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“Per me la musica è un gioco, un perimetro nel quale cercare rifugio” INTERVISTA – “Quindici” incontra il rap molfettese mentre il suo disco “Fuori dal tunnel” impazza nelle classifiche
15 aprile 2004

Arriviamo puntuali all'incontro con Caparezza (nella foto con Eugenio Tatulli e Giuseppe Bruno di "Quindici"). Una piacevole chiacchierata che si svolge nel suo “rifugio”. Un locale o un garage ampio, sotto la sua casa, dove i neon illuminano scaffali di dischi in vinile, centinaia di giocattoli raffiguranti personaggi dei cartoni e non solo, libri, una batteria, il suo computer. Fermare gli occhi su qualcosa che cattura l'attenzione è difficile, il luogo è particolare, ed è semplice intuire che rispecchia la personalità estrosa del cantante. Ci ospita in quello che lui chiama “l'angolo anni '70”, difatti sul tavolino ci sono riviste di quegli anni, e anche i divani sembrano appartenere all'arredamento “figli dei fiori”. Capa è particolarmente contento, gli sono arrivati i dischi in vinile di “Verità supposte”, non potevano mancare alla sua collezione, ci confessa che lui è un feticista. Dalle prime risposte alle nostre domande, cercando di alternare il faceto al serio, ci appare un ragazzo semplice e con una gran voglia di parlare, di confrontarsi. Il suo punto di forza, adesso, è diventato dire ciò che pensa, ma prima di raggiungere il successo questo è stato un ostacolo. Come è arrivato il successo – gli chiediamo - soprattutto dopo una esperienza deludente come quella del Festival di Sanremo? “Il successo è frutto di tanto lavoro e tanta testardaggine, sono in tour da giugno dell'anno scorso. La nostra determinazione, mia e della mia band, ha creato un pubblico, anche con il semplice passaparola; quel pubblico che seguiva i concerti, ha poi comprato il cd, poi i nostri simpatizzanti sono aumentati. Ciò che componevo prima veniva manovrato da un team di produttori e discografici di cui mi sono fidato (tendo a farlo anche se in genere sono molto schivo). Adesso le cose sono cambiate e non tornerei a Sanremo, dove la canzone italiana rimane all'ultimo posto degli interessi”. Qual è il filo conduttore delle diverse esperienze musicali che hai fatto, da Mikymix a leader dei Sunny Cola Connection, senza dimenticare ciò che hai composto prima, tanta musica per divertimento e adesso Caparezza? “Per me la musica è sempre stata un gioco, un perimetro nel quale cercare rifugio, essendo un timido di natura. Adesso che la musica è diventata una realtà non parallela, sto pensando seriamente di andare a lavorare…”. Qual è il tuo genere musicale? “In realtà non ne ho uno di riferimento, chiamo la mia musica suppomusic, ma è una invenzione; diciamo che il rap costituisce il vassoio portante delle mie parole, anche se mi cibo di diversi generi, tranne quello sfacciatamente pop e tuzzettaro, da discoteca”. Come nascono i tuoi video? “Da mie idee insieme a quelle del regista, crearli è una cosa davvero divertente”. Le tue canzoni nascono da una debordante creatività, come fai a fermare le tue idee e intrappolarle nella rete della musica? “Da ciò che leggo, vedo, osservo, ascolto, cerco di bloccare la linfa vitale, per poi scriverci su. In genere le parole e la musica nascono come una sensazione. Poi cerco di comunicarla, anche se per “Fuori dal tunnel” non sono stato compreso. Ma l'arte in fondo è quella che si interpone fra la mia voce e le orecchie di chi mi ascolta. Cerco di essere chiaro ma non semplicistico”. Qual è il tunnel della tua canzone? “Del divertimento… Non mi sono mai divertito in discoteca perché non c'è comunicazione, tutto ciò è omologante, rende pigra la mente, preferisco un buon libro e un buon film, ma ognuno può divertirsi come vuole senza affannarsi a seguire gli altri”. Secondo te questo tuo modo di essere può far cambiare opinioni e punti di vista, soprattutto ai più giovani? “In effetti mi sono fatto portavoce di un malessere collettivo che accomuna gente con le mie stesse idee, ma il mio cd lo comprano anche soltanto perché è di moda il ritornello. Forse “Verità Supposte” può essere un “Cavallo di Troia”, come lo ha definito un giornale siciliano, un crogiuolo di messaggi che potrebbero essere capiti con il tempo, diciamo con dolcezza”. Qual è il tuo pensiero politico? “Sono tendenzialmente di sinistra perché escludo la destra, ma non ho un partito di riferimento”. La musica può essere uno strumento politico? “Tutto è politica e ne dobbiamo avere una giusta consapevolezza, non credo nelle forme di boicottaggio ma nel mio piccolo ho delle idee ferme, per esempio non vado al McDonald”. Legalizzeresti l'erba? “Sì, credo che l'ultima legge a tal proposito, sia figlia ancora del rigido bipolarismo sociale e politico in cui viviamo. Non si considerano le sfumature; io preferisco le vie d'uscita trasversali, dico che non bisogna fare di tutte le droghe un fascio, ognuna ha una propria gravità, certo è che tutto ciò che provoca dipendenza può considerarsi un tunnel”. E' vero che parte degli introiti del cd saranno devoluti agli avvocati che difendono i ragazzi coinvolti nel G8? “I soldi ricavati dal concerto al Rivolta di Venezia sono stati dati agli avvocati”. Ma allora di chi è la colpa di ciò che è accaduto? “Parleranno sempre di estintori che volavano e saracinesche distrutte, ma ci sono state cose anche più gravi sottaciute. Coloro che hanno organizzato il G8 hanno colpa, non possono risolvere i problemi dei Paesi che non hanno neanche un minimo di rappresentanza”. Pensi che l'informazione sia libera? “Assolutamente no, per esempio ho fatto una intervista per “Panorama” dove parlavo anche di Centri Sociali, non hanno messo neanche una parola; la stessa cosa per il mensile Max, dove criticavo i calendari”. Pensi che un giorno possa cambiare la televisione? “La colpa dei programmi di Maria De Filippi e di tanti altri è la mancanza di dialogo. Una chiacchierata con un nonno, una madre, un padre può sicuramente distogliere dai programmi spazzatura. Ma purtroppo la tv è fatta di paradossi, quella che fa audience continua ad essere riproposta. Non sono così ingenuo da pensare che io sia fuori dalla logica mediatica, ma chi è intelligente sa che il meccanismo è alla fonte”. Ma i cd costano troppo? “Tutto costa troppo, anche i libri, però loro sono considerati beni di conoscenza mentre i cd beni di lusso. Come diceva Gino Paoli, non capisco perché un disco di De Gregori debba essere considerato meno importante di un libro di Marina Ripa di Meana”. Cosa ne pensi della situazione internazionale, ti fa paura Al Queda? “Mi fa paura tutto ciò che è violenza ma la conoscenza di una cultura no. Sono molto attratto da tutto ciò che è diverso da me”. Sogni mai una meta lontana? “Sogno posti dove si ribalta tutto, vorrei ritornare ad Amman, mi incuriosiva la situazione da emarginato di turno che vivevo”. Credi in Dio? “Credo che non si estingua tutto così, ma non ho la presunzione di sapere che cosa c'è nell'aldilà”. C'è qualcuno a cui ti ispiri? “No, nessuno”. Allora qualche cantautore che ammiri? “Bè, ci sono Capossela, Silvestri, Bersani, ma tanti altri sconosciuti”. Ci sono anche altri gruppi emergenti, pugliesi, che stanno avendo un buon riscontro di pubblico, come gli Apres la Class o i Negroamaro. Cos'è cambiato, secondo te, da quando facevate musica per pochi intimi? “Mah, a livello artistico non è cambiato molto, a me dispiace anche che si parli sempre di me, ci sono altri ragazzi che hanno bisogno di concretizzare il loro lavoro, ma servono gli spazi e le possibilità. C'è in progetto di costruire un laboratorio per portare alla luce gli artisti del circondario, perché penso che la nostra musica, pugliese, abbia delle radici ineguagliabili”. A proposito di spazi, l'ultimo tuo concerto nelle vicinanze è stato a Bisceglie. Perché non a Molfetta? Qual è il “male” cittadino? “Qui abbiamo chiesto lo stadio, spero ce lo diano. Nella nostra città non c'è nessun locale che investa nella musica. Qui ci sono davvero molti ragazzi che suonano ma a loro non viene riconosciuta una economia: si tende, per esempio, a pagare il musicista con pizza e birra. Non c'è attenzione verso l'arte, spero che le cose cambino, perché se un ragazzo vuole cantare o suonare, non deve sentirsi dire dai genitori “Vai a lavorare!”; bisogna tirar fuori idee e cercare di rinnovarsi; i miei concerti sono quasi tutti al nord, lì non c'è bisogno di combattere contro l'arroganza. Credo che qua ci sia un retaggio culturale sbagliato e una finta emancipazione”. Ma se tu non avessi fatto il musicista, cosa avresti fatto? “Il fumettaro”. Il nome di una persona che vorresti ringraziare. “Veramente ce ne sono tante, una persona che stimo particolarmente e che mi ha sempre incoraggiato è il co-produttore dell'album, Carlo Rossi”. L'insegnante della scuola superiore che ricordi con più affetto? “Sicuramente il professore di italiano della scuola superiore”. Tu credi che ognuno di noi possa fare degli incontri fortunati, tanto da cambiarci la vita? “Io penso che ci siano persone e libri che possano aiutare a crescere. Ad esempio ci sono personaggi che hanno fatto maturare in me determinate concezioni, come Gandhi, grazie al quale ho scoperto cosa è davvero il pacifismo. Adesso la mia vera passione si chiama Gaetano Salvemini. Sul mio comodino troneggia il suo libro “Memorie di un fuoruscito”, è un uomo che ha combattuto contro il fascismo. E' davvero scandaloso che nella sua città, questa, non venga studiato e non si trovi niente di ciò che ha scritto”. Il tuo quarto singolo, “Vengo dalla luna”, parla di razzismo e discriminazione, e del tuo essere anche un po' alieno, ma se tu potessi scegliere, in quale periodo storico avresti voluto vivere? “Mi sarebbe piaciuto essere Rasputin nella prima guerra mondiale, ma credo che questo momento sia molto forte, divertente e castrante; e poi c'è una rivoluzione sociale in atto che potremmo raccontare un giorno ai nostri figli; senza dimenticare il “nove di coppe” che abbiamo come presidente del Consiglio”. Testo, voce, musica, immagine, qual è il tuo punto di forza? “Secondo me il testo, anche se c'è chi si concentra solo sui capelli…”. L'amore può aiutare ad essere sereni? “Certo”. Ma perché tu non scrivi mai d'amore? (Ride). “Ci sono pochissime canzoni che parlano davvero di amore, una può essere di Battiato. , non c'è frase più bella da dedicare ad una donna”. Sei fidanzato? “No comment”. Come ti vedi fra venti o trenta anni? “Malissimo, un trentenne che non si sente un trentenne può andare, ma un sessantenne che si sente trentenne è patetico”. Ma chi è Michele Salvemini? “Uno come tanti altri, uno che esprime la propria creatività attraverso la musica, come chi fa questo attraverso l'architettura; uno continuamente innamorato della scrittura, che ride delle parole strane, che hanno un bel suono, sono un appassionato della fonetica. Ma sono anche un tipo inconcludente. Per fortuna con la musica riesco a portare a termine ciò che ho in mente”. Sei contento dell'affetto dei molfettesi? “Quando sono qui non esco quasi mai, per la verità, ma c'è molta curiosità nei miei confronti, senza dubbio”. E della tua band cosa dici? “Siamo come fratelli, rappresentiamo un prototipo di società, ognuno ha delle caratteristiche particolari, e abbiamo imparato ad accettarci con pregi e difetti. La convivenza è divertente, siamo tutti di Molfetta, tranne il fonico di Trani, e ci spostiamo da una città all'altra con un piccolo furgone”. Hai un sogno nel cassetto? “Vorrei essere sereno, voglio continuare a fare questo mestiere senza cadere nella trappola della notorietà: desidero una vita tranquilla con non troppe irrequietudini”. E se il successo finisse? “Bè, perididimo, a proposito di parole strane”. Laura Amoruso Giuseppe Bruno SCHEDA La musica come slancio creativo: il successo di Caparezza Il ritornello della sua canzone è ormai diventato un tormentone “Sono fuori dal tunnel…del divertimento…”, il suo disco è disco d'oro per le 50.000 copie vendute, è il nuovo re delle classifiche, impazza sulle frequenze radio, è adesso in tour in giro per l'Italia. Ora si prepara a lanciare il suo secondo singolo “Vengo dalla luna” (perché un po' alieno lui si sente veramente!) che ha per tema il razzismo e la discriminazione. Lui è Caparezza, alias Michele Salvemini, 30 anni, un molfettese doc (nella foto con Laura Amoruso e Giuseppe Bruno di "Quindici" durante l'intervista). Molti lo ricordano come cantante e autore dei testi dei Sunny Cola Connection, pochi forse come Mickimix a un Festival di Sanremo. Ma da quella deludente esperienza alla Manifestazione canora, Capa di strada ne ha fatta. Ha cambiato nome, casa discografica e soprattutto “taglio” di capelli (naturalissimi), ha composto e studiato con la sua band, e adesso è acclamato nei più famosi locali italiani, non dimenticando però mai la sua città., che dice, è sempre lo spunto per raccontare attraverso la musica i paradossi della società e della vita , argomento principale del suo album, “Verità supposte”. Il suo successo non è sicuramente un caso. Scrive brani e compone da quando aveva dieci anni, un “bambino prodigio” ispirato ai cartoni animati degli anni 70, (sul suo sito dice che di album ne ha incisi due, ma che in realtà sono più di 100), poi da quando ha visto i programmi dalla De Filippi ha deciso che qualcosa bisognava pur dire. Il suo brano di lancio dell'album ironizza sui costumi, abitudini e fisime dei ragazzi (molfettesi?) invece lui rompe con tutti gli schemi. Odia qualsiasi definizione o paletti posti dalla società e soprattutto l'essere trendy a tutti i costi. Ma non è semplicemente un ragazzo “alternativo”. Michele o Capa è soltanto se stesso (“che significa non essere altri”), che ai suoi concerti entusiasma comunicando le cose che non gli vanno a genio, esorta i ragazzi a non scaricare la sua suoneria per i cellulari, perché anche quello è show-bussiness. Difatti il suo brano è al centro di una contraddizione forte, “fuori dal tunnel” è praticamente fagocitata dai meccanismi che critica, utilizzata impropriamente in tante trasmissioni “spazzatura”, quelle più nocive all'intelligenza umana, e questo , ha dichiarato, è frustrante perché lui crede in quello che dice. Per capire che è un ragazzo con delle belle e fruttuose idee, (anche se si definisce un “disoccupato con l'alibi dell'arte”) le cui canzoni fanno discutere, basta andare sul sito e navigare un po' nel suo mondo musicale. Sembra davvero leale verso la creatività, la sua passione e ispirazione e siamo orgogliosi che in tv li presentino, lui e la sua band, come il gruppo di Molfetta. E noi di “Quindici” abbiamo incontrato questo eclettico e stravagante artista. Laura Amoruso
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