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Nella valle dei monaci giganti
15 maggio 2011

A due anni di distanza dalla raccolta di racconti Mojo... Mojo, insignita del prestigioso premio “Città di New York 2009” e a pochi mesi dal Padre Bandido, biografi a del missionario Tiziano Sofi a, ecco un nuovo, prezioso lavoro di Gianna Sallustio, Nella valle dei monaci giganti. Paþabað (Genesi, 2011). Si tratta, come per Mojo... Mojo, di una silloge di racconti, tra cui spicca quello che dà il titolo all’opera, il quale trae spunto da un viaggio compiuto in Turchia dall’autrice allo scopo di ritirare il Premio “Città di Istanbul” 2010 per la poesia. Gianna, ribattezzatasi per l’occasione Giada, si addentra, accompagnata dall’amica Raff a, nei meandri della sinuosa Istanbul, per poi visitare una regione ricca di storia e di mirabilie naturalistiche come la Cappadocia. Nella valle dei monaci giganti si delinea così quale punto di intersezione di svariati generi letterari; dell’odeporica, ad esempio, condivide il gusto per l’annotazione minuziosa dei particolari del viaggio e per la descrizione meticolosa, e di innegabile eleganza, di luoghi e monumenti. La Cappadocia troneggia così in tutto il suo splendore, col suo paesaggio simil-lunare dominato dalla mole superba dei Camini delle Fate e dalla “vallata dei monaci giganti”, con le sue tufacee colonne sormontate da “cupole di basalto” assimilabili a funghi. Alla descriptio locorum, che indugia anche su musei, statuette della Grande Madre, labirinti degni dell’antro di Proserpina e chiese dalla bellezza mozzafi ato (come El Nazar), si alternano puntuali e appassionate pagine di storia turca, in cui l’autrice delinea il ritratto di celebri personalità, come il padre della Repubblica Turca, Atatürk. La matrice odeporica coesiste, tuttavia, con elementi propri della narrativa gialla; non dimentichiamo che la tradizione letteraria europea è ricchissima di famosi intrecci di crimini e delitti avvenuti nel corso di viaggi, dal famigerato Assassinio sull’Orient Express a Non c’è più scampo – entrambi opera della Christie –, con la sua ambientazione irachena. Una serie di eventi misteriosi turba la quiete dell’itinerario turistico percorso da Giada/Gianna. La perturbazione esplode repentina durante una visita della superba Basilica/ Cisterna, scenario perfetto per l’improvviso insinuarsi di una tensione che non abbandonerà più l’autrice, sino alla soluzione di un enigma che parrebbe strettamente connesso al mito delle tre Gorgoni e della terribile Medusa. Se quest’ultima era celebre per lo sguardo agghiacciante che pietrifi cava – beff ardo dono di Atena, vendicatasi dell’aff ronto subito per opera della stessa e di Poseidone –, Giada sarà, quasi per contrappasso, costretta a patire una serie di disavventure per aver immortalato, con la sua digitale, qualcosa che nessuno mai avrebbe dovuto vedere. La conclusione del racconto, intercalato da una serie di incantevoli fotografi e a documento del viaggio in Cappadocia, si veste delle forme di un lucido pamphlet in cui l’autrice, sulla scorta della propria esperienza e in seguito alla suggestione derivata dalla lettura di alcune rifl essioni di Tiziano Terzani nel suo romanzo-testamento La fi ne è il mio inizio, medita sulla “bancarotta fraudolenta” delle umane “magnifi che sorti e progressive” e auspica un mondo diverso, vivifi cato dalla speranza. Al racconto principale seguono altre, più brevi, ma non meno accattivanti, storie. Ne Gli esercizi spirituali, racconto già pubblicato sul periodico pugliese “La Vallisa”, seguiamo la protagonista, l’ingenua Madame in una detection notturna sulle abitudini di un – dalla donna idolatrato – anziano distinto signore. La disillusione indurrà la donna ad aff rancarsi da una sorta di cieca adorazione; l’acquisizione di consapevolezza del divario tra essere e apparire le consentirà di aff rontare l’esistenza con inusitata energia. Diverso è il percorso compiuto da Maria nel racconto Marienne, già pubblicato su “Quindici”. La bellissima giovane evaderà dalla quiete sonnolenta di un paesino del Veneto per poi ritrovarsi a intrattenere i clienti di una parigina brasserie, con lo pseudonimo di Marienne. Amaro sarà il risveglio da un sogno di fama e lustrini; tornata in Italia, la giovane fi nirà con l’assoggettarsi alle voglie di un marito fascistello, narcisisticamente innamorato della propria virilità. Solo la dimensione di madre e nonna riuscirà, in qualche misura, a placare il suo tormento interiore. E poi rivivono ancora una volta l’esperienza salvifi ca della missione congolese di Padre Tiziano (Torniamo in Africa, mon père) e l’entusiasmante viaggio compiuto dall’autrice alla volta di New York per ricevere il premio assegnatole per Mojo... Mojo. All’immagine divertita e solare della scrittrice che sfi la durante il Columbus Day nelle vesti di un’autoironica Beatrice si affi anca il delicato ritratto di un mondo di pugliesi emigrati in America, con i loro casalinghi “larari” e i fardelli di memorie dolceamare. Con l’immagine gioiosa del nipotino Mimì e un “addio” sbarazzino l’autrice saluta il lettore, ammiccando sorridente ad altri ben più seriosi addii letterari (quello alle “armi” di Hemingway). Nitido s’imprime, tuttavia, nell’animo del lettore soprattutto l’ammonimento dell’esergo, che può considerarsi, in fondo, una chiave di lettura dell’intera opera: “Disturbare i rapporti di forza è un diritto”.

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