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Riflettendo sul Referendum del 21-22 giugno
20 giugno 2009

C'è un'intima ambizione, che di tanto in tanto nasce nei partiti più in voga, quasi a voler evadere le leggi che associano, in proporzione, i seggi in Parlamento ai voti della gente. Nel 1953, con la cosiddetta “legge truffa”, la DC tentò di ottenere il 65% dei voti qualora avesse superato il 50% dei voti validi. Ma, correndo indietro nel tempo, ai tempi di Mussolini, la legge Acerbo attribuiva i due terzi dei seggi in Parlamento alla lista che avesse ottenuto anche solo il 25% dei suffragi. Fu con questa legge che Mussolini pose le basi della dittatura fascista. Il primo e il secondo quesito del Referendum del 21-22 giugno, riguardano il premio di maggioranza alla lista più votata e l'innalzamento della soglia di sbarramento rispettivamente per la Camera e per il Senato. Essi propongono l'abrogazione di quelle parti della legge Calderoli (la cosiddetta "porcellum") che prevedono il collegamento tra liste e la possibilità di attribuire il premio di maggioranza alle coalizioni di liste. Se passasse il referendum, il premio di maggioranza non andrebbe più alla coalizione, ma i 340 seggi, cioè il 53,9% del totale dei seggi della Camera e il 55% dei seggi del Senato, verrebbero attribuiti alla lista che raccoglie più voti delle altre, anche se questi voti dovessero corrispondere al 25%, o anche meno, dei voti validi. In questo modo, inoltre, la soglia di sbarramento per l'accesso delle liste si porterà al 4% per la Camera e all'8% per il Senato. La legge, paradossalmente, elimina anche il vincolo del 25%, presente nella legge Acerbo, legittimando una notevole sproporzione fra la percentuale dei consensi di un partito e la percentuale dei seggi che esso otterrebbe in Parlamento. Comprendiamo l'attrazione che il bipartitismo suscita nei sostenitori del PD, che tanto palpitanti hanno accolto la proposta del PdL, intravedendo la possibilità di eliminare di fatto dalle competizioni elettorali i partiti che raggiungono fino all'8% delle precedenze. Tuttavia, una democrazia rappresentativa esige che la composizione del Parlamento rispecchi la volontà popolare. Una legge che arbitrariamente riconosce al partito eletto un numero sproporzionato di seggi, indipendente dall'espressione popolare, rischia di tradire i principi liberali su cui si fonda la democrazia, generando una grave asimmetria fra i rappresentanti politici e le esigenze della gente. Senza voler additare riferimenti libertari o comunque distanti dal contesto politico liberale in cui viviamo, i cinque “beni primari”i che il filosofo John Rawls, tra i padri del pensiero liberal-democratico del XX secolo, poneva alla base della giustizia sociale, sono libertà, opportunità, reddito, ricchezza e le basi sociali del rispetto di sé. Sembra che almeno due di questi principi vengano traditi da questa legge: l'opportunità della gente di essere rappresentata in relazione alle proprie scelte e, di conseguenza, la libertà di espressione. Essa, infatti, resterebbe puramente teorica e astratta, in quanto, tralasciando demagogie devianti, la libertà richiede che siano disposte le condizioni materiali per la sua attuazione effettiva. Del resto, la dimensione politica e legislativa deriva la propria legittimità dal voto che le è concesso, come unico mezzo di partecipazione diretta che ci viene riservato. Ma, indubbiamente, la possibilità di “scavalcare” una buona percentuale di seggi, per approssimarsi indiscriminatamente all'autosufficienza politica, spinge a tradire persino le tendenze democratiche insite nelle proprie stesse definizioni nominali. Si sa, più le poltrone sono facili da raggiungere, meglio è. Il terzo quesito referendario, invece, chiede l'abrogazione della facoltà di presentare candidature multiple, sia alla Camera che al Senato. Un agile “specchietto per le allodole”, quasi ad addolcire la proposta del prossimo week-and, fino a renderla vagamente democratica. La rappresentazione è una delle prerogative della democrazia. Queste “intime ambizioni”, sono più nocive che attraenti.
Autore: Giacomo Pisani
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Resto sempre interdetto, quando su un buon giornale di CRONACA locale, come Quindici, vengo ospitati interventi che propongono riflessioni di STORIA politica. Bene farebbe il Pisani a ricordare ai lettori, che la "Legge Acerbo" fu sostenuta anche dai cattolici del Partito Popolare e, visto che più avanti cita Rawls, anche dal Partito Liberale. Ad opporsi furono solo socialisti e comunisti. Forse è un pò troppo riduttivo affermare, come fa il Pisani, che "fu con questa legge che Mussolini pose le basi della dittatura fascista". Se nelle delle elezioni del 6 aprile 1924, la "lista nazionale" (il "listone Mussolini") ottenne più del 60% dei suffragi (quattro milioni e mezzo di voti), non fu per colpa o merito della "legge Acerbo". Il fascismo aveva conquistato l'Italia, al di là delle leggi elettorali, perchè, come scriveva in quegli anni Piero Gobetti, rappresentava la "sintesi delle storiche malattie italiane: RETORICA, CORTIGIANERIA, DEMAGOGISMO, TRASFORMISMO". Non sono i sistemi elettorali a salvarci-dalle o a precipitarci-nelle dittature. Il PD e il PDL, oggi, sono ancora espressione di quelle, mai curate, storiche malattie italiane, individuate da Gobetti. Malattie che sono state il brodo di coltura del regime democristiano, craxiano, amat-ciamp-din-dalemian-prod-veltroniano e berlusconiano. Magari fosse solo questione di sbarramenti e percentuali del 4 e 8%. Ma perchè vi lanciate in queste analisi? Io apro la pagina web di Quindici soprattutto per sapere che fine ha fatto Mauro Amato di "Bellissimo Sud", che fine hanno fatto le nostre aspiranti Miss, cosa sta facendo Antonello Pisani. Non potete iniziare ad occuparvi di certi temi e poi abbandonarli. Abbiamo fatto tanto per chiudere "le passioni di sinistra", per poterci divagare con "Quindici", e voi ci proponete Rawls e Giacomo Acerbo.
L'analisi dei mezzi utilizzati dal fascismo per fondare il regime, non costituiva l'oggetto del mio articolo. Ho messo in evidenza l'analogia fra la legge elettorale oggi proposta e quella approvata nel 1923. Non era certo mia intenzione affermare che tale legge fu il solo strumento di cui si servì il fascismo per porre le basi del regime, ma certamente essa va inclusa fra queste basi. Potremmo discutere dei fondamenti teorici e pratici del fascismo, e anche delle logiche che regolano il modo di fare politica di PD e PdL, ma il discorso si allontanerebbe dagli argomenti trattati nell'articolo, che non erano questi. Quanto all'approvazione della legge da parte dei liberali e dei popolari, cosa vorrebbe dire? Che fu una decisione conforme ad un indirizzo politico liberale? Come può accostare il pensiero di John Rawls alle decisioni politiche del Partito Liberale Italiano, in quegli anni, e all'adesione del partito al Listone e quindi al regime fascista? Insomma, le ideologie vanno contestualizzate, i pensieri storicizzati, non si può improntare un ragionamento affiancando il pensiero di uno dei padri del pensiero liberal-democratico del XX secolo a un gruppo politico che in un dato momento storico rigettò la propria identità liberale e democratica. Mi sembra un accostamento estemporaneo e completamente lontano dal mio riferimento, che prendeva spunto da un filosofo e dal suo pensiero, non certo da un partito e dalle decisioni che esso prese in Italia in quegli anni. Cosa vorrebbe dire? Che Rawls avrebbe approvato la legge Acerbo? Solo perchè in quegli anni, nella denominazione di un partito italiano, era inserita l'etichetta di "liberale"? Se così fosse, la storiografia sarebbe davvero ridotta a cruciverba. Cordiali saluti.



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