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Molfetta, il musical Madre Teresa esempio di teatro efficace
01 luglio 2011

MOLFETTA - Ancora grande successo per la replica presso il Teatro Don Bosco, a due anni di distanza, del musical di Michele Paulicelli e Piero Castellacci sulla vita di Madre Teresa di Calcutta, organizzato dalla “Parrocchia S. Achille” di Molfetta. Il team è stato guidato da Gianni Antonio Palumbo (redattore di “Quindici”) e dall’aiuto regista Duccio Poli (a coordinare il coro anche Sabino Calò); efficaci le coreografie, ideate da Daniela Porcelli, e le scenografie, opera di Tonia Allegretta e Angela Amato, in collaborazione con Carlo Giovine e Paolo de Gennaro. Notevole la suggestione dei costumi, in parte offerti dall’“Araba fenice” di Micaela Villani e in parte realizzati da Stella Mongelli, Susanna De Candia e Caterina Sallustio, come si può notare dalle belle foto realizzate da Silvio D’Agostino.

Il gioco scenico si basa su uno schema già collaudato in Forza venite gente, incentrato sulla fusione di sezioni cantate e brevi intermezzi dialogici, recitati prevalentemente dai personaggi di Suor Bettina (una convincente Marta Mongelli) – allieva e aiutante di Madre Teresa – e del miscredente e pittoresco Adams (l’istrionico Mino Giovine), giornalista ossessionato dal desiderio di realizzare uno scoop. Attraverso le parole della compassata, ma non priva di senso dell’ironia, Suor Bettina, rivivono le tappe principali di una struggente epopea della carità e dell’amore disinteressato.
Madre Teresa (Maria Pappagallo) irrompe in un’India ancora priva dell’elettricità, e piagata dalla lebbra e dalla povertà, con il carisma di un’energica sensibilità e la forza di una fede incrollabile. Con l’aiuto di altre spose di Cristo, insegnerà a gente disperata che “si può guarire con la perseveranza”... Racconterà loro che la vita è un inno d’amore e che vale la pena di lottare per poter continuare quotidianamente a godere dell’incantevole fiorire di un’alba, “quando il cielo si innamora / del suo mare calmo tutto blu”. Si scontrerà con la furia di alcuni indiani e del capo dei brahmini (un energico e vigoroso Lorenzo Messina) per salvare dalla lapidazione una peccatrice (un’emozionante Vittoria Turi), colpevole, secondo la mentalità corrente, di aver “sporcato l’amore”. Riceverà il premio Nobel e desterà scalpore per la rinuncia al banchetto in suo onore e l’invito a devolvere ai poveri di Calcutta i fondi destinati al suo allestimento. Si spegnerà nel 1997, ringraziando Dio per il dono della vita e per i meravigliosi ricordi “di quell’universo che c’è in me”. Uno spettacolo di grande impatto visivo ed emotivo, una sorta di opera moderna, contraddistinta dalla presenza di alcuni Leitmotive musicali che si rincorrono nel progredire della narrazione.
A momenti di debordante, gioiosa vitalità (la bellissima Si può guarire) si alternano scene di onirico misticismo (il Sogno della pietà, valorizzato dalla maliosa vocalità di Daniela La Forgia e impreziosito dalla presenza di don Massimiliano Fasciano nel ruolo di Cristo) o di allucinata, ipnotica contemplazione della sofferenza (Teresa non dorme mai, cantata dalla brava Cetta Piccininni). A volte, la meditazione irrompe tra le volute di un aggressivo rock (come in Pazza), a commentare l’improvvisa morte di un piccolo indiano. Bello poi l’impatto visivo offerto dalle donne del coro nel contrasto tra i veli neri e i colori sgargianti degli abiti nella scena del Miserere, che accompagna − mentre il corpo di ballo dà vita a un vibrante, modernamente medievale contrasto tra la Vita e la Morte – gli ultimi istanti dell’esistenza terrena di Teresa.
Un plauso al coro, costituito da adulti della Parrocchia di S. Achille, ai ballerini (tra i quali anche uno scatenato e festoso gruppo di bambini) e a tutti gli interpreti, attori e solisti (ricordiamo Rossella Ragno, Rossella Pansini, Pierluigi e Pino Zaza). Ispirato Sabino Calò nei panni di un missionario della carità; deciso e nostalgico Nicky Lunanova nel ruolo di un rassegnato ammalato; fresca e dal timbro interessante Antonella Campo. Dulcis in fundo, la poetica e struggente prova di Maria Pappagallo, che desta sincera commozione in brani come, nel finale, Quando l’alba si innamora (un canto d’amore per il creato) e fa rivivere Madre Teresa nella sua energia e nelle sue fragilità. Nella delicatezza di goccia di carità che contrasta l’oceano dell’oblio e della confusione; nella vitalità di matita fra le dita di Dio, che nel buio della morte fa risplendere l’inoffuscabile luce della fratellanza.
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