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Moby Prince 1991-2005: 14 anni di non verità Un libro inchiesta e un'intervista televisiva rompono il silenzio sulla tragedia del traghetto: morirono anche 4 molfettesi
15 maggio 2005

Livorno 10 Aprile 1991: il traghetto “Moby Prince” si infila nella fiancata della petroliera Agip Abruzzo e prende fuoco: 140 vittime, un solo superstite. La tragedia colpisce la comunità molfettese che piange quattro figli: Giovanni Abbattista (46 anni), Natale Amato (53), Giuseppe de Gennaro (29), Nicola Salvemini (36). Dopo undici giorni una inchiesta amministrativa attribuisce a una tragica fatalità le cause della tragedia: nebbia, equipaggio distratto da una partita di calcio, rotta sbagliata, una “verità” mai digerita dai parenti delle vittime. Dopo 14 anni il caso torna alla ribalta con il libro-inchiesta del giornalista milanese Enrico Fedrighini, “Moby Prince, un caso ancora aperto” (ed. Paoline), frutto di un lavoro di ricerca sui documenti durato quattro anni. La storia Alle ore 22,03 il traghetto molla gli ormeggi, destinazione Olbia. Il viaggio si interrompe dopo 22 minuti, ultimi spiccioli di vita per 140 persone. Il “Moby Prince” perfora con la prua l'Agip Abruzzo ferma in rada, una petroliera alta come un palazzo di 10 piani e lunga 280 metri. Cosa spinse il traghetto a scontrarsi con la petroliera? Fedrighini non si è accontenta della “verità” ufficiale, ricostruisce puntigliosamente i frammenti del puzzle, incrociando testimonianze, perizie, deposizioni processuali e prova a chiarire cosa è successo prima e dopo la collisione. Aprile 1991, la prima guerra del Golfo è appena finita, in rada quella sera ci sono 5 navi militari americane. Da una di queste si sta trasbordando del materiale su altre ignote imbarcazioni. Un elicottero non identificato sorvola la zona, alcune bettoline riforniscono di carburante le navi. Insomma c'è traffico quella sera nella rada di Livorno. E' una serata primaverile, l'aria è frizzante, una leggera brezza accarezza la città livornese. A un cero punto succede qualcosa al largo. Testimoni dichiareranno d'aver visto dal lungomare vampate e bagliori, ma prima dell'impatto del “Moby Prince” con la petroliera. I misteri Questo lo scenario ipotizzato nel libro: i bagliori e le vampate furono conseguenza di un incidente mentre si stavano svolgendo operazioni che non dovevano essere viste. Un'imbarcazione si allontana velocemente dalla zona andando però a finire sulla rotta d'uscita del “Moby Prince”. Il traghetto per evitare l'impatto vira improvvisamente, il timone si blocca, inevitabile la collisione con la petroliera ferma. Inquietante ciò che succede dopo. Nessuno si accorge di nulla, il traghetto in fiamme va alla deriva per ore. Solo dopo 16 ore, quando il traghetto ancora fumante verrà trainato nel porto, i primi soccorritori saliranno a bordo. Nei processi verranno fuori alcune “stranezze”: tracciati radar mai chiesti, comunicazioni disturbate a causa di un'inspiegabile zona d'ombra proprio sull'area della tragedia e che forse non ha reso possibile ascoltare i messaggi d'aiuto provenienti dal traghetto in fiamme. E la contraffazione dell'unico filmato amatoriale girato a bordo, scampato all'incendio: quando giunge nelle mani del magistrato il video «presenta una giunzione effettuata in modo non professionale». Inquietanti coincidenze Tra le novità emerse c'è il coinvolgimento nella vicenda di una nave della flotta Shifco, la "21 ottobre II". La Shifco (sei pescherecci donati dalla Cooperazione italiana alla Somalia) è già stata oggetto di inchieste della magistratura (poi archiviate) per sospetto traffico d'armi. Ed è anche la flotta su cui indagava Ilaria Alpi nel suo ultimo viaggio a Bosaso, nel marzo 1994. Ebbene, la "21 ottobre II" il 10 aprile '91 era ormeggiata a Livorno e quella sera, nonostante fosse ferma per riparazioni, si è rifornita di carburante. Non solo. Una testimone ha messo a verbale che quella notte la nave ha lasciato l'ormeggio. E un altro testimone ha dichiarato che un peschereccio bianco con un focolaio d'incendio a bordo si allontanava dal luogo della sciagura. Era lo stesso peschereccio? Per Fedrighini non ci sono dubbi: “Nelle carte c'è quanto basta per dire che nella rada del porto di Livorno è accaduto ben altro. Qualcosa che abbiamo il diritto di sapere. E' una brutta storia, una storia che fa paura”. Questa faccenda rischia di andare ad accrescere i tanti misteri italiani, soprattutto se viene meno l'indignazione per una verità e una giustizia negata. I familiari delle vittime ogni anno il 10 aprile si ritrovano a Livorno, per non dimenticare 140 persone che in una sera di primavera si sono trovate nel momento sbagliato, nel posto sbagliato (quest'anno è andata anche una delegazione del Consiglio comunale composta dal presidente Petruzzella e dal consigliere Lucanie con il gonfalone della città). Per anni la tragedia non è mai approdata nei circuiti della grande informazione. Le varie inchieste dei giornalisti con il “vizio della memoria” sono state bollate dalle istituzioni militari come fantasiose. Ma qualcosa sta cambiando. Oltre al libro, ha fatto molto rumore la trasmissione di Giovanni Minoli dell'11 aprile scorso "La storia siamo noi", dedicata alla vicenda con una puntata dal titolo eloquente: “Moby Prince, il porto delle nebbie”. «Quest'indagine giornalistica alla fine lascia grande angoscia», ha affermato Minoli. «Emergono grosse novità rispetto alla "verità ufficiale". Il "Moby Prince" è un'altra Ustica, di cui non erano conosciuti, finora, i contorni inquietanti. Il mio auspicio è che, alla luce di queste novità, presto ci si occupi del caso con una commissione d'inchiesta». Sarebbe una buona cosa se i parlamentari del territorio dessero il proprio contributo. Come pure riteniamo giusto che, come hanno già fatto in altre città colpite dalla tragedia, il Comune dedichi una strada alle vittime di questa tragedia. A Livorno c'è una piazza intitolata “Vittime Moby Prince”. Francesco del Rosso francesco.delrosso@quindi-molfetta.it
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