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Processo di pace in Palestina, stasera incontro a Molfetta Esperienza di dialogo, pace e promozione dei diritti umani in Cisgiordania raccontate da un dottore di Ramallah, un'infermiera comboniana, un rabbino per i diritti umani e un beduino palestinese
12 ottobre 2010

MOLFETTA -  "Il processo di pace in Palestina: possibilità e alternative" sarà il tema affrontato a Molfetta stasera alle 20 nella sala Finocchiaro della fabbrica di San Domenico. Si tratta dell’ultimo incontro del ciclo  Puglia-Palestina, cooperazione all'ombra del muro che l’associazione Kenda onlus, che ha tra i suoi attivisti anche alcuni giovani molfettesi, ha promosso in Puglia.
Un dottore di Ramallah, un’infermiera comboniana, un rabbino per i diritti umani e un beduino palestinese: saranno loro i protagonisti di un insolito racconto su quanto sta accadendo oggi in Cisgiordania, una testimonianza che permetterà alla cittadinanza pugliese di conoscere la loro realtà quotidiana, le loro sfide e le loro speranze. 
Sarà un’occasione per scoprire esperienze di dialogo interculturale e interreligioso attivate in quei territori, ed in particolare, delle comunità beduine Jahalin dislocate nell’area ad est di Gerusalemme, nonché per comprendere come è possibile contribuire concretamente alla promozione dei diritti umani in Medio Oriente. 
L’associazione Kenda onlus di Bari lavora dal 2006 in Palestina. Dopo essersi impegnata in Israele per la costruzione della pace e il dialogo interculturale fra giovani ebrei e giovani palestinesi (cristiani e mussulmani), si è spostata all’ombra del muro, avviando due progetti in ambito socio-sanitario nell’area di Gerusalemme est (Cisgiordania). Gli ospiti degli incontri stanno collaborando attivamente insieme a Kenda onlus nella realizzazione del progetto attualmente in corso, che prevede l’attivazione di una clinica mobile e programmi di educazione sanitaria per le popolazioni beduine Jahalin, situate lungo la direttrice che collega Gerusalemme a Gerico. 
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Nel caso di guerre a carattere non religioso, si dà una giustificazione politica contingente ma, in fondo, si adduce sempre, in genere, una motivazione trascendente, cioè religiosa. Hitler voleva farla finita col Dio giudaico-cristiano dell'Occidente e dare così una nuova impronta al mondo. Gli alleati volevano difendere i loro sacrosanti diritti alla libertà, all'indipendenza e all'identità. Perfino Jean-Paul Sartre, quando combattè nella Resistenza, scrisse su temi religiosi. Gli Stati Uniti si considerano successori del popolo eletto dell'Antico Testamento difendendo la democrazia e la libertà in nome di Dio e salvando il mondo dai falsi Dei. Le istituzioni religiose da tempo immemorabile hanno impartito alle imprese militari la loro benedizione. A loro volta, i capi politici e militari hanno desiderato ricevere la benedizione da parte delle rispettive istituzioni religiose. In altre parole: la guerra politica è anche, in fondo, guerra religiosa. Anche nelle guerre scatenate da motivi economici, nazionalisti o altro, il fulcro è sempre la religione. Nessun principe si sarebbe azzardato a dare inizio a una guerra senza aver prima consultato gli oracoli, i profeti, gli astrologi o i sacerdoti. Sugli uomini grava una specie di cieca fatalità. Non è possibile chiedere la grazia a nessuno, la grazia della pace. "Quale Dio possiamo invocare? A chi potremo rivolgere le nostre preghiere? Il sistema è anonimo. Tutto il mondo chiede il disarmo ma nessuno vuole incominciare. Tutti chiedono la pace, ma senbra che essa sfugga a tutti di mano. Perchè ci sia pace dobbiamo compiere una "rivoluzione interiore", un disarmo culturale. La pace è un desiderio di dialogo che sorge quando ci rendiamo conto che non bastiamo a noi stessi, ma possiamo imparare qualcosa dagli altri mettendo in comune le nostre esperienze. -
1973 - Oriana Fallaci - L'uomo che avevo dinanzi era l'uomo a cui si dovevano gran parte degli attentati in casa nostra, in Europa: George Habash. Oriana Fallaci: Dottor Habash, dove volete arrivare? - Habash: "No, non vogliamo fare la guerra a tre quarti del pianeta. Ma bisogna esser scientifici e riconoscere che la nostra rivoluzione è un momento della rivoluzione mondiale: essa non si limita alla riconquista della Palestina. Bisogna essere onesti e ammettere che ciò a cui vogliamo arrivare è una guerra come quella del Vietnam. Vogliamo un altro Vietnam e non solo nell'area della Palestina ma di tutti i paesi arabi. I palestinesi fanno parte della nazione araba, è necessario che l'intera nazione araba entri in guerra: cosa che del resto accadrà, le do tre o quattro anni di tempo. Allora, e anche prima, le forzae rivoluzionarie della Giordania, della Siria, del Libano si solleveranno al nostro fianco in una guerra totale. Siamo appena all'inizio dell'inizio della nostra lotta: il bello deve venire. Ed è giusto che l'Europa e l'America sappiano fin da ora che non ci sarà pace per loro finchè non ci sarà giustizia per la Palestina. Vi attendono giorni scomodi, e non è un prezzo troppo alto per l'aiuto che date a Israele. Chiarito ciò, arriviamo agli attacchi che noi rivolgiamo contro gli aerei che non appartengono alla El Al. Suppongo che lei alluda a quell'aereo della TWA dirottato su Damasco. Be', l'America è un porto del nostro nemico. Dirottammo l'aereo come rappresaglia al fatto che l'America avesse venduto i Phantom a Israele.-
1973 - Oriana Fallaci intervista Yassir Arafat. - Abu Ammar, quanto durerà tutto questo? Quanto a lungo potrete resistere? - Arafat: "Simili calcoli noi non ce li poniamo. Siamo soltanto all'inizio di questa guerra. Incominciamo solo ora a prepararci per quella che sarà una lunga, lunghissima guerra. Certo una guerra destinata a prolungarsi per generazioni. Nè siamo la prima generazione che combatte: il mondo non sa o dimentica che negli anni Venti i nostri padri combattevano già l'invasore sionista. Erano deboli, allora, perchè troppo soli contro avversari tyroppo forti e sostenuti dagli inglesi, dagli americani, dagli imperialisti della terra. Ma noi siamo forti: dal gennaio 1965, cioè dal giorno in cui nacque Al Fatah, siamo un avversario pericolosissimo per israele. I fedayn stanno acquistando esperienza, stanno moltiplicando i loro attacchi e migliorando la loro guerriglia: il loro numero aumenta precipitosamente. Lei chiede quanto potremo resistere: la domanda è sbagliata. lei deve chiedere quanto potranno resistere gli israeliani. Giacchè non ci fermeremo mai fino a quando non saremo tornati a casa nostra e avremo distrutto Israele. L'unità del mondo arabo renderà questo possibile". Oriana Fallaci -- Conclusione: voi non volete affatto la pace che tutti auspicano. Arafat: "No! Non vogliamo la pace. Vogliamo la guerra, la vittoria. La pace per noi significa distruzione di Israele e nient'altro. Ciò che voi chiamate pace, è pace per Israele e gli imperialisti. Per noi ingiustizia e vergogna. Combatteremo fino alla vittoria. Decine di anni se necessario, generazioni.-

Guardare la Storia per riuscire, forse, a capire il presente e proiettarsi verso il futuro. Ottobre 1973: Golda Meir intervistata da Oriana Fallaci. Golda Meir: "Allora bisogna intenderci sulla parola Palestina. Bisogna ricordare che, quando l'Inghilterra assunse il mandato sulla Palestina, la Palestina era la terra compresa tra il Mediterraneo e i confino dell'Iraq. Questa Palestina copriva le due sponde del Giordano, perfino lo High Commissioner che la governava era lo stesso. Poi, nel 1922 Churchill fece la partizione e il territorio a est del Giordano divenne la Cisgiordania. Due nomi per la stessa gente. Abdullah, il nonno di Hussein, ebbe la Transgiordania e in seguito si prese anche la Cisgiordania ma, ripeto, continuò sempre a trattarsi della stessa gente. Della stessa Palestina. Arafat, prima di liquidare Israele, dovrebbe liquidare Hussein. Ma Arafat è così ignorante. non sa nemmeno che, alla fine della prima guerra mondiale, cioè che oggi è Israele, non si chiamava Palestina: si chiamava Siria del Sud. E poi....insomma. e dobbiamo parlare di profughi, io le rammento che per secoli gli ebrei furono i profughi per eccellenza. Sparpagliati in paesi dove non si parlava la loro lingua, non si osservava la loro religione, non si conoscevano i loro costumi. Russia, Cecoslovacchia, Polonia, Germania, francia, Italia, Inghilterra, Arabia, Africa. Chiusi nei ghetti, perseguitati, sterminati. eppure sopravvissero, e non smisero di essere un popolo, e si ritrovarono per fondare una nazione..... .

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