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Ricordo di Dino Campana, uomo e poeta
15 novembre 2016

Ha avuto inizio in data 31 ottobre un breve ciclo di incontri dedicati, presso l’Università della terza età di Molfetta, alla figura di Dino Campana. Relatrice degli incontri la docente Michela Annese, che ha saputo tener desti l’attenzione e l’interesse dell’uditorio, muovendo da una ricognizione di quanto noto in merito alla biografia del poeta dei “Canti orfici”. Alla relazione è seguito uno stimolante dibattito, condotto dal presidente, prof. ssa Eccelsa Spaccavento, che, dalla vicenda individuale del poeta, è passato a soffermarsi, complice anche la trasposizione cinematografica del rapporto Campana-Aleramo, sulle relazioni tra storia e fictio. Spesso i testi del Campana son stati letti sub specie insaniae e il velo della follia ha nuociuto a una serena valutazione dell’opera del poeta toscano. L’Annese ha deciso pertanto di muovere proprio da un inquadramento dell’uomo Campana, ricostruendo il contesto familiare nel quale ha operato, con il padre, Giovanni, decoroso maestro elementare, la madre, Fanny, forse più legata al secondogenito Manlio, e alcuni zii pienamente inseriti nel tessuto sociale e, uno in particolar modo, desideroso di garantire al giovane un quietante futuro in ambito farmaceutico. La relatrice sonda le fasi degli internamenti di Campana, tra Imola e Firenze, sino al definitivo “esilio” di Villa di Castelpulci, nome amaro, anche per l’antitesi con le memorie letterarie, di ben diverso genere, ch’esso evoca. Tra diagnosi poco convinte di dementia praecox e momenti di libertà, ben si può cogliere la natura veritiera di ciò che lo stesso Campana scrisse a Papini, dichiarando di vivere “al piede di innumerevoli calvari”, condizione che l’aveva reso “alchimista supremo che del dolore ha fatto sangue”. Letzter Germane in Italien, egli era in fondo così simile a Orfeo dilaniato dalle Menadi e opponeva la fede nella poesia al senso di martirio cui si avvertiva tragicamente e irrimediabilmente predestinato. Non è casuale che, forse ben più che l’amore perturbante con l’Aleramo e lo stigma dalla famiglia e da Marradi marchiatogli addosso sin dai quattordici anni, a condurlo alla disperazione fu – su ciò insiste Annese – la perdita del manoscritto de Il più lungo giorno, consegnato a Soffici, e da quest’ultimo smarrito, segno di noncuranza e ben scarsa considerazione di un lavoro geniale. Poi a partire dal Diciotto, lo sprofondamento in quel baratro cui la setticemia avrebbe posto fine quattordici anni dopo. Morì la poesia dell’”Orfeo folle”? A dispetto di tutto, no, perché la poesia ch’era in lui continuò ad affascinare, cosa che accadde al Pariani, l’autore della sua “vita non romanzata”. L’esperienza di Campana appare, e in questo la relatrice concorda con numerosi critici, per certi versi analoga a quella del Tasso, che nella “tenebra infinita di Sant’Anna” – cito Borgna – ricevé la visita di Michel de Montaigne, il quale non poté non ammirarlo. Del cantore della Gerusalemme il De Sanctis, con grande verità, scrisse cose che forse si potrebbero applicare anche al poeta dei Canti orfici: “In luogo di medici e di medicine gli era bisogno un ritiro tranquillo, co’ suoi libri, e vicina una madre, o una sorella, o amici resi intelligenti dall’affetto. Invece ebbe il carcere e la sterile compassione degli uomini”.

Autore: Gianni Antonio Palumbo
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