegi delegati a risolvere i conflitti lavorativi. Il Novecento portò altri traguardi. Con un decreto ministeriale del 23 aprile 1907 col terzo governo Giolitti fu nominata una Commissione di 14 membri per studiare la questione dell’allargamento del voto amministrativo alle donne. Sotto Sonnino la legge n. 121 del 20 marzo 1910, che sostituì le Camere di commercio ed arti con le Camere di commercio e industria elevate a enti di diritto pubblico, conferì alle donne la partecipazione elettorale all’interno delle stesse. Di nuovo sotto Giolitti, la legge n. 487 del 4 giugno 1911 sull’istruzione elementare, nota come legge Daneo-Credaro, allargò alle donne il diritto di partecipare alle elezioni di organi dell’istruzione primaria e popolare. Intanto il movimento femminista in Italia aveva fatto sentire con insistenza le sue voci per l’emancipazione della donna. Sulle altre emerse la figura dell’indomita giornalista radicale milanese Anna Maria Mozzoni, che tra il 1864 e il 1920, anno della sua morte, condusse una lunga battaglia per portare le esigenze femminili nella soluzione di tutti i problemi che il Regno d’Italia doveva affrontare, dalla riforma della scuola alla riforma sanitaria, dalla riforma dei codici alla riforma elettorale. Nel 1881 fondò la “Lega promotrice degli interessi femminili” con Giuditta Brambilla da Vimercate. Criticando la società tradizionale e patriarcale, la Mozzoni sosteneva che nella società del futuro la donna non doveva essere considerata solo nelle sue mansioni famigliari, ma pure nel suo ruolo pubblico. Insomma alla donna nuova doveva essere riconosciuto sia il diritto a un’istruzione più completa, sia il diritto di voto, sia l’accesso a tutte le professioni lavorative. Anche nel Mezzogiorno si mossero delle notevoli intelligenze emancipazioniste, come quella della professoressa e dialettologa molfettese Maria Rosaria Scardigno, che nel dicembre del 1903 fondò e diresse a Bari fino al 1905 la rivista femminista La Voce della donna, «periodico quindicinale redatto da donne» di tendenza progressista moderata. Le si strinsero attorno le poetesse Clorinda Marena e Anna Montedoro e le insegnanti Nina Guagnano ed Emilia Montaini. La rivista ottenne la collaborazione della poetessa Ada Negri e di articoliste estere e ottenne il giudizio lusinghiero della pedagogista Maria Montessori. Sempre impegnata nell’educazione laica femminile, la Scardigno su L’Oggi di Bari del 21 giugno 1906 fece apparire una sua recensione a La Rivoluzione francese di Gaetano Salvemini dell’anno prima. Battendosi energicamente per il suffragio femminile, nel marzo del 1907 tenne sull’argomento nella sala del Consiglio comunale di Bari una conferenza assai apprezzata. Il mese successivo, tra il 25 e il 28 aprile, si ebbe a Milano un congresso femminile, in cui l’attivista sociale cattolica Adelaide Coari presentò un Programma minimo femminista, che propugnava, fra l’altro, la parità salariale con gli uomini e il voto amministrativo esteso alle donne. Dal 1908, anno in cui il Dizionario moderno di Alfredo Panzini registrò per la prima volta in Italia la voce suffragista, anche la socialista russa Anna Kuliscioff, pur collegando la libertà delle donne all’abolizione della proprietà privata, con le milanesi Carlotta Clerici e Linda Malnati si fece paladina sempre più strenua dei diritti delle lavoratrici e si pronunciò per l’estensione del suffragio al mondo femminile. Tanto le stava a cuore la questione, che nell’aprile del 1910 polemizzò sulle colonne della Critica sociale perfino col suo compagno Filippo Turati, che lei accusava di scarsa partecipazione alla cruciale lotta per il voto femminile. La riforma elettorale del 1912 varata da Giolitti fu un’immensa delusione per le femministe, perché approdò a un suffragio quasi universale solo maschile, che quindi ancora una volta escludeva le donne dal voto. Gaetano Salvemini, che durante i comizi elettorali del 1913 ebbe modo di apprezzare l’intelligenza e il coraggio delle donne del popolo, dopo la sconfitta elettorale, verso la fine di ottobre all’amico giornalista Ugo Ojetti scriveva: «A Molfetta la popolazione, lungi dallo scoraggiarsi, diventa sempre più fiera. È un fenomeno straordinario. E le donne sempre innanzi a tutti». Dopo la tragica parentesi della prima guerra mondiale, il 7 marzo 1919 alla Camera iniziò la discussione sulla proposta di legge del ministro di Grazia e Giustizia Ettore Sacchi, radicale, che riducendo la predominanza dell’uomo nella famiglia, prevedeva per la donna la possibilità di esercitare anche funzioni tutelari. Durante il dibattito fu approvato l’ordine del giorno del socialista Adelmo Sichel, accettato come semplice voto dalla Commissione, affinché con un futuro provvedimento legislativo si incrementasse la capacità giuridica della donna, estendendo ad essa il diritto elettorale politico e amministrativo. Sotto Nitti il 17 luglio 1919 fu approvata la legge Sacchi, cioè la legge n. 1176 sulle “Norme circa la capacità giuridica della donna”, che intaccando fortemente l’antiquato principio dell’infirmitas sexus, aboliva per le donne sposate l’autorizzazione del marito anche per l’esercizio del commercio e le limitazioni agli uffici tutelari. Inoltre ammetteva le donne all’ufficio di arbitro e alle professioni di avvocato e procuratore legale e agli impieghi pubblici che non implicassero poteri giurisdizionali o l’esercizio di diritti e potestà politiche o che fossero attinenti alla difesa militare dello Stato. Finalmente il 30 luglio 1919 fu approvata dal Parlamento, con amplissima maggioranza, la proposta di legge del liberale di sinistra Ferdinando Martini per l’estensione dell’elettorato politico e amministrativo alle donne. Purtroppo il progetto legislativo non arrivò mai in Senato, in quanto, mentre imperversava la questione di Fiume, decadde il 29 settembre per lo scioglimento della Camera, rimasta in carica un anno più della norma. All’inizio della XXV legislatura (1919- 1921) il socialista Giuseppe Emanuele Modigliani presentò a sua volta una proposta di legge per l’estensione alle donne dell’elettorato amministrativo e politico, che venne presa in considerazione. Anche il Partito popolare, costituito nel 1919, pose nel suo programma il riconoscimento del diritto elettorale femminile. Quando, su proposta di Nitti, il 10 novembre 1920 giunse in discussione in Parlamento il progetto di rivedere le norme per le elezioni amministrative, diversi deputati erano dell’opinione che la concessione dell’elettorato femminile dovesse completare la riforma delle norme per le votazioni amministrative. In Parlamento erano stati presentati tre disegni di legge, uno di Modigliani, un altro del deputato cattolico Giuseppe Micheli e un terzo del leader del Gruppo del Rinnovamento Luigi Gasparotto, tutti favorevoli all’elettorato femminile, per cui la Camera aveva nominato una Commissione d’esame composta dagli onorevoli Turati, Modigliani, Antonio Casertano e Vincenzo Tangorra. Intervenendo nella discussione del disegno di legge sulle modificazioni delle norme riguardanti le elezioni amministrative, il 18 novembre 1920 il liberale democratico Amedeo Sandrini propose un emendamento che riconosceva in quelle elezioni «il diritto elettorale alle donne nelle stesse condizioni stabilite per gli uomini». Sull’emendamento dell’on. Sandrini, sottoscritto da altri diciassette deputati, fu chiesta la votazione nominale. Per bocca del relatore Casertano la Commissione sollevò difficoltà procedurali, consigliando di differire la proposta o trasformare l’emendamento in mozione o voto. Ma l’on. Sandrini insistette sull’emendamento proposto e l’on. Casertano dichiarò che la Commissione non persisteva sulla proposta di sospensiva dell’emendamento. Dopo che Giolitti, presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, richiesto dal cattolico Stefano Cavazzoni, ebbe dichiarato che avrebbe votato «a favore del suffragio femminile», il presidente della Camera Enrico De Nicola avvertì che avrebbe messo ai voti l’emendamento di Sandrini. Ma interrotto da Salvemini, cui non era sfuggita la mancanza del numero legale dei parlamentari, gli disse: «Onorevole Salvemini, la Commissione ha ritirato la proposta di sospensiva. Questa proposta, però, può essere ripresentata da un altro deputato…». E Salvemini: «La ripresento io!». Il presidente ricordò che occorrevano quattordici firme o l’appoggio di altrettanti deputati alzati in piedi. E poiché queste adesioni ci furono, Salvemini ebbe facoltà d’intervento: «Faccio mia la proposta di sospensiva soltanto per la considerazione che un argomento così grave non è stato neanche delibato; perché ho sempre voluto seriamente il voto alle donne; e perché mi sembra che concederlo in questa forma e in queste condizioni, significhi dimostrare che non si prende sul serio un argomento così grave…». Fatta la votazione per la sospensiva con una stragrande maggioranza di voti contrari, De Nicola, avendo constatato che la Camera non aveva il numero legale per deliberare, rimandò la votazione all’indomani, «in principio di seduta, subito dopo le interrogazioni». Il 19 novembre, ripresa la discussione sul disegno di legge e avendo rinunciato Salvemini a una nuova votazione per evitare una «manovra ostruzionistica contro i lavori della Camera », De Nicola mise ai voti l’emendamento di Sandrini. A questo punto Salvemini, avuta facoltà di esprimere la sua dichiarazione di voto, tenne un magnifico discorso sul ruolo della donna nella società italiana del tempo: «Onorevoli colleghi, per lo stesso motivo, per cui feci mia ieri la proposta di sospensiva, e cioè per quel senso di responsabilità, a cui non possiamo sottrarci, davanti ad una votazione così grave come questa sul voto femminile, vi prego di consentirmi che dichiari brevissimamente i motivi del mio voto. Darò voto favorevole alla estensione del diritto elettorale alle donne, perché ho la fiducia che le donne utilizzeranno la loro influenza elettorale per imporre ai pubblici poteri una più viva e più attiva preoccupazione di quei problemi sociali e morali, che la donna sente più immediatamente e più acutamente dell’uomo: la tutela dell’infanzia, la lotta contro l’alcoolismo, la prevenzione contro il diffondersi delle malattie sessuali, la lotta contro la tratta delle bianche, la diffusione dei giardini d’infanzia, la riforma degli istituti di beneficenza, di assistenza, ecc. Voterò in favore della proposta, anche, anzi, direi, soprattutto, perché sono convinto che la donna, specialmente quella che è dedita alle cure della famiglia, acquista nell’esercizio dei suoi molteplici e difficili uffici di amministratrice della casa e di educatrice dei figli, un senso della realtà, una versatilità, un intuito psicologico, uno spirito di sacrificio, di gran lunga superiori a quelli della media degli uomini. E sono queste le qualità, che contribuiscono in prima linea a formare ciò che chiamiamo il senso politico e il senso civile (Commenti). Forse la donna possiede istintivamente un senso pratico superiore a quello dell’uomo. L’esperienza storica dimostra che le donne, le quali si sono trovare a governare gli Stati per casi fortuiti - come quelle diventate reggenti per la morte prematura del marito, o salite al trono per mancanza di discendenza maschile - hanno dato quasi sempre ottima prova (Interruzioni), a differenza dei sovrani di sesso maschile, che almeno nove volte su dieci hanno fatto prova infelice per i loro governati (Rumori). Spero, però, che un emendamento all’emendamento stabilisca l’età elettorale per le donne a 25 anni: perché le donne, specialmente quelle della borghesia, e specialmente nel Mezzogiorno d’Italia, raramente hanno nella prima gioventù la possibilità di venire a contatto con le condizioni reali della vita e di acquistare quelle attitudini che sono il frutto di una esperienza non artificiale (Commenti). Ed auguro che la sorpresa, con cui una riforma costituzionale, politica e morale di tanta gravità, viene incorporata in una legge che si proponeva altri fini, non produca l’effetto di associare nella votazione segreta gli avversari della proporzionale e quelli del voto femminile. Auguro che la Camera, dopo aver approvato, senza discussione, il voto alle donne, come se si trattasse della concessione di una tombola di beneficenza, o della trasformazione di una frazione rurale in comune autonomo (Rumori), non dia al paese lo scandalo di seppellire la riforma a scrutinio segreto. (Commenti)». Fatta la votazione per appello nominale, l’emendamento Sandrini venne approvato con 240 voti favorevoli e 10 contrari. Purtroppo neanche questa volta il Senato poté discutere il progetto, perché la Camera venne fatta sciogliere in anticipo da Giolitti il 7 aprile 1921. © Riproduzione riservata

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