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Molfetta fuori di Molfetta I nostri detti memorabili
15 ottobre 2000

di Marco de Santis Con ben tre volumi dedicati a “L’Italia fuori d’Italia”, l’einaudiana Storia d’Italia ha fatto scuola. Se è lecito confrontare le piccole cose con le grandi, se è consentito paragonare l’angustia del “natio borgo selvaggio” con la vastità del Bel Paese e con la fama delle più antiche e popolose città italiane, vorrei radunare in questa pagina quanto è stato detto a livello popolare e semidotto su Molfetta e sui molfettesi fuori del nostro centro, sia in Puglia che altrove. Frugando tra i detti campanilistici del Medioevo, la nostra città esce piuttosto malconcia. Infatti i motti pseudofedericiani che la riguardano, impropriamente attribuiti a Federico II di Svevia, sono tutt’altro che teneri. Il motteggio meno cattivo potrebbe forse essere stato partorito dalla mente colta di un concittadino legato alla sua piccola patria, ma segnato dalle propensioni ipercritiche della sua gente. Eccolo: Melphicta, cuncta aurea, sed linguis habitata malignis (Molfetta, tutta d’oro, ma abitata da lingue maligne), dove, all’omeoteleuto determinato dalla ripetizione della desinenza –is nel secondo emistichio, fa riscontro l’omeoteleuto in –cta del primo emistichio e l’allitterazione del fonema ta e delle vocali i ed a nell’intero verso. Va attribuita senz’altro a qualche forestiero una maldicenza campanilistica assai più tagliente della precedente: Mophetica Melphicta, stercore plena et maledicta (Mefitica Molfetta, piena di sterco e maledetta). Il verso è raffinato e bruciante. Si tratta di un leonino non solo cadenzato dalla rimalmezzo, ma per di più impreziosito dalla paronomasia del primo emistichio. A dispetto della sua eleganza esteriore, nel contenuto è perentorio come una schioppettata mortale, marchiando a fuoco la città per le sue fetide deiezioni. È vero che nel Medioevo l’igiene approssimativa era una caratteristica di molte città europee e non solo della nostra terra, ma è altrettanto certo che, alcuni secoli dopo, la sporcizia diffusa non era stata minimamente debellata, se, riferendosi alla fine del Seicento, nel Regno di Napoli in prospettiva (1703) l’abate Giovan Battista Pacichelli poteva scrivere di Molfetta: “Ella è civilissima e bene, e molto habitata, con le vie però alquanto lorde, al solito della Puglia”. Di tono elogiativo è invece l’appellativo Melphicta, urbs parva sed elegans (Molfetta, città piccola ma leggiadra), che ricorre nel Lexicon geographicum (1627) del frate piemontese Filippo Ferrari da Oviglio e che va riferito eminentemente all’agglomerato murato sviluppatosi sulla cosiddetta “isola di Sant’Andrea”. Questa dotta definizione è a sua volta contraddetta in ambito popolare da un gioco di parole, Mlëfèttë mêlfàttë (Molfetta mal fatta), in uso già alla fine del Seicento, in quanto Malfatta, insieme a Morfetta, era una delle denominazioni colte sulle labbra dei popolani molfettesi dall’abate Pacichelli. La paronomasia Mlëfèttë mêlfàttë trae lo spunto dallo sviluppo disordinato degli edifici dell’immediato suburbio e fu subito adottata, se non coniata, dai forestieri più linguacciuti, a cominciare dai giovinazzesi. Essa si basa su una falsa etimologia, che fa derivare dall’aggettivo malfatta il toponimo Malfetta, documentato già nel Cinquecento come variante di Molfetta. Come la città è apparsa malfatta ai maldicenti, così è potuto sembrare trasandato l’abbigliamento dei popolani, che ha fatto dire ai biscegliesi che i molfettesi sono sciaghëmàtë, cioè sciamannati. Positiva è invece l’adozione dell’etnico o patrionimico molfettano nel promontorio del Gargano. Dal Settecento (se non prima) al Novecento le tartane e le paranze nostrane hanno spesso pescato nelle acque garganiche, e come per i molfettesi il Gargano è diventato il Monte per antonomasia (u Mòndë), così per gli abitanti di Monte Sant’Angelo il vento di sud-est è diventato lu mulfuttenë ‘il molfettano’. Di carattere laudativo è un epiteto dato ai nostri marinai e mercanti. Nella seconda metà del Settecento e nel primo Ottocento i molfettesi per la loro abilità nei commerci marittimi si sono potuti fregiare del titolo un po’ enfatico di Olandesi di Terra di Bari, come informa Lorenzo Giustiniani nel Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli (1797-1805). Grazie a questi traffici l’olio imbarcato sui trabaccoli e sui bastimenti molfettesi è stato commercialmente denominato olio di Molfetta, benché provenisse non soltanto dall’agro molfettese, ma anche dalle campagne di Bitonto, Terlizzi, Ruvo, Palo del Colle, Giovinazzo e Bisceglie. Quest’olio, derivato principalmente dalla molitura di olive “nostrane” (nostralë), ossia dalla cultivar detta paesana o cima di Bitonto od ogliarola barese, era assai apprezzato per le sue qualità organolettiche e sbarcato in grandi quantità negli scali di Ferrara, Venezia e Trieste. Ancora negli anni Sessanta del Novecento alcune salsamenterie triestine esibivano tra le specialità non industriali proprio il limpido e dolce olio di Molfetta. Un altro prodotto locale assai apprezzato fin dal Settecento è stato la lattuga a palla o a cappuccio (Lactuca sativa capitata) dei nostri orti, dialettalmente detta nzalàta nostràlë e regionalmente insalata di Molfetta “famosa per la sua tenerezza”, “servita in tutta la Puglia come dessert e mangiata col solo sale”, come annotò compiaciuto il conte svizzero Karl Ulysses de Salis Marschlins nel suo Viaggio nel Regno di Napoli (1789). Alla lattuga cappuccia bisogna aggiungere una varietà di ciliegie in passato destinate all’esportazione ma da alcuni decenni in disuso, note ancora nel primo Novecento a Martina Franca come ciliegie molfettesi, “grosse, bianche, dolci, somiglianti alle cannamele imperiali” (Eugenio Selvaggi, Vocabolario botanico martinese, Putignano, Tip. De Robertis, 1950, p. 53). I motti araldici, se sono motivo di orgoglio per i paesani, dai forestieri vengono sfruttati per dileggiare la vanagloria del campanile altrui. Lo stemma di Molfetta, che in origine era uno scudo con la banda rossa in campo bianco, agli inizi dell’Ottocento fu nobilitato con la pomposa legenda S. P. Q. M. (Senatus PopulusQue Melphictensis). Fu come darsi la zappa sui piedi, perché, quanto era accaduto per Roma e la sua popolazione, fu replicato per Molfetta e i suoi abitanti. Così la scritta S. P. Q. M. venne interpretata dai corregionali come Sono Porci Questi Molfettesi. Bisogna inoltre annoverare l’altisonante frase “storica” che non manca mai “nel gergo retorico delle città di provincia”, come rilevò il giovane Gaetano Salvemini. Si tratta di Molfetta, la Manchester delle Puglie, risalente all’ultimo Ottocento industriale cittadino, che, per le sue numerose fabbriche e ciminiere, avrebbe fatto esclamare al re Umberto I di passaggio in treno: “Ma questa è la Manchester delle Puglie!”. Al blasone popolare appartiene pure l’espressione Molfetta, la città delle belle donne, che dietro l’apparente complimento nasconde una sorniona stoccata ironica dei forestieri. L’antifrasi allude alla presunta infedeltà delle mogli dei marittimi, su cui i maliziosi contadini in loco hanno forgiato un distico pepato: Lë mêrnêrë, quênnë vénghënë do viaggë / sò tróppë ricchë e tróppë sàzzjë (I marinai quando tornano dall’imbarco / son troppo ricchi e troppo sazi). Sottinteso: perché la disponibilità di danaro e provviste deriverebbe dalla venale compiacenza delle loro consorti. Che in questo detto possa esserci un piccolissimo fondo di verità, non è completamente escluso. Ma, si sa, tutto il mondo è paese. Didascalia della foto: Stemma civico di Molfetta del primo ‘800 (da Molfetta: spicchi di storia. Miscellanea in onore di V. Valente, a cura di M. I. de Santis, Mezzina, Molfetta, 1992).
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