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Quale anfiteatro? Cartelli stradali e confusioni
15 settembre 2004

Assistendo all'imperversare per il paese d'uno spettro, cui “locandine” e manifesti murali danno il nome d' “anfiteatro”, e colto da sollecitudine per forestieri che, attratti da una proposta culturale del luogo, cerchino invano l'oggetto corrispondente al nome, mi prendo cura d'informarli, qualora leggano questa pagina, affinché desistano subito dall'affanno di cercare in Molfetta e dintorni un anfiteatro e non si affrettino ad incriminare per incuria civile l'amministrazione comunale. Il forestiero si fidi di quella, che a suo tempo s'addisse al compito d'informare dell'esistenza di un'edificazione per spettacoli ed usò (essa o l'ufficio tecnico competente) la lingua italiana. Tutta la città infatti reca indicazioni sicure ed esatte per il “teatro di ponente”. I segnali stradali! Chi li legge? Leggerli però sarebbe utile ed istruttivo. Nel nostro caso s'imparerebbe l'italiano. L'italiano! Chi lo parla più? “Molto” e “moltissimo” sostituiti da “tanto” e “tantissimo” (quando lo legittimerà un “quantissimo”?), “alquanto” è ignoto e si dice “abbastanza” (a bastanza di chi?), i superlativi (il massimo grado degli aggettivi) sono maggiorati: prima “il più intimo”, poi “il più acerrimo”, dopo “il più estremo”. Quando verrà “il più ottimo”? L'articolo indeterminativo: chi lo conosce più? Da “Focus” mi viene, ripetuto, “uno ione”, Tv e giornali spacciano “uno yoghurt”, un libro scolastico per l'insegnamento dell'italiano pretende credito, scrivendo “uno iato”. Contro i corretti: un ione, un yoghurt, un iato, come un arancio, un idiota, un uomo. Quanto alle parole, esse, udite sfreccianti, non sono assoggettate a verifica. Qualcuno ha detto “posizionare”? E tutti posizionano, invece d'italianamente porre, disporre, collocare, situare. E non s'è inventato “velocizzare”, perché non si sa più se “accelerare” (derivato da “celere” e parente dell' “accelerato” di ferroviaria memoria) si scriva con una o due “l”? Udito dire “epicentro” in notizie sismiche, gl'italiani, per snobismo e senza capirla, usano la parola per “centro”, ignorando che non c'è epicentro senza ipocentro. Il che avviene nei terremoti e fenomeni simili o metafore d'essi. Un medico ignorante per “malattia” ha detto “patologia” (in breve: studio delle malattie)? Ecco inquinata la lingua. Funzionari del ministero, hackers per ignoranza, per il recente tipo d'esame (di maturità), spiegato in centinaia di migliaia d'opuscoli “per l'uso”, hanno autorizzato tutti, prof d'italiano compresi, a dire “tipologia” per “tipo”. Così sono usati “metodologia” per “metodo”, “motivazione” per “motivo”, problematica” per “problema”, “psicologia” per “psiche”. “Quel bambino ha problemi psicologici”. Il bambino? Forse gli psicologi che diagnosticano circa lui. Il bambino può avere solo problemi psichici. Arresto qui la mia divagazione d'innamorato dell'italiano, che non si parla più, non si scrive più, non s'impara più, non è più insegnato. Ma questa è la vicenda eterna delle lingue, considerato che il volgare (italiano nel nostro caso) nacque da coloro (zappatori stanziali o barbari invasori) che mal parlavano il latino. Oggi i mal parlanti l'italiano (tutti provenienti dalla scuola) stanno creando il neovolgare. Ebbene sì, le lingue vive le creano gl'ignoranti, non i colti, tanto meno i dotti e i letterati. Si sa che più della ragione vale la novità, non necessariamente esatta, ma che “faccia moda”. Torno a “teatro”, parola greca che indicava un luogo disposto e strutturato al fine di “guardare”: teâsthai infatti significava guardare. Quindi teatro è un luogo per assistere a spettacoli, ma in disposizione circolare e degradante, perché tutti, equidistanti e senza impedimenti visivi (gli spettatori seduti avanti), vedessero ed udissero in pari modo. La forma tipica del teatro antico più avanzato, quella a noi nota, favorita forse da naturali depressioni del suolo, fu la semicircolare. Dove le condizioni del suolo o il genio dei costruttori o l'ambizione del finanziatore lo permisero, il teatro assunse forma circolare (l'ellittica, adatta alle corse di carri, fu propria dei circhi: Circo Massimo, per esempio). Nel teatro gli spettatori sedevano nel semicerchio e la scena era sul diametro (del semicerchio). Si guardava quindi, dirò brevemente, solo da un lato. Se il teatro aveva forma circolare, la scena (adatta a tal teatro) era sempre sul diametro, ma si poteva sedere nell'uno e nell'altro semicerchio e guardare dall'uno e dall'altro lato del diametro. Cosa possibile nel Colosseo (anfiteatro Flavio) e nell'Arena veronese. “Amphì” e il simile “amphò” in greco erano affini al latino “ambo” (che significa “entrambi”). Nel cerchio dell'anfiteatro quindi si poteva guardare la scena da entrambi i lati del diametro. Oppure lo spettacolo avveniva in tutto lo spazio tra le gradinate e tutti potevano vederlo. Anfiteatro insomma non significa teatro a gradi né teatro all'aperto, ma doppio teatro. Non saprei se indulgere ai manifestini d'un istituto professionale, che chiuse l'anno scolastico prima di questo con uno spettacolo nell' “anfiteatro di ponente”, rispetto a quelli del liceo-ginnasio, che lo concluse sempre in quell' “anfiteatro” con uno spettacolo ispirato, sì, all'Ellade. Del resto basterebbe conoscere l'italiano. E' impostante porre questioni di lingua? Ho sempre la speranza che, se impariamo a parlare, scegliendo le parole e capendole, impariamo anche a pensare, cercando nella realtà le cose e i fatti, per cui sono nate e usate le parole. Se pensassimo prima di parlare, penseremmo prima d'agire. Impareremmo a scegliere, a decidere (ponderatamente), a votare (a ragion veduta). Esito non indifferente in un'Italia stordita dalla proluvie di parole, che tutti versano gli uni contro gli altri ad ogni grado di cittadinanza. E, se noi molfettesi dicessimo “teatro” il nostro di ponente, eviteremmo l'ironia altrui e la taccia d'ignoranti. O forse il fatto che la barbarie abbia devastato quel teatro ci esonererà anche dal dovere di definirlo esattamente? Un solo rilievo potrebbe essere fatto sui citati segnali stradali: che fanno pensare che esistano (almeno) un teatro di ponente ed uno di levante. Ma scrivere “Teatro del parco di ponente” sarebbe stato più costoso per l'amministrazione o più faticoso per i cittadini, che sono stancati anche da segnali compendiari? Antonio Balsamo
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