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Mi faccio turco Vita e morte di un rinnegato molfettese
15 maggio 2000

di Ignazio Pansini Scorrendo le cronache dei centri costieri pugliesi in età moderna, accade spesso di trovarvi episodi di rapimenti di inermi cittadini perpetrati dai "turchi" a conclusione delle loro incursioni. Ma una volta strappati violentemente dalla loro terra e dai loro cari, quale era il loro destino? Sarà bene ricordare a questo punto che analoghe razzie venivano effettuate da navi "cristiane" sulle coste controllate dall'impero Ottomano. Nelle acque del Mediterraneo si è svolta per secoli una lotta feroce di tutti contro tutti, con metodi e finalità comuni, senza i buoni da una parte e i cattivi dall'altra. Recentemente mi é capitato di leggere la cronaca di uno scontro navale tra una galera veneziana e un vascello dei Cavalieri di Malta che si disputavano uno sciabecco algerino stracolmo di gente razziata sulle coste francesi! Ma vediamoli in una sequenza "tipo", tralasciando le possibili varianti. Giunti in una delle tre capitali delle reggenze barbaresche del Nordafrica, Tripoli, Algeri, o Tunisi, il comandante della nave, detto in arabo "Rais", vendeva la merce umana a dei grossisti ,che realizzavano poi al minuto sul pubblico mercato. Il ricavato era diviso fra il capitano, l'armatore, l'equipaggio, il sultano, e le diverse agenzie di "import-export". A questo punto la sorte dei prigionieri si differenziava nettamente, a seconda che avessero o meno la possibilità di essere riscattati dai parenti rimasti in patria. In via preliminare, venivano tutti venduti, e i loro nuovi padroni li utilizzavano variamente, a seconda dell'età, del sesso, dell'avvenenza e dei mestieri. In seguito, coloro che riuscivano a farsi mandare il denaro necessario, riacquistavano la libertà e tornavano a casa: per tutti gli altri le cose si complicavano. Potevano tentare la fuga, ma le possibilità di riuscita erano scarse, e le pene severissime; potevano rassegnarsi alla loro condizione, cercando di instaurare buoni rapporti con i loro proprietari e di racimolare qualche soldo con qualche forma di "doppio lavoro", ma i tempi si allungavano; potevano infine convertirsi all'islamismo, ed entrare nella famigerata categoria dei "rinnegati". La conversione, fortemente incoraggiata dalle autorità, non comportava automaticamente l'estinzione del debito ma il neofita era molto più garantito, ed il suo nuovo status gli facilitava comunque la riacquisizione dello stato libero. Una festosa cerimonia, civile e insieme religiosa, sanciva pubblicamente la scelta. Da quel momento, tutto il passato, almeno esteriormente, doveva essere per sempre rimosso. I nuovi adepti di Allah si inserivano bene nel tessuto socio-economico delle reggenze, privo delle rigide gabbie classiste delle monarchie europee, e caratterizzato da una notevole mobilità sociale, legata soprattutto alla guerra di corsa ed al grande movimento di denaro che ne derivava. Moltissimi di loro si imbarcavano sulla flotta corsara, ed i più intraprendenti e coraggiosi passavano in breve tempo dal remo al grado di Rais. E' stato calcolato che a metà del '600 il 70% dei battelli magrebini era comandato da rinnegati; per non parlare degli ammiragli, buona parte dei quali era di origine greca, dalmata e calabro-sicula. Alcuni storici ritengono che una parte consistente di quelle abiure sia stata in realtà volontaria e non forzata. Dalle coste cristiane del Mediterraneo, soprattutto nella prima metà del seicento, decine di migliaia di individui, immiseriti dalle angherie baronali, o perseguitati per motivi religiosi, avrebbero programmato una sorta di emigrazione spontanea verso l'islam nordafricano, con la speranza di trovarvi condizioni di vita meno intollerabili. Questa ipotesi, per quanto suggestiva, e suffragata dal diffuso malcontento riscontrabile in numerose coeve testimonianze storiche, non trova però un riscontro puntuale nella documentazione finora disponibile. Se la vita dei corsari di nascita islamica era rischiosa, quella dei rinnegati lo era, se possibile, ancora di più, e almeno per due motivi. Innanzitutto, se nel corso di un'azione cadevano vivi nelle mani di navi cristiane, e se era accertata la loro precedente abiura, iniziava per loro un lungo calvario che dalle carceri dell'Inquisizione poteva finire sul rogo, a meno che non riuscissero a dimostrare d'essere stati costretti a convertirsi con la forza. In secondo luogo, spesso guidavano essi stessi razzie e incursioni nelle zone costiere vicine ai loro paesi d'origine, di cui conoscevano bene approdi, difese e possibilità di bottino. Queste azioni li hanno resi nella memoria storica delle nostre coste dei personaggi doppiamente negativi: erano infatti traditori della patria, oltre che della fede. Recenti ricerche effettuate da studiosi francesi in archivi inquisitoriali hanno cercato di inquadrare il fenomeno dei rinnegati nella grande vicenda mediterranea d'età moderna, depurandolo dalle condanne moralistiche e dalla esaltazione romantica. Sono comunque "storie di vita" fatte di sangue, miseria e rancore, che inducono più a comprendere che a giudicare. Anche a Molfetta avevamo la traccia di un episodio di quel genere. Corrado Pappagallo, nel suo lavoro sulle torri e le masserie fortificate di Molfetta, pubblicato nel1996 dal Centro Culturale “Auditorium”, riferisce, parlando di torre Schirone, “questa torre è ricordata nel manoscritto del notaio Muti: si racconta di un tale Leonardo Moccola, originario di Acquaviva, ma residente a Molfetta, di mestiere marinaio. Costui durante un viaggio fu fatto schiavo dai turchi; rinnegò la fede cattolica e si fece corsaro. Un giorno con una barca turca giunse a Molfetta per alcuni suoi piani, ma essendosi attardato, i turchi se ne andarono via. Riconosciuto fu messo in quarantena nella torre Schirone ai Pali, poi fu rinchiuso nella torre del sale. Una notte fuggì e sopra la muraglia uccise Carlo Giuseppe Santoro. Arrestato, fu processato e successivamente impiccato il 9 luglio del 1713”. Il caso ci consente ora di aggiungere qualcos'altro. Recentemente, schedando uno zibaldone di notizie tranesi compilato da Giovanni Battista Beltrani, mi è capitato di leggere questa notizia, tratta dal settimo registro dei morti del Duomo di Trani, che va dal 1702 al1715: “A dì 18 luglio 1713. Leonardo Moccolo di Molfetta, morto avvelenato dentro le carceri di questa Regia Audienza, con tossico pigliatosi per non morire afforcato; fu l’istesso giorno, anche morto, sospeso al patibolo, et il suo cadavere fu diviso in pezzi. Questo è stato condannato a morte come Pirata con turchi, e fu il medesimo che saccheggiò il Casale di Trinità in questa Diocesi, insieme a Mario Venatio di Ravello, che poco dopo fu afforcato”. Rispetto a quanto riferisce Muti abbiamo due altre notizie: l’assalto al Casale di Trinità, l’attuale Trinitapoli, che, come ho potuto verificare, avvenne realmente nel 1711, fu piuttosto serio, e il suicidio in carcere. Perché rinnegò Leonardo? Vi fu costretto dall’insopportabile schiavitù africana? Scelse liberamente per tentare fortuna e ricchezza? Aveva qualche torto da vendicare? Non lo sapremo mai. Con un ultimo gesto di coraggio e di sfida evitò l’obbrobrio della forca: il boia di Trani poté impiccare e squartare soltanto un cadavere.
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